Baker mi condusse su per le scale della villa, il suo passo leggero e silenzioso come sempre. Ogni corridoio che attraversavamo era pieno di polvere e silenzio, come se anche la casa avesse smesso di vivere insieme a me. La mia mente continuava a girare in un vortice confuso, ma c'era una sorta di serenità nell'aria che mi avvolgeva, come un abbraccio caldo in mezzo al freddo pungente.
Arrivammo finalmente alla camera. La porta si aprì con un cigolio lieve, e quando entrai, fui accolta da un odore familiare, quello di polvere e legno antico. La stanza era spaziosa, arredato con mobili scuri e pesanti, di quelli che avrei immaginato in un'epoca passata, eppure c'era qualcosa di rassicurante in quel vecchio stile. Sapevo che la mia madre non era mai stata veramente qui, ma la sua presenza sembrava riempire l'aria.
Baker andò dritta verso un armadio grande, uno di quelli che sembravano più un cimelio che un mobile pratico. Con un movimento esperto, lo aprì e, dopo aver rovistato tra le pieghe della stoffa, prese un vestito da una delle grucce. Era di un materiale pesante, color porpora scuro, ricamato con motivi che sembravano appartenere a un'altra epoca: pizzi sottili, rasi lucidi e piccole perle che riflettevano la poca luce nella stanza.
"Non sono molto moderni," disse Baker, notando il mio sguardo perplesso, "ma sono gli unici che ho trovato. Sono vestiti che appartenevano a una signora della famiglia Wilson, molti anni fa. Spero possano andare bene."
Mi sentii stranamente sollevata. Non importava se erano fuori moda o se non avevano nulla a che fare con il mio mondo. Mi sentivo come se avessi bisogno di qualcosa che mi separasse, anche se solo per un istante, dalla vita che mi perseguitava, dalla figura di mio padre che mi stava schiacciando.
"Grazie," dissi, con un filo di voce, mentre mi avvicinavo al letto e mi sedevo. Baker si avvicinò con delicatezza, ponendo il vestito sul letto accanto a me.
"Vi aiuto a cambiarvi?" chiese lei, ma io scossi la testa.
"No, posso farlo da sola," risposi, mentre prendevo il vestito. La sua presenza sembrava più una consolazione che una costrizione, ma sapevo che in quel momento avevo bisogno di stare sola, di riflettere su quello che stava succedendo. Non ero pronta a tornare alla realtà, non subito.
"Quando siete pronta, vi aspetterò fuori," disse Baker con voce gentile, prima di uscire dalla stanza e chiudere la porta dietro di sé.
Restai sola, guardando il vestito. Mi sentivo stranamente piccola in quella stanza, come se fossi tornata indietro nel tempo. Il vestito era lussuoso, ma lo indossavo come una maschera, qualcosa che non apparteneva più a me. Mi alzai lentamente e cominciai a cambiarmi, cercando di mettere insieme i frammenti del mio passato che, in un modo strano, sembravano tornare alla luce.
Mi guardai nello specchio, con l'abito che scivolava delicatamente sulla mia pelle. Il tessuto pesante mi avvolgeva, rendendomi quasi irreale, come se fossi entrata in un'altra epoca, lontana da tutto quello che mi aveva definito fino a quel momento. Il vestito, pur così fuori dal mio tempo, mi faceva sembrare una principessa. I ricami dorati risplendevano appena sotto la luce fioca della stanza, mentre le perle che decoravano il corpetto mi facevano sentire come se avessi indossato un frammento del passato, un'eredità che non avevo mai davvero voluto accettare.
Sospirai, il mio respiro che si mischiava all'aria fredda che scivolava dai finestroni della stanza. Mi girai lentamente, e con passo lento, lasciai la camera, attraversando i corridoi di villa Wilson. Le pareti, ricoperte di arazzi che raccontavano storie di generazioni passate, sembravano osservare ogni mio movimento, ma in un modo quasi affettuoso, come se volessero che facessi parte di quel mondo dimenticato.
Mentre camminavo, mi sentivo sempre più straniera in quel posto che, pur appartenendo alla mia famiglia, non avevo mai conosciuto veramente. Poi, arrivando in un corridoio buio, mi fermai di colpo. I miei occhi si posarono su un quadro che non avevo notato prima. La figura ritratta sembrava fuori posto, tra tutte le decorazioni che adornavano le pareti di quella casa. Era un uomo anziano, con lunghi capelli bianchi e una barba che sembrava avvolgere il suo volto come un manto. Ma non era la sua età che mi colpiva. Era il suo sguardo. Quegli occhi penetranti, che sembravano scrutare l'anima di chiunque li guardasse.
