CAPITOLO 80

8 0 0
                                        

MIRAGE'S POV

I miei genitori sono già usciti per lavoro, lasciandomi sola nel silenzio della casa. Mi avvolgo in questo vuoto e penso a come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto fratelli o sorelle: qualcuno con cui condividere le piccole battaglie quotidiane, qualcuno capace di leggere il mio silenzio come una lingua segreta. È un pensiero dolceamaro, che mi attraversa per un istante prima di svanire, inghiottito dal ticchettio dell'orologio. È tardi, devo andare.

Raccolgo i capelli in una coda alta, come se quell'ordine esteriore potesse contenere il caos che mi porto dentro. Controllo che le finestre siano chiuse, poi afferro il cappotto e varco la soglia. 

L'aria fredda mi colpisce come uno schiaffo, riportandomi di colpo alla realtà. Mentre mi stringo nel tessuto pesante, i miei occhi si fermano su una macchina parcheggiata al di là del cancello.

Ci metto un attimo a riconoscerla e ancora meno a sentire quel calore sottile, quasi impercettibile, che si riaccende nel basso ventre, riportandomi alla notte precedente — alle sue mani, agli sguardi, a quel confine fragile tra desiderio e tenerezza.

Affretto il passo, ma quando apro lo sportello evito accuratamente di incrociare i suoi occhi. Il silenzio tra noi è denso, quasi tangibile, come se ogni parola rischiasse di spezzarlo.

<<Grazie di essere venuto a prendermi>> dico, fissando le mie mani, ancora lucide dello smalto trasparente steso la sera prima.

<<Scusami se mi sono addormentato ieri e non ti ho più riaccompagnata a casa>>

<<Tranquillo, ci ha pensato Micòl>>

La mia voce è più dolce di quanto vorrei. Dentro, però, il cuore accelera — perché ricordarlo addormentato accanto a me mi provoca un'emozione difficile da spiegare.
Solo allora mi accorgo che non ha ancora avviato il motore. Sollevo lentamente lo sguardo e lui è già lì. Mi osserva in silenzio, con quello sguardo che sembra potermi attraversare.

<<Va tutto bene?>>

Dal suo sguardo traspare un senso di preoccupazone che mi fa corrucciare la fronte.

<<Sì, perché?>>

<<Non mi hai mai guardato da quando sei salita in macchina>>

Il sangue mi affluisce al viso. Distolgo subito lo sguardo, cercando rifugio nelle mie mani.

<Ti sei pentita di ieri?>>

La domanda cade come un sussurro, ma mi trafigge.

<<No, assolutamente, è stato bello...È solo che, beh, io...cioè>>

Farfuglio confusamente, sperando che capisca senza che io debba proseguire.

<<Tu cosa?>>

I suoi occhi cercano i miei e capisco che sa perfettamente cosa sto tentando di dire, ma non mi aiuterà.

<<Lo so che hai capito>>

<<E cosa avrei capito?>>

Il suo sorriso è sottile, provocatorio.

<< Ieri mi sembravi così spavalda e oggi non riesci neanche a dire cosa abbiamo fatto.>>

<<Senti Cole, avvia questa macchina>>

Mi appoggio allo schienale, incrociando le braccia. Cerco di sembrare indifferente, ma dentro di me il cuore batte impazzito.
Lui ride piano e il suono mi colpisce come una carezza. Solo allora mette in moto e il ronzio del motore spezza la tensione che ci avvolge.

FATEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora