MIRAGE'S POV
Odio la sveglia. Quel suono fastidioso che mi strappa dal sonno come un gancio alla gola. Allungo una mano sul comodino e la zittisco con più violenza del necessario. Poi mi alzo, barcollante e apro la finestra. Una folata d'aria gelida mi schiaffeggia il viso. Ottimo, se dovevo svegliarmi male, ora è ufficiale.
Rifaccio il letto con gesti rapidi e vado in bagno. Lo specchio mi restituisce un'immagine impietosa: occhiaie marcate, capelli ribelli, espressione da latitante. Almeno l'umore e il look vanno di pari passo.
«Buono, solo trenta minuti», mormoro a me stessa, richiudendo la porta del bagno alle spalle. Controllo l'orario sul telefono, per sicurezza, e mi tranquillizzo: non sono in ritardo.
Scendo in cucina, dove trovo mia madre ai fornelli, intenta a preparare dei pancake.
«Buongiorno mamma», le dico, mentre mi verso una spremuta d'arancia.
«Buongiorno, Mirage. Devo uscire tra meno di mezz'ora se voglio fare in tempo a lavoro, quindi dovrai andare a scuola o in macchina o a piedi.»
Cerco di trattenere il disappunto che mi sale alla gola.
«Va bene», rispondo, abbozzando un sorriso forzato.
Finisco di fare colazione con calma, poi torno in camera a indossare la divisa scolastica e le mie Converse nere, abbinate al completo. Mi guardo allo specchio un'ultima volta per assicurarmi di sembrare almeno presentabile: non voglio sembrare quella che è già stanca prima ancora di entrare a scuola.
Decido di andare a piedi, anche se in macchina ci metterei molto meno.
Appena mi avvicino alla scuola, vedo che davanti ai cancelli c'è un via vai di studenti e auto. Prendo il telefono e chiamo Dafne. Risponde solo al quinto squillo.
- Mirage, dove sei?
- Sono davanti ai cancelli.
- Ok, io sono vicino alla panchina, a pochi passi dal portone. Proprio dove ci mettevamo l'anno scorso, prima della fine della scuola.
La ringrazio prima di chiudere la chiamata e dirigermi verso il luogo indicato. Dopo qualche minuto riesco a scorgere la sua folta chioma riccioluta, ma non appena noto che con lei ci sono anche Cole e i suoi amici, un leggero senso di panico mi stringe lo stomaco. Non sono abituata a stare in gruppi così numerosi. Sono sempre stata socievole, sì, ma molto riservata. Faccio un respiro profondo e mi avvicino.
Per fortuna, la prima a notarmi è Dafne, che mi accoglie con uno dei suoi sorrisi rassicuranti.
«Ciao», mi saluta poi Micòl, rivolgendomi un sorriso caloroso. Ricambio il saluto e mi appoggio al muretto accanto alla mia amica.
«Certo che questa divisa ti sta proprio bene», commenta, facendomi l'occhiolino. Le sorrido in segno di ringraziamento, mentre intorno a noi il gruppo continua a chiacchierare animatamente.
«Quest'anno tu e Cole avrete molti corsi in comune», mi informa Dafne, scrutandomi con un'espressione che conosco bene: la faccia da "voglio vedere come reagisci".
Sollevo le spalle con indifferenza. Io e lui non abbiamo mai avuto un vero rapporto e, di conseguenza, la sua presenza non mi fa né caldo né freddo.
Quando il suono della campanella si diffonde nell'aria, un fiume di studenti si affretta verso le grandi porte color castagno dell'edificio a forma di ferro di cavallo.
«Lasciamo che si accalchino tutti prima di entrare», propone Alexander, ottenendo il consenso di tutti. Un po' più in disparte c'è Cole, che getta a terra il mozzicone di sigaretta ancora acceso prima di avvicinarsi.
«Potresti anche spegnerla», dico, sorpresa io stessa dal tono deciso della mia voce. Di solito evito le crociate morali, ma odio le cicche accese a terra. È più forte di me.
