MIRAGE'S POV
Quando entro in casa, un sospiro mi sfugge dalle labbra. L'eco delle mie stesse chiavi che cadono sul mobile d'ingresso è l'unico suono che riempie il silenzio. È una fortuna non trovare nessuno, non ho la forza di fingere, non stasera.
Appena entro in camera, mi lascio cadere sul letto. Le lenzuola fredde mi accolgono come un abbraccio distante. Tutto nella stanza è immobile, in contrasto con il caos che mi porto dentro.
Vorrei piangere per aver aperto il cuore, quando mi ero promessa di non farlo più. Piangere per la stanchezza che mi porto addosso, per il peso della scuola, per l'università che mi attende come un bivio sconosciuto. Piangere per tutte le aspettative che mi impongo ogni giorno, e per quell'illusione cocciuta di essere la prima scelta di qualcuno.
Mi raggomitolo su me stessa sopra le coperte in ordine e passo tutto il tempo così anche se dovrei studiare.
Quando sto quasi per addormentarmi, il telefono vibra. È Arthur. Una chiamata che arriva esattamente al momento giusto, come se sapesse che avevo bisogno di qualcuno a cui aggrapparmi.
-Mirage, com'è andata alla fine?
Chiede, andando dritto al punto
-Bene, gli ho dato gli appunti
Rispondo, ma la verità è un'altra e la tengo per me.
-Quindi non se ne sono andati. Perché non vengono a scuola, stanno male o c'è altro?-
-Vorrei saperlo anch'io, ma non ne ho idea-
Non voglio dirgli in che stato ho trovato Cole e come mi ha trattata. Non riesco a farlo.
-Però ci hai parlato. Avrai capito almeno come stanno.
-Ho parlato solo con Cole... se parlare è la parola giusta.
Sorrido, ma è un sorriso stanco, amaro. Una risata secca mi esce dalle labbra e a quanto pare basta per far scattare un campanello d'allarme nella testa di Arthur.
-Cosa è successo davvero?
-Che ho dichiarato i miei sentimenti come una stupida, e lui mi ha detto che non ci può essere nessun noi. E sai cos'altro? Non ero neanche andata lì per confessare i miei sentimenti, di cui neanche ho mai riflettuto seriamente.
Butto tutto fuori, ormai stanca di tenere i miei pesi da sola.
-Ah
È l'unica cosa che riesce a dire e per qualche motivo, la cosa mi fa ridere. Stavolta davvero. Una risata breve, sincera, quasi liberatoria.
-Sono felice che sono così divertente, ma sinceramente non so che dirti o fare. Non li conosco.
-Tranquillo, Arthur. Non mi serviva una risposta. Solo qualcuno che mi ascoltasse.
E questo, lui, lo fa sempre.
A volte mi chiedo se sia colpa mia. Se sono io a sentire troppo, a voler troppo.
Forse sono sempre io, quella che spera troppo, ma perché, allora, fanno tutti finta di volere sincerità, se poi non sanno nemmeno cosa farne quando gliela dai?
Così, per il resto della chiamata, ci perdiamo in chiacchiere leggere. Parliamo del più e del meno, e quando riattacco, sento il rumore della porta d'ingresso: i miei genitori sono tornati.
<<Mirage?>>
Mi chiama mia madre dal piano di sotto.
Mi alzo a malincuore e vado loro incontro.
<<Ehi>>
Li saluto, abbracciandoli calorosamente.
<<Domani abbiamo giornata libera entrambi>>, dice mio padre con un sorriso, anche se nei loro occhi intravedo una stanchezza che non riescono a mascherare del tutto.
«Momento perfetto per un'uscita romantica, solo voi due», commento, nascondendo la fatica dietro un sorriso un po' forzato che — per fortuna — non colgono.
<<Che ne dici Hannah, verresti ad un appuntamento con me?>>
<<Vincent, certo che verrei>>, risponde lei, ridendo.
Faccio il gesto di vomitare per prenderli in giro, anche se in fondo li trovo teneri. Ridicoli, ma teneri.
<<Non ho voglia di cucinare, ordiniamo qualcosa?>>propone mio padre, passandosi una mano tra i capelli.
«Ci penso io. Voi andate a farvi una doccia. Si sente il vostro odore fin da qui.»
Li prendo in giro, facendo un passo indietro, ma loro non ci stanno.
«Sicura?»
In un attimo mio padre mi afferra per la vita e mia madre inizia a farmi il solletico. Mi dibatto ridendo come una pazza, incapace di fermarli.
<<Basta basta, scherzavo, non puzzate>>
<<Brava>>, dice mia madre, liberandomi per prima.
E così, senza nemmeno accorgersene, sono riusciti a risollevarmi il morale. Ed è in momenti come questi che mi rendo conto di quanto sia fortunata ad avere dei genitori così. Non perfetti, spesso assenti, ma capaci — quando ci sono — di farmi sentire davvero amata.
Li abbraccio forte e, mentre lo faccio, sento il loro odore di casa e di caffè e per un attimo, mi sembra di avere di nuovo dieci anni e di essere al sicuro.
STAI LEGGENDO
FATE
RomanceDopo un anno lontani da tutto, Micòl e Cole tornano nella loro città natale. Credevano che la fuga avrebbe messo fine alle loro paure, che il passato sarebbe rimasto indietro, ma certi fantasmi trovano sempre la strada di casa. Ricominciare non è se...
