COLE'S POV
<<Papà, a scuola hanno chiesto cosa ci piacerebbe fare da grandi e io ho risposto che voglio renderti orgoglioso, sempre>>
<<Oh, piccola mia>>
Mio padre solleva Micòl in aria e la fa girare come una trottola. Lei ride, le trecce che volano nella luce dorata del tramonto. Il sole li accarezza entrambi, disegna ombre lunghe sull'erba del giardino e per un attimo sembra davvero una di quelle foto che restano appese per sempre nei ricordi.
Io resto qualche passo più indietro, le mani in tasca, a guardarli.
<<E tu Cole?>>
Mi chiede, posando a terra mia sorella. Lei gli afferra subito la mano, come se bastasse quel gesto per tenerlo con sé per sempre.
<<Io ho detto che voglio fare il medico>>
Lo dico con orgoglio, già immaginando il suo sorriso. Voglio che si illumini come ha fatto con lei, ma invece, il suo sguardo cambia.
<<Sicuramente ci sarà tempo anche per quello, ma tu, figlio mio, prenderai in mano il mio impero>>
<<Il tuo impero? Come i re?>>
Chiedo, cercando di infilarmi tra lui e Micòl. Lei lo guarda come si guardano gli eroi delle fiabe, con fiducia cieca.
Lui sorride, ma è un sorriso che non gli arriva agli occhi.
<<Il mio impero vale più di tutte le ricchezze dei re, ma voi due dovrete tenere nascosto il mio segreto o altrimenti verranno a prenderlo>>
<<Chi?>> chiede Micòl, con la curiosità limpida di chi non conosce ancora la paura.
Mio padre abbassa lo sguardo su di lei. <<La polizia.>>
La parola resta sospesa tra noi, pesante come una pietra lanciata nell'acqua. Io e mia sorella ci guardiamo, incerti se ridere o restare zitti.
Prima che qualcuno possa aggiungere altro, mamma compare sulla soglia di casa. Il suo sorriso è dolce ma teso, come se avesse sentito solo l'ultima parola e le fosse bastata.
<<Ragazzi, lasciate che vostro padre si vada a fare una doccia, sarà stanco dopo la giornata di lavoro intensa che ha avuto>>
Ci incoraggia, accarezzando le spalle larghe e forti di mio padre.
<<Ci divertiamo dopo, piccoli miei>> dice papà. Poi entra in casa, lasciandosi dietro l'odore forte del suo profumo.
Il sole sta calando e per la prima volta quel giardino non mi sembra più così luminoso.
Quando riapro gli occhi, il ricordo resta attaccato addosso come sudore freddo. Per un istante non capisco dove sono né che ora sia; poi un dolore sordo al collo mi ricorda il presente e il petto mi si comprime sotto il peso della verità.
Mi accorgo di essermi addormentato così, curvo su me stesso; cerco di alzarmi e il collo protesta con fitte che mi costringono a massaggiarmelo con mani che tremano appena. I flash della giornata precedente si infilano uno dopo l'altro nella testa — immagini nette e sbagliate — e quando capisco cosa è successo mi volto di scatto verso Micòl che mormora parole senza senso nel sonno. Il suo collo è segnato di viola, come un segreto che non riuscirebbe a nascondere nemmeno dormendo. Immagino per un secondo cosa sarebbe successo se non fossi tornato. La sola idea mi spaventa.
Un colpo alla porta mi fa sobbalzare.
<<Cole>>
Quando sento che è Margaret mi rilasso, ma non troppo. Apro la porta e noto che il suo sguardo si fa più serio.
<<Va tutto bene?>> Chiede.
Vorrei urlarle di no. Dirle che voglio portare via mia sorella, scappare, sparire da questa casa maledetta, ma mi limito ad annuire.
<<Tuo padre vuole vederti >>
La stanza gira per un secondo. Un capogiro mi prende la testa; respiro piano, controllando la nausea che tenta di risalire.
<<Andiamo>>
Le dico pronto ad uscire.
<<Sei conciato molto male, sembri uscito da una sessione di studio di un'intera giornata. Tuo padre può aspettare, tu cambiati>>
Mi osserva come si osserva qualcosa di fragile che sarebbe meglio non toccare. Mi guardo: la felpa stropicciata, i pantaloni marcati dai segni del sonno. Annuisco, stanco e richiudo la porta.
Afferro i primi vestiti che trovo e mi getto sotto l'acqua. Il caldo scivola sulla pelle come se potesse dissolvere la rabbia e la paura; per qualche minuto mi sembra di rinascere, ma quando chiudo il rubinetto, tutto ritorna. Mi rivesto in silenzio. Prima di uscire, mi chino su Micòl e le sfioro la fronte con un bacio.
So dove trovarlo, perciò lo raggiungo in ufficio. Senza bussare faccio il mio ingresso nella stanza e lo trovo seduto alla scrivania con i capelli arruffati e lo sguardo stanco. Se fossimo altre persone con un'altra situazione sarei preoccupato, ma soprattutto dopo ieri non ho intenzione di mostrare alcuna compassione.
<<Cole>>
Dice con un tono stanco e trascinato.
Mi siedo e mantengo lo sguardo fisso nei suoi occhi, senza mai abbassare lo sguardo.
<<Tu non andrai a scuola fino a quando non avrai letto tutti i file che ti ho mandato e quando avrai finito verrai con me a lavoro. Micòl non potrà uscire di casa fino a quando i segni sul suo collo non saranno spariti e mi auguro che tu non abbia intenzione di permetterle di stare con quel ragazzino>>
La calma con cui pronuncia quelle frasi mi fa ribollire il sangue nelle vene. Come può non esserci in lui traccia di rimorso? Come può non rendersi conto che davanti ha figli da amare e crescere, non macchine da modellare? Trattengo la rabbia come si trattiene un respiro lungo; diventa però sempre più difficile, perché l'unico sentimento che vedo nei suoi occhi è la stanchezza del lavoro.
<<Per ora è tutto. Spero che tu e Micòl non mi deludiate più. Ora vai>>
Mi alzo ed esco senza dire una parola.
Appena fuori, l'aria mi sembra più pesante.
Sento un macigno nel petto, ma lo trattengo.
Troverò una via d'uscita. Per me. Per lei.
Un giorno, tutto questo finirà.
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FATE
RomanceDopo un anno lontani da tutto, Micòl e Cole tornano nella loro città natale. Credevano che la fuga avrebbe messo fine alle loro paure, che il passato sarebbe rimasto indietro, ma certi fantasmi trovano sempre la strada di casa. Ricominciare non è se...
