CAPITOLO 75

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MIRAGE'S POV

Una volta salita in macchina, lascio finalmente uscire tutta la frustrazione che mi soffocava. Le lacrime scendono silenziose, abbondanti e per tutto il viaggio cerco di soffocare i singhiozzi, come se in questo modo potessi trattenere il dolore che ho dentro. Quando il veicolo si ferma, mi asciugo il viso in fretta, cercando di ricompormi, ma le mani tremano troppo per farlo davvero.

<<Signorina, abbiamo ritrovato le sue cose>>

L'autista mi porge lo zaino e la giacca.

<<Grazie>

Rispondo senza incrociare lo sguardo. I miei occhi sono fissi verso casa, quella casa che mi sembra di non vedere da secoli.

«Non si preoccupi per i suoi genitori. Sono stati informati che sarebbe rimasta da Micòl per qualche giorno.»

Annuisco debolmente. Il corpo mi sembra distante, pesante, come se non mi appartenesse più. Vorrei ringraziarlo, ma il tepore che mi avvolge mi intorpidisce, mi toglie la voce. Ogni movimento è ovattato, rallentato, come se stessi camminando sott'acqua.

Scendo a fatica dalla macchina, trascinando con me lo zaino. Cerco le chiavi al suo interno, le dita che si muovono con una lentezza esasperante. Sebbene abbia già varcato il cancello di casa, sento ancora lo sguardo dell'uomo alle mie spalle: il motore è acceso, eppure non sembra avere alcuna fretta di andarsene.

Infilo le chiavi nella serratura e il suono metallico che ne segue mi sembra quasi assordante. Appena entro, il profumo familiare di casa mi investe, ma non riesce a placare la tempesta che ho dentro.

Come immaginavo, i miei genitori non sono in casa. È ancora presto, probabilmente sono già usciti per lavoro. Eppure, in questo momento, avrei bisogno di loro, di un abbraccio, di una voce che mi dica che andrà tutto bene.

Mi guardo intorno, cercando di riabituarmi ai colori e ai quadri che conosco da sempre, ma ogni cosa mi appare distante, come se appartenesse a un'altra vita. È lunedì, e dovrei prepararmi per andare a scuola, ma la sola idea di mettere piede in quell'edificio mi fa tremare. Non voglio vedere Dafne, né, tanto meno, Micòl e Cole.

Mi trascino su per le scale, verso la mia stanza. Prima di entrare in doccia collego il mio telefono alla presa e, appena si riaccende, vedo solo pochi messaggi: i miei genitori mi chiedono se vada tutto bene e perché non li abbia avvertiti io stessa che sarei stata da Micòl. Poi un altro, di mia madre, che mi scrive che ha capito che ho bisogno anch'io dei miei spazi.

Un sorriso stanco mi curva le labbra. Digito un messaggio per rassicurarli e ringraziarli di avermi lasciato respirare. Poi lo appoggio sul comodino e mi spoglio, lasciando che i vestiti cadano a terra.

L'acqua della doccia è calda e mi scivola sulla pelle, ma non porta via ciò che pesa davvero. Cerco di svuotare la mente, di lavare via i pensieri, i ricordi, la paura, anche solo per un istante.

Quando chiudo il rubinetto, la pelle è arrossata e il viso stanco riflesso nello specchio mi guarda con occhi cerchiati e vuoti. Sono solo le undici del mattino, ma non riesco a resistere alla stanchezza. Mi infilo sotto le lenzuola e, appena tocco il cuscino, il sonno mi travolge.

Il suono insistente del citofono mi strappa dal torpore.

Mi alzo confusa, gli occhi che bruciano. Fuori non c'è più luce: la stanza è immersa in un crepuscolo grigio e tiepido. Afferro il telefono — sono le sette di sera.

Il citofono suona ancora. Una parte di me vorrebbe ignorarlo, fingere di non esserci, ma so che sarebbe inutile.

Scendo le scale con passo lento e, quando guardo dallo schermo del videocitofono, vedo il volto di Micòl.

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