COLE'S POV
Appena mi allontano da casa sua di qualche centinaio di metri, accosto in una rientranza della strada e spengo il motore. Mi piego in avanti, la fronte contro il volante, le mani nei capelli. Respiro a scatti, come se avessi corso per chilometri.
Com'è possibile che sia bastata una sola domanda per farmi perdere il controllo in quel modo? Ero sul punto di crollare. Di buttare giù, in un istante, tutti i muri che mi sono costruito negli anni e tutto per quel tono nella sua voce. Preoccupato. Vero. Un suono che non sentivo da troppo tempo e non da parte dei miei genitori, ovviamente. Solo Micòl ha ancora quel diritto, quello di vedere le mie crepe, ma anche con lei mi sforzo ogni giorno di essere forte, di essere una roccia, di non cedere, per non diventare un ulteriore peso per lei.
Eppure, oggi, ci sono andato vicino. Talmente vicino da sfiorare la confessione: dirle che la mia vita sta andando in pezzi da un bel po', che giorno dopo giorno sto perdendo il controllo. Di me. Della mia mente.
Stringo il volante finché le nocche mi diventano bianche. Inspiro a fondo, lascio uscire l'aria piano. Ancora e ancora, finché il cuore non smette di battermi nelle orecchie. Poi riaccendo il motore e riparto deciso. Non posso permettermi di arrivare dopo i miei genitori.
Quando entro in casa, trovo Micòl sulla soglia. Si è cambiata: abiti eleganti, l'aria da cerimonia che tanto piace ai nostri.
<<Era ora, per come guidi mi aspettavo che saresti tornato in tre secondi e invece...>>
Poi, dopo avermi guardato meglio, continua
<<Che ti è successo?>>
Corrugo la fronte, confuso.
«Cosa dovrebbe essermi successo? Senti, devo cambiarmi prima che tornino.»
Le passo accanto, diretto verso le scale.
<<Sai che non sono stupida e che non mi si può nascondere nulla a meno che io non voglia>>
<<Per questo assomigli a nostro padre>>
«Sai che bellezza,» replica amara, rimanendo ferma sulla porta, le braccia incrociate.
«Ho visto una luce diversa in te.>> Continua piano, come se avesse paura di una mia reazione. << È durata poco, ma c'era. Quando lei era qui. Se sarà lei ad aiutarti a trovare il coraggio di uscire da questo posto oscuro in cui nostro padre ci ha trascinati, allora lotta per lei.»
Mi giro di scatto. Sento il sangue salirmi in testa. La voce mi esce dura, troppo veloce:
«Senti, non ci hai capito niente. Sono sempre lo stesso e di lei non mi importa nulla. Ci hai visti insieme una volta e già fantastichi. Non è normale. Ho te, mi basti e non ho intenzione di coinvolgere nessun altro nella merda che è la mia vita.»
Non le do nemmeno il tempo di replicare. Salgo le scale a due a due, mi chiudo in camera e comincio a frugare nell'armadio. Devo vestirmi in fretta, evitare le solite critiche di nostro padre. Quando ho finito, sento la voce di Margaret annunciarmi l'arrivo dei nostri genitori.
Apro la porta di scatto. Margaret mi guarda, sorpresa forse per la mia espressione o dallo stato in cui mi trovo, ma, per fortuna, non fa domande.
Scendo. Le voci arrivano dalla sala. Inspiro a fondo e varco la soglia.
<<Ciao Cole>>
Mi saluta mio padre mentre mia madre rimane in silenzio, indifferente del mio arrivo. Mi siedo anch'io, esausto, e rimango in silenzio mentre lui inizia a parlare di qualcosa. Non ho le energie di ascoltarlo.
<<Cole, suonaci qualcosa>>
Mi ordina mia madre, rivolgendomi la parola per la prima volta nella giornata. Mi alzo senza proferire parola, sotto lo sguardo attento di mia sorella che deve aver avvertito che c'è qualcosa che non va.
Quando mi siedo sullo sgabello e ho sistemato il piano, decido di suonare la sonata numero cinque di Beethoven, nonostante non sia una delle canzoni migliori per rilassarsi, ma è il mio modo per ricordarmi che ho il controllo dei miei gesti, di tutto.
<<Non potresti suonare un qualcosa di più leggero?>>
Mi canzona mia madre.
