COLE'S POV
<<È stato bello conoscerti e parlare con te, in fondo non sei come ti hanno descritto>>
Serro le labbra, senza sapere cosa dire. L'unico suono è il sordo cigolio della sedia sul pavimento mentre mi alzo, sollevato che si stia finalmente congedando. Nonostante il messaggio implicito del mio movimento, lei continua a dilungarsi sul pomeriggio passato, in cui non ha fatto altro che parlare per ore. Le labbra lucide si muovono veloci, gesticola, sorride troppo. Io annuisco a vuoto, fissando il bicchiere ormai vuoto tra le mani, mentre il mio cervello inizia a sfuggirmi di mano.
Quando il telefono vibra nella tasca, sento un impulso viscerale di estrarlo. Le dita mi prudono, ma resisto per pura educazione, fissando un punto indefinito alle sue spalle.
<<...e per questo spero di esserti stata di buona compagnia>>
<<Lo sei stata sicuramente>>
Micòl interviene prima che io possa aprire bocca. È comparsa sulla soglia come un'apparizione, avvolta in un lungo abito bianco che ondeggia leggero con i suoi passi. I capelli raccolti lasciano scoperto il collo sottile e la luce del lampadario disegna riflessi dorati sulla sua pelle chiara.
La sua voce, però, è tutt'altro che eterea.
<<Cole, accompagnala all'uscita >>
L'ironia le scivola dalle labbra come una lama sottile. Sa perfettamente quanto mi stia innervosendo e lo fa apposta.
Ardo dalla voglia di controllare il telefono, ma mi costringo a fingere che non sia così.
Accompagno la ragazza fino alla porta. L'aria fredda della sera mi punge le guance e il respiro si fa visibile, vapori bianchi che si dissolvono subito nel silenzio della sera. Il viale ciottolato riflette le luci calde provenienti dalle finestre del salone e dalle lampade ai lati del vialetto, creando macchie dorate tra le ombre. Dopo un saluto distratto, la guardo allontanarsi, i tacchi che tintinnano sui ciottoli e si perdono lentamente tra le luci tremolanti.
Appena la porta si richiude alle mie spalle, tiro fuori il cellulare. Il cuore accelera, come se già sapesse.
Apro la notifica.
Numero sconosciuto[18:30]: Se vuoi rivedere la tua ragazza, ti aspetto domani sera alle nove davanti allo Stato Giardino. Vieni da solo o non farà una bella fine.
Rileggo il messaggio più volte, sperando che sia solo un brutto scherzo. Quando realizzo che non lo è, le tempie mi pulsano e le mani tremano, faticando a tenere il telefono stretto. Una serie di immagini e scenari possibili mi attraversa la mente, finché l'assenza improvvisa del telefono dalle mani non mi riporta alla realtà. D'istinto lo riprendo da Micòl, che ha cercato di leggere la mia notifica.
<<Scusa, volevo solo sapere cosa ti ha traumatizzato così tanto. Non ti ho mai visto così>>
Non rispondo. La sua voce sembra arrivare da lontano. Mi volto e mi allontano a passi lunghi verso le scale. Devo pensare. Devo agire. Devo... fare qualcosa, qualsiasi cosa.
<<Cole, che succede?>>
La sento dietro di me, la sua voce si fa più tesa, come se avesse percepito il pericolo.
<<Niente che ti riguardi>>
Vorrei urlare, distruggere qualcosa, spaccare le pareti con le mani, ma so che se cedo adesso, è finita. Mirage è in pericolo e io non posso permettermi di perdere il controllo.
<<Siamo fratelli, ricordi? Non pensare di cavartela con un "non ti riguarda" quando so benissimo che c'è qualcosa che non va.>>
Controllo che non ci siano i nostri genitori nei paraggi, poi la afferro per un braccio e la trascino nella mia stanza, chiudendo la porta alle nostre spalle. Le porgo il telefono, che lei afferra al volo e legge. La sua espressione si fa più preoccupata man mano che si rende conto delle parole che ha davanti.
<<Non dirmi che sta parlando di Mirage. Non dirmi che sta passando quello che ho vissuto io.>>
I suoi occhi verdi, di solito così vivi, si velano di paura. Una paura antica, che conosco troppo bene. La vedo tremare, rivivere ogni ombra di quell'incubo.
<<Non di nuovo...>>, sussurra. Cerca in me una smentita, ma non ho parole. Non so nemmeno da dove cominciare.
