CAPITOLO 77

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MIRAGE'S POV

Per fortuna ieri i miei genitori erano troppo concentrati su Micòl per accorgersi del mio stato d'animo - o del fatto che non fossi andata a scuola.
Inizio quasi ad apprezzare che il loro lavoro li tenga sempre così impegnati: meno occhi puntati addosso, meno domande scomode.
Se avessero saputo che non ero nemmeno tornata a casa per cena, a quest'ora sarei sepolta sotto una montagna di domande.

«Buona giornata, piccola.»
Mio padre mi sfiora la testa con un bacio, saluta mia madre e se ne va.

«Dafne dovrebbe arrivare tra poco, spero tu sia pronta?»

La voce di mia madre mi arriva da lontano, ovattata dal rumore del cucchiaino nella tazza.
Fino a un secondo prima stavo solo fingendo di ascoltarla, ma quando pronuncia quel nome mi irrigidisco.

Il nome mi colpisce come una scossa.
Mi si gela il respiro a metà del petto e le dita si serrano intorno al bordo del tavolo.
Per un istante, il mondo perde nitidezza - come se il cervello si rifiutasse di processare quella parola.
Non la sentivo nominare da giorni, eppure basta solo il suo nome per riportarmi lì, a quell'ultima discussione, alle parole che ci siamo dette.

Dal giorno in cui abbiamo litigato sembra che siano passati anni.
Tra il rapimento, Cole, Micòl e tutto ciò che ne è seguito, non ho avuto tempo - o forse coraggio - di pensare a Dafne e alla fine della nostra amicizia.
Forse è meglio così. Non saprei nemmeno da dove cominciare.

«Sta male.»

La bugia mi scivola via con troppa facilità.
Segno che ormai sta diventando un'abitudine.

«Ah. Sarà per il tempaccio che gira.»
Mia madre solleva lo sguardo verso la finestra, ignara del terremoto che il nome di Dafne ha scatenato dentro di me.

«Già, è meglio se vado.»
Guardo l'orologio al polso.

«Da quando indossi orologi?»
«Almeno non farò più tardi. Ora vado, ciao.»

Afferro lo zaino e mi rifugio in garage.
L'orologio non serve a essere puntuale: è solo una toppa, un modo per nascondere il tatuaggio che ora sembra deridermi.
Un promemoria inciso sulla pelle di qualcosa che non riesco a ignorare.

Amare non è mai stato facile, ma ora è diventato un peso.
Se non fosse per i miei sentimenti, non mi ritroverei in questa specie di limbo, dove mi sento un'estranea nella mia stessa vita, dove basta poco - un gesto, una parola, un ricordo - per ritornare in quella stanza dove io e Cole ci siamo lasciati andare.

Pensavo che amare fosse sufficiente a tenere tutto insieme, a mantenere uniti i pezzi di me stessa, ma ora mi ritrovo ancora più a pezzi di prima.
Dopo che Micòl è uscita di casa, ho provato sollievo e questa consapevolezza mi fa sentire peggio di come già non stia.

Vorrei essere capace di mettermi nei loro panni, di perdonarla, di perdonarli entrambi, ma non riesco ancora a farlo.
Non dopo tutto quello che ho vissuto.
Non dopo le bugie.

Respiro a fondo, cercando di tornare alla realtà.
Faccio scorrere lo sguardo sul volante, sul parabrezza leggermente ghiacciato.
Accendo il riscaldamento e lascio che il calore mi avvolga.

Li eviterò entrambi.
Almeno finché non avrò riordinato i miei pensieri e raccolto i pezzi di me stessa.

Quando arrivo a scuola, sono costretta a parcheggiare fuori dai cancelli, ma non mi dispiace.
È un modo per posticipare l'incontro - con loro, con Cole, con Micòl con Dafne.
Scendo dall'auto e mi incammino a passo lento verso l'edificio, quando una voce familiare mi richiama alle spalle.

«Ciao! Come hai passato il fine settimana?»

«Studiando.» Tengo lo sguardo basso, attenta a non inciampare.

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