«Lascialo stare,» risponde Micòl e per un istante la amo più di quanto riesca a dirlo, perché mi ha dato la possibilità di suonare un pezzo per me e non per mia madre. Una volta che ho finito, nostro padre e nostra madre si congedano e una volta soli, mi alzo dallo sgabello seguito a ruota da mia sorella che mi raggiunge per poi stringermi tra le sue braccia.
<<Stai iniziando a crollare e quando lo farai, sarà una grande esplosione che lascerà feriti sia me che te. Ti consiglio di iniziare ad aprirti e non sfogarti solo sulla musica, sullo sport e sui libri. Non è questa la soluzione, parla>>
Poi si allontana, lo sguardo basso. Le lascio qualche minuto per rientrare in camera prima di iniziare a sparecchiare la tavola, anche se so bene che non dovrei. Anche se tutto dentro di me urla che non è "normale", ma io, per anni, l'ho creduto normale.
OTTO ANNI PRIMA
<<Ciao Margaret>>
<<Ciao piccolo >>
Mi accarezza i capelli, arruffati come sempre.
<<Come è andata a scuola?>>
<<Male, sono tutti viziati lì>>
Sbuffo, lasciando lo zaino a terra per seguirla in cucina.
<<Lo so piccolo, ma tu promettimi che non diventerai mai come loro>>
«Mai,» dico regalandole il mio sorriso più grande.
Ultimamente i nostri genitori sono fuori per lavoro o per qualcosa di cui non sono a conoscenza e l'unica figura materna che abbiamo è Margaret che, da come si comporta, sembra amarci come suoi figli.
<<Vieni aiutami a portare i piatti a tavola, così prepariamo il pranzo. Prima lavati le mani però>>
Obbedisco. Poco dopo arriva Micòl, con il suo vestito da principessa.
<<Guarda quanto sono bella!>>
Mi dice, facendo la gira volta.
<<Bellissima e io sono il tuo cavaliere>>
Iniziamo a girare intorno ridendo.
Una volta finito di apparecchiare la tavola e aiutato Margaret a cucinare, ci mettiamo seduti in attesa dell'arrivo dei nostri genitori che arrivano poco dopo.
«Papà, papà!» esclama Micòl correndogli incontro.
<<Sai che abbiamo apparecchiato noi la tavola e aiutato Margaret a cucinare>>
«Davvero?» chiede lui, con un'ombra che gli cala sul volto.
«Sì!» annuisce Micòl, cercando il mio appoggio.
<<Sì ed è stato bellissimo>>
Rincaro la dose, portando mia madre ad accarezzarmi i capelli soddisfatta.
<<Bravi i miei bambini, non è vero Elia?>>
<<Molto>>
Detto ciò, ci sediamo a tavola e iniziamo a magiare parlando allegramente. Alla fine del pranzo, quando Margaret insieme a un'altra domestica iniziano a sparecchiare, mio padre fa cadere un piatto a terra lasciando di stucco me e gli altri.
<<Ci penso io>>
Dico, alzandomi dalla sedia.
<<Fermo Cole. Ho assunto delle domestiche affinché facciano il loro lavoro e non perché costringano i miei figli a farlo al posto loro>>
Corruccio la fronte, non capendo a cosa si stia riferendo. Nel mentre mio padre getta tutti i piatti a terra e una volta in piedi afferma, con il suo solito tono pacato:
<<Non osare mai più coinvolgere i miei figli in queste attività così basse e voi due non state troppo vicini ai domestici. Capito?>>
Intimoriti da questa sua reazione insolita, io e mia sorella annuiamo, rimanendo congelati sul posto.
<<È meglio se andate a dormire bambini>>
Ci invita nostra madre, guidandoci fuori dalla stanza, lontani da nostro padre.
PRESENTE
Forse era lì, il primo segnale. Forse da quel giorno ho iniziato a capire chi fosse davvero nostro padre, ma non ero pronto. Ero solo un bambino e tutto sembrava normale, ma non lo era.
Lo capisco ora, mentre mi chiudo nella mia stanza e mi lascio avvolgere da quel silenzio che più che quiete è angoscia.
Che mi ricorda che sto cedendo.
Un centimetro alla volta.
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FATE
RomanceDopo un anno lontani da tutto, Micòl e Cole tornano nella loro città natale. Credevano che la fuga avrebbe messo fine alle loro paure, che il passato sarebbe rimasto indietro, ma certi fantasmi trovano sempre la strada di casa. Ricominciare non è se...
