MIRAGE'S POV
«Manca solo un'ora, e per oggi abbiamo finito», dice Dafne con un sorriso soddisfatto, mentre attraversiamo il lungo corridoio della scuola.
«Che materia hai adesso?»
«Letteratura inglese, credo.»
«Io ho palestra. Ci vediamo fuori dopo le lezioni e torniamo insieme?»
«Va bene. Hai notato che Alexander e Cole si sono comportati in modo strano?»
«No... Comunque non voglio più pensare ad Alex.»
Mi fermo di colpo. «Aspetta, cosa? Ma se ti piace da due settimane! E ti sei fatta avanti solo l'altro ieri, adesso già molli?»
«Sì. Non mi ha degnata nemmeno di uno sguardo. Sono arrivata in mensa e non mi ha salutata. Che dovrei fare, inseguirlo?»
Sospiro, non sapendo cosa dire per alleggerire la situazione.
«Senti, non ci pensiamo più», conclude, intuendo il mio disagio.
Ci separiamo poco dopo, ognuna diretta verso la propria classe. Appena entro, mi siedo vicino alla finestra e mi perdo a guardare fuori. La luce filtra tra i rami spogli degli alberi, e per qualche minuto dimentico tutto.
«È libero qui?»
Alzo lo sguardo. Davanti a me c'è un ragazzo alto, con capelli chiari e occhi sereni.
«Sì.»
Rispondo, spostando lo zaino dalla sedia al mio fianco.
«Grazie», dice, sedendosi con un tono gentile.
Cerco di seguire la lezione, ma le parole dell'insegnante diventano ovattate, e alla fine mi abbandono al sonno con la guancia sul banco.
«Va bene che siamo in ultima fila, ma il professore prima o poi ti noterà.»
La voce calda e rilassata del ragazzo mi strappa dal torpore. Sollevo la testa e incrocio il suo sguardo divertito.
«Giusto, hai ragione. Grazie.»
Mi sistemo i capelli, certa che siano un disastro.
«Tranquilla, i tuoi capelli sono in ordine.»
Sorrido, un po' imbarazzata e mi raddrizzo sulla sedia.
Alla campanella ci alziamo tutti in fretta. Saluto velocemente il ragazzo ed esco. Mentre percorro il corridoio in senso opposto alla folla, vengo catturata da un suono dolce e familiare: un pianoforte.
Non ho fretta, così seguo la musica fino a una porta semiaperta. Mi affaccio. Cole è seduto davanti al pianoforte, accanto al suo insegnante, le dita che accarezzano i tasti con una precisione quasi ipnotica.
«Va bene così, ma prova ad aumentare l'intensità in questo punto», gli dice il professore, indicando lo spartito. Poi, accorgendosi di me: «Oh, un'ospite. Entra pure...?»
«Mirage, mi chiamo Mirage», rispondo, portandomi una ciocca dietro l'orecchio.
«Allora, Cole, suona per lei. Alla fine ti darà un giudizio. Mettiamoci un po' di anima, eh?»
Cole solleva lo sguardo verso di me e i nostri sguardi si incrociano. Rimaniamo per pochi istanti in quel modo, ma alla fine, cedendo, distolgo lo sguardo avvicinandomi all'insegnante.
«Bene, vai.»
Come il giorno della festa, la sua musica mi travolge. Mi sembra di scivolare in un luogo che esiste solo grazie a lui. È un brano che non conosco, ma mi avvolge come una melodia che ho sempre avuto dentro.
Quando si interrompe, mi accorgo che mi sta guardando in attesa.
«Mh... io...»
«Allora?», incalza il professore con un sorriso.
«È... Sì, mi è piaciuto», riesco a dire, dopo un attimo di esitazione.
«Perfetto, Cole, sei libero di andare.»
Il professore raccoglie le sue cose e ci lascia soli.
Rimango lì, impacciata, mentre Cole sistema gli spartiti.
«Ancora non ti ho ben compresa. Quando siamo soli sei una vipera e hai una lingua tagliente, mentre quando ci sono altri sembri diversa.»
