CAPITOLO 63

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MIRAGE'S POV

Da quella sera di Natale, ogni tanto mi sorprendo a ripensare a lui. Non perché mi manchi, ma perché tutto ciò che è accaduto quella sera è rimasto inciso nella mia memoria con una nitidezza che non riesco a spegnere. I suoi occhi, la tensione, la rabbia, il modo in cui abbiamo smesso di fingere.

Ci siamo detti cose che non si possono cancellare e forse è questo che mi spaventa di più: sapere che, anche se da quel momento non ci siamo più parlati, dentro di me quella notte continua a vivere.

Io continuo a fingere che vada tutto bene, ma quando la casa si fa silenziosa e resto sola con i miei pensieri, la verità torna a galla: non riesco ancora a capire se quella notte sia stata un inizio o la fine di qualcosa che non abbiamo mai davvero avuto.

Mia madre se n'è accorta.
All'inizio ha provato a ignorarlo, poi ha iniziato a farmi domande velate, a lanciarmi occhiatine curiose quando credeva che non la stessi guardando. «Tutto bene, Mirage?» mi chiede spesso, con quella voce che vuole sembrare leggera ma non lo è mai del tutto.
Rispondo sempre di sì, ma so che non la convinco. Forse perché non convinco neppure me stessa.

Ho provato di tutto per distrarmi.
Ho passato pomeriggi interi sui libri, cercando di affogare i pensieri nelle pagine. Ho cucinato con i miei genitori, pulito la stanza fin nei minimi angoli, disegnato ritratti che non riuscivo a finire. Ho ascoltato musica, cercando di trovare nel testo del brano delle parole che potessero descrivere come mi sentissi, ma niente.

Così, quando arriva il trentuno dicembre e il mondo fuori è coperto da uno strato spesso di neve, decido di uscire comunque.
Non perché abbia davvero voglia di correre, ma perché ho bisogno di staccare la testa, di muovermi, di fare qualunque cosa mi tenga lontana da me stessa e da ciò che continua a girarmi in testa da giorni.

Mi infilo il cappello, i guanti, la giacca pesante. Sto per uscire quando sento la voce di mio padre provenire dal corridoio.

«Dove vai con questo freddo?» chiede, puntando i suoi occhi scuri su di me.

«A correre» rispondo, cercando di sembrare disinvolta.
Lui inarca un sopracciglio. «A correre? Sei seria? Se tua madre lo scopre, ci ammazza entrambi.»
«Non lo saprà» sorrido, afferrando le chiavi.
«Ah, certo. Lo dirai anche al suo sesto senso?»
Rido piano. «Le dirò che ho solo preso una boccata d'aria.»
«Una boccata d'aria artica, semmai» borbotta, scuotendo la testa. Poi aggiunge, con affetto: «Stai attenta, va bene?»
«Promesso.»

Chiudo la porta dietro di me e il freddo mi investe il viso come una scossa.
La neve scricchiola sotto le scarpe e il silenzio del quartiere è così denso da sembrare quasi sacro.
Forse non servirà a niente, ma almeno per un po' avrò la sensazione di potermi staccare da tutto.

Mentre corro, il fiato si condensa in nuvole bianche davanti alla bocca e ogni respiro mi ricorda che sono viva.

La strada che porta al parco è quasi deserta: solo qualche finestra illuminata e il rumore lontano di una pala che sposta la neve.

Quando arrivo, vedo un gruppo di ragazzi che si lanciano palle di neve, ridendo come bambini. Le loro voci si mescolano al suono ovattato del vento.
Mi chiedo, non so perché, come sarebbe questa città se ci fossero davvero dei bambini. Se qualcuno avesse ancora quella leggerezza che mi pare di aver perso.

Faccio due giri del parco, cercando di svuotare la testa, ma i pensieri continuano a inseguirmi come l'eco dei miei stessi passi e poi, senza rendermene conto, prendo una deviazione.

Non so perché lo faccio.
O forse sì.

Corro ancora per qualche minuto e, quando alzo lo sguardo, mi trovo davanti alla villa degli Evans.
Il cuore accelera. Il respiro si fa corto. Potrei girarmi e tornare indietro — anzi, dovrei — ma le mie dita si muovono da sole e premono il citofono.

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