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Durante la cena, l'atmosfera era pesante. Il suono delle posate che colpivano i piatti riempiva il silenzio, mentre i miei pensieri si accavallavano, ancora turbati da quello che era successo. La mia mente oscillava tra Thomas e Draco, cercando di capire cosa fare, come giustificare le mie azioni, quando all'improvviso sentii una battuta che mi fece rabbrividire.

Draco, con un sorriso beffardo, si rivolse a Thomas: "Sai, è curioso come tu, che sei sempre così geloso, non ti accorga mai di quanto Megan riesca a renderti un uomo patetico. Che ironia, vero?"

Il suo tono era schernitore, e la battuta lo colpì più di quanto avesse intenzione di farlo. Thomas strinse i denti, lo sguardo di fuoco fisso su Draco, pronto a scattare. "Non parlare mai più di lei così," ringhiò, la voce bassa e pericolosa.

La tensione tra i due era palpabile, e io sentivo il mio cuore battere forte. In quella frazione di secondo, il caos che avevo cercato di evitare sembrava inevitabile. Voldemort, seduto alla testa del tavolo, osservava la scena con un'espressione di disinteresse che nascondeva una rabbia crescente.

Quando Draco si mise a ridere, ignorando l'avvertimento di Thomas, l'aria si fece più densa, più pericolosa. "Oh, ma è vero, vero? Chi ti ha mai insegnato a trattare una donna, Thomas? Perché non sembri affatto all'altezza."

Fu come se un interruttore fosse scattato. In un istante, Voldemort alzò gli occhi da sotto il suo cappuccio e fissò i tre di noi. La sua voce, fredda e autoritaria, risuonò nella stanza. "Cosa sta succedendo qui?"

Il suo sguardo passò prima su Draco, poi su Thomas, e infine si fermò su di me. La sua espressione era impassibile, ma l'aria intorno a lui tremava di un'energia maligna.

"Perché il mio sangue, la mia carne," iniziò, la sua voce carica di delusione, "sta alimentando questa farsa di amore e gelosia?" Il silenzio nella sala si fece assordante.

Thomas e Draco non osarono rispondere. Io, paralizzata, non riuscivo a distogliere lo sguardo dal padre, il volto freddo di chi non perdona.

"Lei è mia figlia," continuò Voldemort, la voce ormai metallica, "eppure vedo che i miei stessi alleati stanno cercando di corromperla. Lei... ha scelto di tradirmi così? Con questi due idioti?"

La sua furia era visibile, ma quello che mi fece tremare di più non fu la sua rabbia, ma la delusione che si rifletteva nei suoi occhi. Sentivo che ogni parola che pronunciava mi stava ferendo più di un colpo fisico.

"Voglio che entrambi vadano via," disse, guardando Thomas e Draco con un disprezzo che non lasciava spazio a repliche. "Nessuno qui è degno di stare accanto a mia figlia."

Io sentii le gambe cedere sotto di me, ma riuscii a mantenere una parvenza di controllo. "Padre, ti prego," sussurrai, cercando di non farmi sopraffare dalla paura. "Non sono... non sono come pensi."

Voldemort mi fissò, le sue labbra strette in una linea sottile. "Silenzio," comandò, il suo tono gelido. "E tu," aggiunse, rivolgendosi a Thomas, "tu che sei tanto bravo a insegnare a Megan cosa significa tradire la sua famiglia, non avrai più una possibilità di entrare in questa casa. E tu," disse poi a Draco, con un sorriso che non giungeva mai agli occhi, "pensi di essere degno di lei? Bene, prova a dimostrarlo."

Draco, come se fosse stato scosso da una scossa elettrica, non rispose, ma si alzò lentamente, il viso impassibile. Thomas non era da meno: il suo volto era tirato, ma non mostrava segni di paura. Solo rabbia, un'espressione che faceva capire che, nonostante tutto, non avrebbe mai accettato di essere trattato in quel modo.

"Non faremo più errori, mio signore," disse Thomas con voce calda, che sembrava più una minaccia che una promessa.

Il tono di Voldemort, tuttavia, non ammetteva repliche. "Spero che tu non lo faccia, Thomas. Ma ricorda: un passo falso, e non avrai mai una seconda possibilità."

La tensione era ormai insostenibile. Voldemort si alzò, indicando la porta con un gesto del suo bastone. "Ora andate. E non osate tornare se non vi è permesso."

