COLE'S POV
Mentre mangia, il suo viso sembra accendersi ancora di più. C'è una luce nuova nei suoi occhi, quella che compare solo quando si è davvero presenti, senza pensieri, senza difese. Il modo in cui addenta quel panino ha qualcosa di tenero, quasi infantile: morde piano, poi sorride tra sé, come se quel semplice gesto bastasse a farle dimenticare il mondo.
Accendo il motore, ma non la disturbo. La osservo solo di sfuggita, attraverso il riflesso del parabrezza. Ogni tanto si scosta una ciocca di capelli dal viso con le dita, poi si pulisce le mani sui pantaloni, distrattamente, lasciando un alone di salsa che non sembra notare.
Aspetto qualche secondo, poi le chiedo:
<<Quel tatuaggio sul polso, che significa?>>
Lei sgrana appena gli occhi, sorpresa. D'istinto si afferra il polso, come a volerlo nascondere. Le dita si chiudono su quel punto, come se volesse proteggerlo da me.
<<È una parola greca e significa amare. È una specie di promemoria per ricordarmi di farlo>> dice, abbassando lo sguardo sul punto coperto dalla manica.
Rimane in silenzio. Potrei fermarmi, ma non lo faccio. Le lancio un'occhiata rapida, attento a non invadere. Le sto lasciando spazio, ma dentro vorrei che mi lasciasse entrare un po' di più.
Lei inspira piano, poi parla di nuovo, come se stesse cercando le parole giuste per aprire una ferita che non voleva più toccare.
«Per tanto tempo non sono riuscita a farlo. Né con gli altri, né con me stessa. L'anno scorso ho toccato il fondo. Avevo addosso solo rabbia e diffidenza. Allora ho deciso che volevo cambiare. Mi sono detta: magari se ce l'ho scritto addosso, un giorno riuscirò a crederci davvero.»
Esita un momento, il tono cambia, si fa più controllato, quasi ironico. <<E allora ho fatto questa cosa impulsiva e banale come tatuarmi una parola. Patetico, vero?>>
Scuoto la testa.
<<No.>>
E non aggiungo altro. Non servono altre parole.
Lei abbassa lo sguardo, poi sorride appena, un sorriso stanco ma sincero.
<<Ora sto cercando di... mantenerla. La promessa, intendo. Cerco di aprirmi un po', ho una migliore amica, un amico... anche se a volte mi viene da scappare ancora.>>
Non rispondo. Non perché non voglia, ma perché ho paura che qualsiasi parola possa spezzare questo momento così fragile. In realtà, dentro mi si è smosso qualcosa. Ammirazione, ma anche qualcosa di più scomodo: senso di colpa, forse. Per tutte le volte in cui anch'io ho fatto finta che certe ferite non ci fossero.
Dopo un po', è lei a rompere il silenzio.
<<Alla fine non sei così male. Io lo sapevo>>
Sorrido appena.
<<E tu invece sei come mi aspettavo>>
«È una cosa bella o brutta?» chiede, sollevando un sopracciglio.
<<Non lo so>>, rispondo, lasciandola in sospeso mentre tengo lo sguardo fisso sulla strada. La tensione di prima è scivolata via, ma qualcosa è rimasto, come se fossimo entrati in un territorio nuovo, più sottile.
Parliamo ancora per un po', stavolta di cose leggere. Il resto del tragitto scorre veloce e quando arrivo davanti a casa sua, lei non sembra avere alcuna intenzione di scendere. Rimane lì, le mani intrecciate, lo sguardo perso fuori dal finestrino.
<<Grazie>>, dice infine, attorcigliandosi le mani.
Le prendo le mani tra le mie e inizio ad accarezzarle con calma. Rimaniamo così, immobili. Poi lei si decide, mi saluta con un sorriso e scende, lasciando nella macchina il suo profumo e qualcosa di più.
Qualunque cosa stia succedendo tra noi, mi fa stare bene e anche se è egoista, non ho intenzione di rinunciarci.
Questa volta guido alla mia solita velocità e in poco tempo riesco ad arrivare a casa. Il cielo si è ormai oscurato e quando entro in casa percepisco una sensazione di gelo. So già da chi arriva.
<<Cole>>
Margaret sbuca dalla cucina, con il grembiule ancora legato in vita e il viso leggermente arrossato dal calore dei fornelli.
<<Ciao Margaret>> le dico, posandole un bacio sulla guancia. Il gesto la coglie di sorpresa; le sopracciglia si sollevano appena.
<<Tutto bene?>>
<<Sì>>
Rispondo semplicemente, poi, come ricordandosi di una cosa, il suo sguardo si indurisce e mi avverte che mio padre mi sta aspettando in ufficio.
Sospiro pesantemente, mentre mi preparo ad affrontare la conversazione con lui.
Busso alla porta e, senza attendere risposta, entro. Mio padre è chino sulla scrivania, circondato da fogli disposti con precisione ossessiva. Ogni cosa al suo posto, come sempre.
<<Finalmente sei arrivato. Sai che ore sono? Dovevi fare l'allenamento di autodifesa e invece scopro che non eri neanche a casa>>
Mi irrigidisco. Avevo completamente dimenticato quell'impegno.
<<Dove sei stato?>>
<<Mi stavo allenando con Alexander e ho perso la cognizione del tempo>>
<<Lo sai vero che se hai intenzione di succedermi non puoi permetterti queste distrazioni>>
Succederti. La parola mi si pianta in testa come un colpo di martello.
Io non ho nessuna intenzione di succederti, penso mentre la rabbia mi sale lentamente sotto pelle.
<<Inoltre, ultimamente a cena sei molto distratto, non è che ti sei innamorato?>>dice con un tono che non ha nulla di paterno. Nelle sue parole c'è veleno, disprezzo, come se l'amore fosse un difetto.
<<No>>
La mia voce è ferma. Non lo sono. Non so cosa provo per lei, non ancora. So solo che mi piace starle accanto e che non voglio smettere.
<<Lo sai che per me non è un problema, prima te ne trovi una, prima te la sposi e prima mi darai un erede>>
continua, giocherellando con l'anello al mignolo come fa ogni volta che vuole impormi qualcosa.
Serro la mascella, irritato dalle sue parole che provano quanto sia insensibile e legato ai suoi piani. Rimango in silenzio mentre lui si alza e si avvicina a me.
<<Spero che me la farai conoscere. Magari tu ancora non sai che sei totalmente preso da lei, ma gli occhi, figlio mio, sono un libro aperto che con il tempo ho imparato a leggere e interpretare molto bene o altrimenti non potrei ricoprire il mio ruolo>>
Dopo avermi dato una pacca sulla spalla, mi invita ad uscire e a capo chino percorro le scale diretto nella mia stanza dove mi getto immediatamente sotto la doccia.
Non sono innamorato di lei.
Non sono innamorato di lei.
Non sono innamorato di lei.
Me lo ripeto come un mantra, ma ogni goccia d'acqua mi rimanda alla sua voce, al modo in cui mi ha guardato, alle sue mani tra le mie.
Non posso permettermi di farle del male. Di sporcarla con tutta questa merda che mi porto dietro.
Ma ho bisogno di lei.
Dannatamente.
E se la proteggo, forse... forse non dovrò rinunciare a niente.
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FATE
RomanceDopo un anno lontani da tutto, Micòl e Cole tornano nella loro città natale. Credevano che la fuga avrebbe messo fine alle loro paure, che il passato sarebbe rimasto indietro, ma certi fantasmi trovano sempre la strada di casa. Ricominciare non è se...