<<Non puoi andare lì da solo>>, dice subito, intuendo le mie intenzioni.
<<Ma se è ciò che serve per salvarla, sono disposto a farlo>>, ribatto.
«E se quella persona non la libera? Rischi di perderla e di farti prendere anche tu.»
«Allora dimmi tu cosa dovremmo fare!»
«Coinvolgere gli uomini di papà», propone senza esitare.
Scoppio a ridere, ma è una risata amara, sgraziata.
<<Tu davvero pensi che nostro padre — quel padre — muoverebbe un dito per lei?>>
<<Se glielo chiedi tu, il suo prediletto...sì>>
Resto un attimo immobile. Poi qualcosa dentro di me si accende, un'idea ancora informe, ma abbastanza forte da farmi muovere.
Scendo le scale di corsa, i battiti nelle orecchie, le mani sudate. Non busso e apro la porta del suo ufficio con un colpo secco, pentendomene all'istante.
Mia madre è piegata sulla scrivania, i capelli in disordine. Mio padre è su di lei, le mani dove non dovrebbero essere.
Il primo a voltarsi è lui, il quale mi fissa, irritato per pochi secondi. Abbasso lo sguardo per non imprimere ulteriormente quella scena davanti alla mia mente e dico, prima ancora che possa reagire:
<<Ti devo parlare>>
La voce mi esce ruvida. Mi richiudo la porta alle spalle, cercando di cancellare quell'immagine dalla testa. Mia madre, pochi secondi dopo, esce a testa alta, senza dire nulla, lasciando la porta socchiusa.
<<Cosa c'è, Cole?>> chiede mio padre con una calma fastidiosa, come se niente fosse.
<<Voglio i tuoi uomini migliori e dei localizzatori che possano passare inosservati>>
<<Tutto questo perché?>>
<<Mi servono>>
Lui mi fissa confuso, poi si appoggia al davanzale della finestra, aspettando che gli spieghi.
<<Hanno rapito una ragazza che non c'entra niente con il nostro mondo e penso proprio che dietro questo rapimento ci sia un'altra organizzazione>>
Sento una stretta allo stomaco e un cappio formarsi alla gola. Un gelo familiare mi risale lentamente dalle dita, fino a stringermi il petto. È la stessa sensazione di quella volta con Micòl — lo stesso vuoto, la stessa impotenza che ti divora da dentro — solo che adesso è diverso. Adesso è colpa mia se Mirage è finita in questa situazione.
Devo tenere a bada la rabbia, ingoiarla. Non posso riversarla su mio padre, anche se ogni fibra del mio corpo lo vorrebbe.
<<E perché mi dovrebbe importare di una qualunque?>>
Mi domanda, dimostrandomi ancora una volta che non si sporcherebbe mai le mani se non per i suoi scopi.
<<Perché se dovessi riuscire a liberarla, erediterò il tuo impero e farò come mi hai detto>>
<<Perché avevi altri piani?>>
«No, ma almeno, così, non dovrai più scontrarti con la mia resistenza.»
I suoi occhi si stringono in due fessure mentre analizza ogni parola, ogni sfumatura. Sta valutando quanto può guadagnare da questa situazione, assicurandosi che il suo intervento si traduca in una vittoria totale. Ma ogni secondo che perde a pensare è un secondo in meno per salvare Mirage.
Poi, qualcosa nel suo sguardo cambia — un'ombra di decisione, o forse di compiacimento — e capisco che sta cedendo.
Dentro di me, quella parte che voleva fuggire da tutto questo, che sognava una vita diversa per me e per Micòl, una vita libera da catene e da sangue, si rimpicciolisce fino quasi a svanire.
<<Va bene>>, dice infine. <<Ti preparo tutto, ma ricordati: una promessa è una promessa.>>
Annuisco, anche se la gola mi si chiude. So esattamente cosa ho appena fatto: ho firmato la mia condanna in cambio della sua salvezza. Ho perso un altro pezzo di me, ma se il prezzo per salvarla sono io, lo pagherò senza esitare.
L'unica cosa che conta, adesso, è Mirage.
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FATE
RomanceDopo un anno lontani da tutto, Micòl e Cole tornano nella loro città natale. Credevano che la fuga avrebbe messo fine alle loro paure, che il passato sarebbe rimasto indietro, ma certi fantasmi trovano sempre la strada di casa. Ricominciare non è se...