Il quadro lo raffigurava come un uomo imponente, vestito con abiti d'epoca, il volto sereno ma anche deciso, come se sapesse tutto ciò che sarebbe accaduto. Non c'erano dubbi: quello era Merlino. Il mio bisnonno.
Il mio cuore accelerò un po' nel riconoscere quell'immagine, un misto di orgoglio e timore. Merlino, la figura leggendaria che aveva plasmato il destino della mia famiglia e del mondo intero. Non avevo mai conosciuto molto di lui, non mi era stato mai raccontato molto della sua parte nella mia vita. Ma vederlo lì, così reale e vicino, mi fece sentire un legame che non avevo mai percepito prima. Mi avvicinai al quadro, i miei occhi incrociarono il suo sguardo magnetico.
Non c'era un'intenzione di parlare, ma sentii una voce, come un sussurro nella mia mente: "Non sei mai sola, Megan. Il nostro sangue ti guiderà, anche quando tu non lo capirai."
Mi scossi, come se una corrente mi avesse attraversato. Il quadro restò silenzioso, ma il suo sguardo sembrava continuare a seguirmi. Non avevo mai pensato che la magia di Merlino potesse ancora influenzarmi così direttamente, come se quella connessione non fosse solo un ricordo, ma qualcosa di vivo dentro di me.
Mi allontanai, continuando a camminare nei corridoi della villa. Ma il suo volto non se ne andò dalla mia mente, e una strana sensazione di pace, e al contempo di inquietudine, mi accompagnò mentre mi dirigevo verso un altro angolo della casa.
Le urla squarciarono l'aria silenziosa della villa, così forti e strazianti che mi fecero gelare il sangue nelle vene. Il suono era strano, come un misto di dolore e rabbia, che riecheggiava attraverso le pareti antiche. Il cuore mi batté forte nel petto, e per un istante, mi paralizzai, incapace di capire cosa stesse accadendo.
Nonostante la paura, mi spinsi verso la porta che dava sul giardino, correndo a passo veloce, i passi quasi silenziosi sulla neve fresca. Mentre attraversavo i cortili della villa, le urla continuarono a risuonare, ma non riuscivo più a distinguerne l'origine. Quando uscii nel giardino, lo spettacolo che mi si presentò davanti agli occhi fu qualcosa che non avrei mai immaginato.
I Mangiamorte. Erano lì, sparsi nel giardino, con le loro vesti nere e i volti nascosti dalle maschere. Alcuni erano inginocchiati, altri si muovevano con calma, come se stessero per compiere un rituale. Ma ciò che mi fece rabbrividire fu il corpo che giaceva disteso sul terreno. Era Baker, l'elfa domestica che mi aveva aiutato a vestirmi e mi aveva trattato con gentilezza. Il suo corpo era rigido, pallido, e il sangue le macchiava la tunica. Era morta.
Un dolore acuto mi lacerò il cuore. Non riuscivo a credere a quello che vedevo. La furia che provavo nei loro confronti mi prese all'improvviso, come un'onda travolgente.
Nel panico, senza rendermene conto, la magia che stava crescendo dentro di me esplose. Il mio corpo si trasformò in un battito d'ali, e in un istante, mi ritrovai a volare sopra il giardino, un drago dalle scaglie nere e lucenti. Il mio respiro divenne più profondo, e la paura che avevo provato prima si mescolò con un potere oscuro che non avevo mai sperimentato.
Mi guardai brevemente, il mio enorme corpo scintillante tra la neve, le ali che sbattevano con forza, e la visione di quello che stavo diventando mi colpì come un pugno allo stomaco. Non riuscivo a controllarmi. La forza di quella trasformazione era qualcosa che non avevo mai pensato di possedere. Il drago che ero diventata aveva la mia stessa furia, e la mia mente si affannava cercando di dominare ciò che stavo diventando.
Mi spaventai ulteriormente. Non solo perché non avevo mai volato come un drago, ma per il fatto che qualcosa di così oscuro e potente stava prendendo il controllo di me. Il mondo sotto di me diventava più piccolo mentre spiccavo il volo. Senza una meta precisa, mi sollevai più in alto, attraverso il cielo notturno, lontano da tutto.
Il vento mi lacerava la pelle mentre sorvolavo il paesaggio innevato, il terrore che mi stava invadendo ogni fibra del mio essere. Non volevo essere quella persona. Non volevo essere quel drago. Volevo solo fuggire, allontanarmi da quel mondo che mi stava imprigionando.
Volevo essere di nuovo me stessa.
STAI LEGGENDO
L'erede di Merlino
FanfictionAudrey Wilson è la nipote del grande mago Merlino. Cadrà nella trappola di Tom Riddle. La sua impulsivtà la metterà nei guai e il giovane Riddle ne approfitterà. Tuttavia Audrey lascerà un'eredità più grande e pericolosa di quanto lei o Lord Voldemo...
