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La fine dell'anno scolastico arrivò in fretta. Hogwarts sembrava aver risucchiato ogni briciolo di energia che avevo, eppure mi sentivo più confusa che mai. Ogni giorno, nuove scoperte su di me, sulla mia famiglia, su quel medaglione che non riuscivo a dimenticare. E poi c'era la tensione con Draco, che non sembrava voler finire mai, come un filo invisibile che ci legava, ma che non riuscivo a decifrare.

Pensavo che, finalmente, sarei potuta tornare a villa Wilson. Volevo riposarmi, dimenticare per un po' di tempo Hogwarts e tutto ciò che mi stava angosciando. Volevo trovare un po' di pace, ma quel desiderio sembrava impossibile da raggiungere.

Il giorno della partenza da Hogwarts, mi ritrovai nella carrozza che mi avrebbe portato a casa. All'inizio, tutto sembrava come al solito. Il lento e rassicurante rullio delle ruote, l'aria fresca che filtrava dalle finestre. Ma poi, qualcosa cambiò.

La carrozza accelerò bruscamente. Non stavo più guardando i paesaggi che passavano rapidi attraverso i finestrini. Mi sentivo sempre più strana, come se stesse accadendo qualcosa che non riuscivo a comprendere. L'aria all'interno del veicolo divenne più densa, pesante, e i suoni sembravano ovattati, come se fossi in un sogno.

Improvvisamente, la carrozza sussultò, facendo uno strano rumore. Poi, come un colpo secco, il mio cuore saltò un battito: la carrozza si sollevò da terra, sollevandosi in aria.

"Che diavolo...?" mormorai, alzandomi di scatto dal mio posto e guardando fuori dalla finestra.

Il paesaggio che prima sembrava familiare, con il castello di Hogwarts che si stagliava lontano, ora si trasformava in un panorama che non avevo mai visto prima. Non c'erano più colline verdi, non c'era più nulla di ciò che mi era noto. Ero nell'aria.

"Remus!" gridai, cercando di trovare una spiegazione. Ma lui non era lì, e nessun altro era a bordo con me. Sentii il panico crescere dentro di me. "Cosa sta succedendo?"

Il vento sibilava attraverso le finestre della carrozza, e l'altezza era vertiginosa. Guardai fuori, cercando di rimanere calma, ma la vista dall'alto mi fece venire il capogiro. La carrozza volava, e io non avevo idea di dove stessimo andando. Non avevo mai visto nulla del genere, e la sensazione di impotenza mi stringeva il cuore.

"È un incubo... Deve essere un incubo," mormorai tra me e me, mentre mi aggrappavo al sedile, tentando di trovare un po' di stabilità.

Il medaglione che avevo indossato da quando avevo lasciato villa Wilson sembrava pesare ancora di più sul mio petto. Non riuscivo a credere che tutto questo stesse accadendo.

Finalmente, dopo quello che mi sembrò un tempo interminabile, la carrozza si abbassò lentamente. La terra sotto di me tornò a essere solida, ma la paura non mi aveva ancora abbandonato. Quando la carrozza atterrò, l'intero paesaggio mi sembrò completamente sconosciuto.

Dopo un attimo di incertezza, la porta della carrozza si aprì, e io scesi a fatica, ancora tremante. Mi trovavo in un luogo che non avevo mai visto prima. Intorno a me, c'erano alte mura di pietra, luci soffuse che emanavano un bagliore dorato e un paesaggio lontano che sembrava non appartenere a nessun posto che avessi mai conosciuto.

Mi sentii completamente sola.

Un elfo domestico, con il volto coperto da un cappuccio, si avvicinò a me, e senza una parola, si fece avanti e mi condusse all'interno di una grande dimora.

Non avevo il coraggio di chiedere dove fossi, né di interrogare chi mi stesse portando. Sapevo solo una cosa: qualcosa di grande stava per accadere, e non sapevo più come affrontarlo.