Mi guarda con occhi impassibili. Sembra misurarmi, come si fa con qualcosa che si pensa di poter spostare con un dito.
«Non so se sei sordo o solo maleducato, ma potresti, per cortesia, spegnere la sigaretta o almeno buttarla nei cestini appositi?», insisto, mantenendo il suo sguardo che sembra divertito dalla mia irritazione.
Ci fissiamo per qualche secondo, finché non rompe il silenzio con la frase più lunga che mi abbia mai rivolto in anni di conoscenza.
«Se ci tieni tanto, fallo tu.»
«Perché dovrei?»
Mi squadra con aria divertita e accenna un mezzo sorriso. Poi si avvicina e sussurra a pochi centimetri dal mio orecchio:
«Perché non sarai tu a dirmi cosa devo fare.»
Detto ciò, si scosta da me e si allontana assieme ad Alexander e agli altri ragazzi.
Resto immobile per qualche secondo. Ordini? Io gli ho chiesto una cortesia e lui l'ha trasformata in una sfida personale, ma chi si crede di essere?
«Mirage.» La voce calma di Dafne mi riporta alla realtà.
«Dobbiamo andare», aggiunge afferrandomi per un braccio.
«Aspetta un secondo», rispondo, mentre con la suola della scarpa spengo la sigaretta.
«Da quando fumi?»
Mi chiede, osservando la cicca ormai spenta.
«Non fumo», taglio corto. Né adesso, né mai, ma a quanto pare devo iniziare a fare da netturbina a gente con l'ego gonfio di fumo.
Insieme a Dafne, Micòl, Charlotte e altre due ragazze ci dirigiamo verso l'ingresso. Ci sono solo pochi studenti che ancora non sono entrati nelle loro rispettive classi.
«Abbiamo matematica adesso», mi informa Dafne, controllando l'orario sul telefono mentre percorriamo il corridoio fiancheggiato da una lunga fila di armadietti rossi.
In pochi minuti raggiungiamo la nostra aula. Per fortuna ci sono ancora alcuni banchi liberi in terza fila.
«Pensavo che avremmo preso le prime file. Che fortuna, vero?», mi chiede Dafne, mentre il mio sguardo si posa su Cole e Alexander, circondati da un gruppo di ragazze.
«Ecco perché ci sono banchi ancora liberi», commento a mezza voce, rivolgendomi a lei.
«Se l'anno scorso erano quasi tutte attratte da Alexander, quest'anno si rifaranno con Cole», osserva, ironica.
Non dico nulla. Mi limito a sistemare i miei libri sul banco finché la professoressa entra in aula.
«Buongiorno, ragazzi. Come sapete, Cole è rientrato da poco nella nostra scuola, quindi cercheremo di aiutarlo a rimettersi in pari. Anche se sono sicura che non sia rimasto tanto indietro», dice, lanciando uno sguardo alla classe.
«Bene, qualche volontario disposto ad aiutare il vostro compagno?»
Molte mani si alzano, quasi tutte di ragazze.
«È bello vedere tanto entusiasmo. Cole, potrai contare su parecchio aiuto», aggiunge l'insegnante soddisfatta, prima di aprire il libro di matematica e indicarci di andare all'indice per spiegarci il programma dell'anno.
Le due ore passano in fretta e alla fine della lezione Dafne mi chiede:
«Non capisco perché tu non ti offra mai di aiutare i nuovi compagni di classe. Sei bravissima e molto paziente.»
«Perché non sono brava a spiegare», rispondo, non rivelandole l'intera verità.
Non ho intenzione di essere una comparsa nella sua commedia da bello e dannato.
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FATE
Roman d'amourDopo un anno lontani da tutto, Micòl e Cole tornano nella loro città natale. Credevano che la fuga avrebbe messo fine alle loro paure, che il passato sarebbe rimasto indietro, ma certi fantasmi trovano sempre la strada di casa. Ricominciare non è se...