Non rispondo. Le mani si muovono a vuoto mentre cerco di nascondere il disagio. L'aula comincia a sembrarmi soffocante.
Cole si mette lo zaino in spalla e si dirige verso la porta.
«Hai intenzione di rimanere qui?»
«N-no»,
rispondo, riprendendomi dal mio stato di trance. Insieme e in silenzio usciamo dall'aula e percorriamo i corridoi vuoti verso l'uscita.
«Prendi lezioni private con il professore?»,
gli chiedo, cercando di rompere il ghiaccio.
«No.»
Risposta secca.
Bene. Non sono l'unica a comportarsi in modo strano. Prima sembrava un altro, ora è tornato a essere il solito Cole distaccato.
«Vedo che parli molto, eh», commento sarcastica.
«E vedo che tu hai intenzione di tormentarmi a vita.»
«Io? Non sono io quella che si inventa storie compromettenti, entra nello spogliatoio femminile e lancia le cicche per terra.»
«Vedo che tieni conto del modo in cui mi comporto. Mi punirai alla fine?»,
chiede, mentre un lieve sorriso gli compare in volto.
Ah. Quindi sa sorridere, dopotutto,
penso, mentre camminiamo fianco a fianco.
«No, tanto non credo che impareresti.»
Un lampo di risata gli attraversa il volto, spezzando per un istante quell'aura di freddezza che sembra portarsi sempre addosso. È breve, ma abbastanza da farmi intravedere un lato di lui che non conoscevo. Per un momento mi sembra diverso: più vivo, più bello.
«Hai ragione.»
Lo dice dopo un lungo silenzio e il modo in cui la sua voce vibra bassa nel corridoio deserto mi fa correre un brivido lungo la schiena.
«Fammi indovinare,» aggiunge, inclinando appena la testa, «non ti ricordi neanche di cosa stavamo parlando.»
«Forse, ma non lo ammetterò certo a un energumeno come te»
La parola mi sfugge e quando realizzo l'errore è già troppo tardi. Ci siamo fermati senza che me ne accorgessi: lui di fronte a me, io intrappolata nei suoi occhi blu. Sono fissi, intensi e hanno quella luce che mi fa dimenticare per qualche istante come si respira.
La sua mano si muove con naturalezza disarmante, afferrandomi per il polso. Non con forza, ma con decisione, abbastanza da trascinarmi verso di lui di un passo. La sua pelle è calda, quasi bruciante contro la mia e il battito del mio cuore mi rimbomba nelle orecchie.
«Chiamami così di nuovo e...»
«E cosa?»
Lo sfido, sollevando il mento ancora di più. Non riesco a distogliere lo sguardo, anche se ogni istinto dentro di me urla di arretrare.
Il suo sorriso si fa lento, pericoloso, mentre i suoi occhi mi scrutano con un'intensità che mi immobilizza. Poi lascia andare il mio polso, ma lo fa con una lentezza esasperante, come se non avesse alcuna fretta di staccarsi. Il contatto svanisce, ma il calore rimane impresso sulla mia pelle, come un marchio.
Poi si allontana, camminando più in fretta.
Involontariamente, lo seguo con lo sguardo. La camicia della divisa gli segna le spalle larghe e la schiena dritta e mi sorprendo a indugiare più di quanto dovrei. Solo un attimo, uno di troppo.
Una volta fuori dalla scuola, è ormai lontano, perciò inizio a cercare Dafne, la quale è appoggiata al muretto davanti alla scuola.
«Era ora», esclama, allargando le braccia.
«Che ci facevi con Cole da sola, a scuola?»
«Niente. E poi, come fai a saperlo?»
«Sono quasi le quattro, non credo ci sia qualcun altro.»
Annuisco, iniziando a incamminarmi verso casa.
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FATE
RomansaDopo un anno lontani da tutto, Micòl e Cole tornano nella loro città natale. Credevano che la fuga avrebbe messo fine alle loro paure, che il passato sarebbe rimasto indietro, ma certi fantasmi trovano sempre la strada di casa. Ricominciare non è se...
