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La notte era silenziosa, ma i miei pensieri correvano più veloci della luna che passava sopra il castello. Dormivo, ma non riuscivo a trovare pace. Un sogno strano mi assalì. Non era un sogno normale, ma un ricordo che sembrava appartenere a qualcun altro, eppure mi era così familiare.

Ricordavo Remus, la sua mano calda sulla mia mentre camminavamo, lentamente, attraverso un cimitero. Il terreno era freddo, e l'aria aveva un odore di terra umida e fiori appassiti. Mi sentivo piccola, indifesa, eppure Remus mi teneva vicino, come se fosse l'unico punto di sicurezza che avevo. La tomba che stavamo visitando era quella di mia madre, un monumento semplice, ma che trasmetteva una tristezza che mi schiacciava il petto. "Lei ti amava, Megan. Ti ha sempre voluto bene," mi diceva Remus, la sua voce così rassicurante.

Ma quella del mio padre... Non c'era. Non avevo mai visto la tomba di mio padre. Non l'avevo mai cercata. Non ne avevo mai sentito parlare. Era come se non fosse mai esistito. Eppure, ogni volta che mi chiedevo di lui, sentivo un vuoto che non riuscivo a spiegare.

Mi svegliai di colpo, sudata, con il cuore che batteva forte nel petto. La stanza era buia, il silenzio era assordante. Mi guardai intorno e, per un attimo, mi chiesi se ciò che avevo visto fosse stato davvero un sogno o un ricordo.

Salii dal letto e camminai a passi silenziosi verso la porta. Le ragazze dormivano profondamente. La luna illuminava debolmente il corridoio, mentre le ombre delle statue si proiettavano sulle pareti. Non riuscivo a stare ferma, sentivo una curiosità irrefrenabile che mi spingeva ad alzarmi e a scoprire di più su ciò che mi stava turbando.

Mi diressi verso la sala dei trofei.

Le scale scricchiolavano sotto i miei piedi, ma non mi fermavo. Le luci fioche dei corridoi sembravano accogliermi, come se volessero che scoprissero ciò che mi era stato nascosto. Arrivai davanti alla porta della sala, la maniglia era fredda quando la afferrai e la spinsi dentro. La sala era silenziosa, piena di trofei e coppe, oggetti luccicanti che testimoniavano anni di successi e vittorie. Ma quella notte, mi sembravano tutti insignificanti.

Mi avvicinai al lungo banco con le iscrizioni. Gli occhi mi scorrevano sopra i nomi, le date. La luce della luna si rifletteva sulle targhe d'argento, creando un'illusione di movimento. Cercavo qualcosa, cercavo il mio cognome.

"Riddle."

Non avevo mai pensato che ci fosse un trofeo o una menzione per il mio nome. Non avevo mai pensato che avrei trovato qualcosa che mi riguardasse. Ma lì, nel cuore della sala, un piccolo angolo attirò la mia attenzione. Un trofeo, un singolo riconoscimento. La targhetta riportava solo tre parole: Tom Orvoloson Riddle.

Non riuscivo a credere ai miei occhi. Mi avvicinai lentamente, il cuore che batteva all'impazzata. La targhetta era semplice, ma la scritta mi colpì come un fulmine. Perché il mio cognome era lì? Cosa significava tutto questo?

Avevo cercato risposte, ma ora mi sentivo ancora più persa. Quello era mio padre? O forse un antenato ma chiunque era costui era il mio passato. Perché Remus non mi aveva mai parlato di mio padre?

Mi guardai intorno, ma non c'era nessuno. La sala era deserta, proprio come mi sentivo in quel momento: sola.

Stavo ancora fissando quella targhetta, il nome di mio padre scritto con una semplicità glaciale. Il mio cuore batteva forte nel petto, ma il rumore dei passi che risuonarono all'improvviso nel corridoio mi fece sobbalzare.

Mi girai di scatto, il respiro fermo. La porta della sala dei trofei era ancora aperta, ma la luce di una lanterna che si avvicinava, con il suo bagliore tremolante, non lasciava dubbi: qualcuno stava venendo. Qualcuno che non doveva trovarmi lì.

Panico. Le mie mani tremavano, mentre cercavo freneticamente un posto dove nascondermi, ma non c'era tempo. La porta del corridoio si aprì, e una figura emerse dal buio. Era uno dei prefetti. Non riuscivo a distinguere il volto sotto il cappuccio, ma il distintivo sulla sua veste brillava sotto la luce fioca. Probabilmente stava facendo un giro di controllo, o peggio, c'era stata una segnalazione.

"Chi c'è là?" la voce del prefetto era alta e autoritaria.

Cercai di scivolare silenziosamente dietro una delle colonne di marmo che decoravano la sala, ma la mia presenza non passò inosservata. Il prefetto si fermò un attimo, fissandomi con gli occhi acuti.

"Non dovresti essere qui, Riddle," disse, l'uso del mio cognome come un colpo alla nuca. "Gli studenti non possono essere nei corridoi dopo mezzanotte. È una violazione del regolamento."

La rabbia e la frustrazione salirono in me. Avevo trovato qualcosa di importante, qualcosa che poteva spiegare una parte della mia vita che avevo sempre ignorato, e ora qualcuno veniva a rovinare tutto. Un altro segreto che mi stava scivolando via.

"Stavo solo... esplorando," risposi, cercando di mantenere la calma, anche se la mia voce tremava impercettibilmente.

Il prefetto non sembrava convinto. Si avvicinò di un passo, il suo sguardo duro come un coltello affilato. "Esplorare? A quest'ora? Sai bene che non è permesso. Torna subito al dormitorio, prima che sia troppo tardi. E non farti più trovare qui di notte."

Volevo ribattere, protestare, spiegargli che avevo trovato qualcosa che poteva rivelare la verità su di me, ma non c'era tempo per questo. I suoi occhi non si spostavano dal mio volto, e non c'era nulla che potessi fare se non obbedire.

Con un sospiro di frustrazione, mormorai qualcosa come "Sì, capito," prima di voltarmi e tornare sui miei passi. Il prefetto mi seguiva a distanza, come un'ombra che non voleva lasciarmi andare, e il mio cuore batteva forte mentre mi allontanavo dalla sala dei trofei.

Ogni passo sembrava pesare di più, come se stessi abbandonando una parte di me stessa, e non riuscivo a togliermi dalla testa quella targhetta, quel nome che non avrei mai dovuto vedere.

Quando finalmente raggiunsi il dormitorio, sentii una strana sensazione di vuoto, come se tutto fosse cambiato, ma io fossi rimasta la stessa. La porta del dormitorio era chiusa, ma il mio corpo si muoveva come se fosse un automa, senza pensare, senza fermarsi a riflettere.

Le mie compagne di stanza dormivano ancora. Daphne, Pansy e Astoria non si erano accorte di nulla. Mi sdraiai nel mio letto, gli occhi fissi sul soffitto, ma non riuscivo a smettere di pensare a quella targhetta. Avevo appena scoperto qualcosa su di me che non avrei mai immaginato. Ma cosa significava tutto questo?

La verità sembrava sfuggirmi ancora una volta, come un sogno troppo lontano da afferrare.

Eppure, ero convinta che quella notte, in quella sala deserta, avevo trovato il primo pezzo di un puzzle che mi stava chiamando. Non avrei potuto ignorarlo.

Il pensiero di mio padre, di tutto ciò che avevo perso, mi strinse il cuore in un abbraccio freddo. Ma in qualche modo, sentivo che non avrei mai smesso di cercare risposte, anche se questo significava infrangere le regole e affrontare le conseguenze.

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