Io guardai entrambi, sentendo il peso della mia impotenza, e poi, con uno sguardo straziato, mi alzai anch'io, lasciando la cena e ritirandomi nei miei pensieri. Non avevo scelta, ma sapevo che quello che avevo appena vissuto sarebbe cambiato tutto.

Voldemort mi guardò con occhi di fuoco mentre mi accompagnava con passo deciso nello studio. La porta si chiuse con un suono metallico che rimbombò nelle mie orecchie, creando una sensazione di claustrofobia. La stanza era immersa in un'ombra spessa, il suo arredamento scuro e austero, come se ogni angolo fosse stato progettato per riflettere la sua natura fredda e calcolatrice. Non c'era spazio per i sentimenti lì, solo per il potere e la sofferenza.

Mi sentii piccola e impotente mentre lui si sistemava dietro la sua scrivania, il volto in un'espressione di disprezzo assoluto. "Ora parliamo," disse, la voce bassa, minacciosa. "Dimmi, Megan, cosa sta succedendo nella mia casa?"

Non osai rispondere subito. Le parole mi si attorcigliarono nella gola, ma alla fine, dopo un lungo respiro, parlai. "Padre, ti prego, ascoltami. Non è come pensi." Cercai di mantenere un tono calmo, ma la paura era palpabile.

Voldemort sollevò una mano, facendo un gesto imperioso per farmi continuare. "Dicono che hai tradito la tua famiglia. Che ti sei allontanata da me, da quello che mi rappresento, per un gioco stupido. Spiegami, allora, cosa c'è di vero in questo."

"Non è un gioco, padre," risposi, la voce tremante ma decisa. "È vero che sono stata con Thomas, ma è... è diverso da come pensi. Non lo vedo come un alleato, non come gli altri che mi circondano. È solo... lui è diverso." Feci una pausa, cercando di non tradire i miei sentimenti. "Io... io e lui stiamo insieme da quando sono arrivata qui. Non è un capriccio. È reale."

Voldemort strinse i denti, il suo volto diventando ancora più pallido. La sua calma apparente nascondeva una furia che lo consumava. "Quindi, mi stai dicendo che hai scelto uno dei miei seguaci. Uno che ha giurato fedeltà al mio nome. E ora, tradisci la tua stessa carne e sangue per lui?"

La sua voce si fece più tagliente, e ogni parola che pronunciava sembrava colpirmi come un pugno. "Pensi davvero che io possa accettare che tu mi tradisca così? Che tu scelga di stare con qualcuno che serve me solo per il potere che posso offrirgli? Pensavi davvero che avrei chiuso un occhio su tutto questo?"

Non riuscivo a guardarlo negli occhi, ma dovevo continuare. "Non è così, padre. Non lo faccio per il potere. Lo amo... lo amo per quello che è. È più di un servitore per me. Non è solo un alleato."

La rabbia sul suo volto aumentò esponenzialmente. "Non lo sopporto, Megan," disse con voce bassa e minacciosa, le parole che uscivano dalla sua bocca come veleno. "Tu sei mia figlia. E non accetto che tu ti abbassi a fare una cosa del genere. Thomas... lui non è degno di te. Non è degno di essere in questa famiglia."

Provai a fare un passo in avanti, ma Voldemort sollevò una mano, fermandomi. "Non avrai più contatti con lui," ordinò, la sua voce roca di rabbia. "E se pensi che io ti permetterò di continuare questa farsa, ti sbagli di grosso. Mi hai deluso, Megan. E non so se riuscirò a perdonarti."

Non ero più in grado di rispondere, la paura mi paralizzava. Le sue parole erano come un macigno che mi schiacciava il petto. Sapevo che la delusione che provava nei miei confronti non sarebbe stata facilmente superata. Non mi aspettavo che mi perdonasse, ma speravo almeno che potessimo trovare un modo per riavvicinarci.

Invece, mi guardò ancora una volta, il suo sguardo un misto di disprezzo e amarezza. "Tornerai ad Hogwarts, ma sappi che tutto quello che hai costruito qui, tra di noi, è finito. Sei mia, e lo sarai sempre, ma questo non ti dà il diritto di disobbedirmi."

Non disse altro. Mi fece un cenno con la testa e si alzò dalla scrivania, come a voler indicare che la conversazione era finita. Io rimasi lì, incapace di muovermi, sentendo l'intero peso della sua rabbia gravare su di me.

Quando finalmente uscii dallo studio, sentivo una profonda tristezza dentro di me, una tristezza che mi divorava. Non avevo più idea di come affrontare la situazione. Mi sentivo come se tutto fosse stato distrutto, e non sapevo se c'era ancora una via di ritorno.

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