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La voce che correva per il castello si fece sempre più intensa, più inesorabile, come un fiume in piena. Ogni angolo di Hogwarts sapeva ormai della mia vera identità: la figlia di Voldemort. Non c'era più niente da nascondere. Il segreto che avevo cercato di celare con tutte le mie forze era venuto a galla, e ora non c'era più spazio per la negazione, per il silenzio che avevo mantenuto.

Tutti mi guardavano in modo diverso, come se fossi diventata qualcosa di... altro. Un oggetto di paura, di curiosità morbosa, di disprezzo. Ogni passo che facevo era seguito da occhi che mi squadravano, giudicavano, mi etichettavano. Non riuscivo più a respirare in quella scuola, in quel castello che era diventato la mia prigione. Era come se ogni pietra, ogni ombra mi ricordasse chi fossi davvero.

E così, senza pensarci troppo, corsi via. Scivolai fuori dal castello, attraverso il cortile, superando il cancello che conduceva alla Foresta Proibita. Non mi importava dove andavo, non mi importava nulla. Solo scappare. Lontano da tutto. Lontano da loro.

Ma la Foresta Proibita non era un rifugio. Era buia, impenetrabile, e ogni albero sembrava farsi più alto e più minaccioso. La neve cominciava a cadere, in fiocchi leggeri ma incessanti, e l'aria era gelida. Sentivo la paura che mi stringeva il cuore. E poi, la sentii. Quella presenza che mi faceva venire i brividi lungo la schiena.

I Dissennatori.

Non avevo bisogno di vederli per sapere che erano lì. La sensazione di freddo gelido che mi avvolgeva, quella bruma che avvolgeva ogni angolo di luce, mi diceva tutto. L'aria si fece pesante, carica di una tristezza insopportabile. I loro visibili occhi vuoti sembravano cercarmi, annusare il mio dolore, il mio terrore.

Non potevo permettere che mi prendessero. Dovevo fare qualcosa. Il mio cuore batteva freneticamente, ma la paura era più forte. Dovevo ricordare come usare il Patronus. Avevo imparato quella magia anni fa, ma non avevo mai avuto davvero il coraggio di metterla in pratica.

Con le mani tremanti, afferrai la bacchetta di cristallo di mia madre. Mi concentrati su un ricordo felice, un ricordo che, nonostante tutto, mi avesse fatto sorridere una volta. Remus, un abbraccio caldo, una risata... Ma tutto mi sfuggiva. La mia mente era piena di oscurità, di solitudine.

In quel momento, un urlo straziante attraversò la mia gola. Non avevo la forza per evocare il Patronus. Non avevo più speranza, e il freddo dei Dissennatori divenne insopportabile. Mi sentivo come se il mio cuore stesse congelando, come se la mia vita stesse lentamente svanendo, risucchiata dall'oscurità che si stava impadronendo di me.

Un ultimo, disperato tentativo. Con tutta la mia volontà, alzai la bacchetta e urlai l'incantesimo. "Expecto Patronum!"

Un'ombra, pallida e debole, si sollevò dalla punta della bacchetta, ma non era abbastanza forte. Non era abbastanza chiara. La luce svanì subito, inghiottita dall'oscurità che mi circondava. E con un ultimo sussulto, la mia coscienza vacillò, mentre il freddo mi sopraffaceva.

Cadde tutto nell'oblio.

Mi svegliai, ma non ero più nel mondo che conoscevo. Il silenzio era opprimente, eppure c'era una sensazione di pace che non avevo mai sperimentato prima. Aprii gli occhi e vidi il buio intorno a me, ma non era la paura che avevo sempre sentito in quella oscurità. Era una calma sconosciuta, un'assenza di dolore. Quando mi alzai, i miei piedi non toccavano la neve fredda e tagliente della Foresta Proibita. Non c'era più niente di tutto ciò.

Poi la vidi.

Una figura che mi guardava con occhi che conoscevo così bene. Gli occhi di mia madre, Audrey Wilson. Era lei, ma non era la donna che avevo conosciuto, la donna che mi aveva dato la vita e che Voldemort aveva distrutto. Era un'apparizione, un'entità che si stagliava davanti a me, avvolta in una luce soffusa che sembrava provenire da una parte nascosta del mondo.

"Madre..." sussurrai, le parole tremanti, come se non credessi nemmeno di poterle pronunciare. Ma lei si avvicinò, il suo volto sorridente e sereno nonostante tutto quello che avevamo vissuto.

"Figlia mia," rispose lei, la sua voce così dolce, così familiare. La sua mano si allungò verso di me, e non c'era più distanza tra noi, non c'era più dolore. Non c'era più paura. Mi abbracciò, e in quel momento, sentii il calore di casa, il calore di un amore che non avevo mai veramente conosciuto.

Ci abbracciammo, come se fosse l'unica cosa che fosse mai esistita in tutto l'universo. Eppure, non c'era nessun rancore, nessuna colpa. Solo una triste consapevolezza, una consapevolezza di essere state entrambe distrutte dallo stesso uomo, lo stesso destino che ci aveva separato e che ora ci univa in questo abbraccio eterno. Ma non importava più. Non importava che fossimo state piegate dalla sua malvagità, non importava che lui avesse cercato di distruggere tutto ciò che amavamo.

"Abbiamo combattuto così tanto," mormorai tra i singhiozzi. "Eppure... lui ci ha portato via."

Lei mi strinse di più, il suo abbraccio era il rifugio che avevo sempre cercato. "Lo sappiamo entrambe, amore mio. Ma ora siamo libere. E insieme, qui, non c'è più niente che possa farci del male."

La tristezza che avevo portato dentro per tutta la vita si dissolveva lentamente, come la nebbia che si scioglie sotto il sole. Mia madre non mi odiava, non mi rimproverava. Eravamo entrambe state spezzate, ma ora eravamo libere dal peso delle nostre sofferenze. Non importava più se avevamo lottato contro un destino che sembrava ineluttabile, perché ora eravamo insieme, nel nostro angolo di pace.

"Ti amo, mamma," sussurrai. La sua risposta fu un sorriso luminoso, e non c'era dolore nei suoi occhi, solo un amore che non conoscevo fino a quel momento.

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