Mentre l'elfo mi conduceva all'interno della villa, ogni passo che facevo sembrava aumentare la tensione nel mio corpo. La casa era maestosa, scura, con una grande architettura gotica che mi faceva sentire come se stessi entrando in un luogo dimenticato dal tempo. I corridoi erano lunghi, silenziosi, e l'aria sembrava pesante, quasi come se volesse sussurrarti i segreti di chi ci aveva vissuto prima.

Alla fine, l'elfo si fermò davanti a una grande porta di legno intagliato. Non c'era nessun altro nei paraggi. La casa sembrava deserta, ma l'atmosfera che respiravo era tutto tranne che tranquilla. L'elfo si inchinò profondamente e, senza una parola, si ritirò, lasciandomi davanti alla porta.

Il cuore mi batteva forte, e nonostante avessi cercato di prepararmi a tutto, non ero pronta per quello che stava per accadere. Spinsi la porta lentamente, e una volta varcato l'ingresso, il mio sguardo si fermò su una figura alta e imponente che mi stava aspettando.

L'uomo che stava davanti a me era familiare, ma non nel senso che avrei voluto. I suoi occhi, freddi e penetranti, erano identici ai miei, come se fossero due riflessi dello stesso specchio distorto. Lì, davanti a me, c'era lui. Mio padre. Tom Riddle.

La sua figura, avvolta in un abito scuro, sembrava emanare un'energia maligna, un'ombra che permeava l'intera stanza. Non c'era amore nei suoi occhi, solo un calore gelido e un'intensità che mi fece rabbrividire.

"Megan," disse con una voce bassa, quasi sussurrata, ma che risuonò come un comando. Il suo sguardo non si staccava dal mio, e sentii un brivido correre lungo la mia schiena. "Pensavi di essere diversa, non è vero?"

La sua domanda mi colpì come un pugno nello stomaco. Non sapevo cosa rispondere. Ero confusa, arrabbiata, ma soprattutto, terribilmente spaventata.

"Perché?" chiesi, la voce tremante. "Perché mi hai tenuta all'oscuro di tutto? Perché Remus non mi ha mai detto chi sei davvero?"

Lui non rispose subito. Si fece avanti, lentamente, come se ogni suo movimento fosse studiato per mettere a fuoco la mia paura. "Remus," disse, come se la parola avesse un sapore amaro. "Non ha mai avuto il coraggio di dirti la verità, perché sapeva che ti avrebbe rovinato."

"Rovinato?" ripetei, il cuore che batteva forte. "Sei... sei mio padre?"

Un sorriso crudele si disegnò sulle sue labbra. "Sì, Megan. E tu sei destinata a diventare ciò che il tuo sangue ti chiede di essere."

Non riuscivo a respirare. Le parole di mio padre risuonavano nella mia mente come un'eco distorta. "Ma non voglio essere come te," sussurrai, guardandolo dritto negli occhi. "Non voglio essere come te."

Lui scosse la testa, come se avessi appena detto una sciocchezza. "Tu non hai scelta. È il tuo destino. E ora che mi hai trovato, non potrai più scappare."

Era una minaccia, ma anche una promessa. Ogni fibra del mio essere mi urlava di andarmene, di fuggire da quel posto, da quella persona, da quel destino che mi stava schiacciando.

Ma mentre mi giravo per cercare una via di fuga, sentii un'improvvisa presa sulla mia spalla. Era lui. Mio padre. Mi aveva afferrata con una forza che non avrei mai immaginato.

"Non scappare," mi disse, la sua voce più bassa, ma non meno minacciosa. "Il cammino che hai davanti a te è già segnato. Puoi combattere contro di me quanto vuoi, ma alla fine, sarai mia."

Mi guardò un'ultima volta, come se volesse imprimere il suo volto nella mia memoria. Poi, con un movimento repentino, mi spinse indietro, facendomi cadere a terra.

E mentre mi rialzavo, con le lacrime agli occhi e il cuore in subbuglio, capii una cosa. Non avevo più nessuna via di fuga.

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