Il salotto privato era illuminato solo dal bagliore di un camino, le fiamme danzavano silenziose, proiettando ombre tremolanti sulle pareti di pietra scura. L'atmosfera era quasi irreale rispetto alla festa che continuava nella sala principale: il suono ovattato della musica e delle voci allegre sembrava lontano anni luce.
Mi sedetti su una poltrona di velluto scuro, le mani intrecciate sul grembo mentre aspettavo che mio padre parlasse. Aveva le spalle rivolte a me, il volto rivolto verso il fuoco, come se stesse riflettendo. Dopo un lungo silenzio, si voltò, i suoi occhi freddi che incontrarono i miei.
"Non ti ho chiamata qui per rimproverarti, Megan."
Quelle parole mi colsero di sorpresa. Mi aspettavo una nuova lezione sulla mia condotta, su come il mio comportamento fosse stato inadeguato, su come non avessi capito ancora il mio posto nel mondo. Invece, il suo tono era quasi... solenne.
Si avvicinò, e con un gesto lento fece comparire un piccolo cofanetto scuro sul tavolino davanti a me. Il legno era intagliato con simboli antichi che non riconoscevo, e un sottile filo d'argento ne decorava i bordi. Il mio respiro si fece più lento.
"Aprilo."
Esitai solo un secondo prima di obbedire. Le mie dita scivolarono sul legno liscio prima di sollevare il coperchio.
Dentro, su un cuscino di velluto, brillava un anello antico. Un cerchio d'oro annerito dal tempo, con una pietra nera incastonata al centro. La superficie sembrava quasi pulsare, come se contenesse qualcosa di vivo.
Lo conoscevo. Lo avevo visto nei libri di storia della magia, nei racconti di oggetti potenti e maledetti. L'anello dei Gaunt.
Il mio sguardo scattò su mio padre, che mi osservava con un'intensità glaciale.
"È tuo, Megan."
Le parole mi lasciarono senza fiato.
"Perché?" sussurrai, quasi temendo la risposta.
Voldemort si sedette sulla poltrona di fronte a me, le dita sottili intrecciate tra loro. "Perché tu sei la mia erede."
Senza pensarci, mi alzai dalla poltrona e mi avvicinai a lui, un impulso irrefrenabile che mi spingeva a fare qualcosa di inaspettato, qualcosa che nemmeno io riuscivo a spiegarmi. Mi fermai appena prima di raggiungerlo, ma in un istante ero tra le sue braccia, sentendo il suo corpo rigido e freddo sotto di me. Non ci abbracciavamo mai, eppure in quel momento tutto sembrava più... umano.
Lui, in un primo momento, rimase immobile, ma poi, lentamente, passò una mano sulla mia testa, accarezzandomi i capelli con un gesto che sembrava quasi incerto.
"Ci sarò sempre per te," sussurrò, il tono della sua voce più morbido di quanto avessi mai sentito. "Anche se finora non ci sono mai stato ti prometto che rimedierò."
Lì, tra le sue braccia, sentivo una morsa di emozioni contrastanti: una parte di me desiderava ardentemente il suo affetto, ma un'altra parte sapeva che quell'abbraccio non avrebbe mai potuto colmare il vuoto che sentivo. La sua presenza era imponente, ma anche distante. Non c'era calore vero, solo una freddezza che, in un certo senso, mi faceva sentire ancora più sola.
Ma quella sua carezza, quel piccolo gesto di protezione, mi fece sperare che, forse, ci fosse ancora un modo per essere accettata, per trovare un po' di pace tra tutte le tempeste che mi avevano travolto fino a quel momento.
La festa continuava, ma io non riuscivo più a sopportarla. L'aria era densa, soffocante, e il calore della sala sembrava opprimente. Avevo bisogno di allontanarmi da tutto, di trovare un posto dove potessi essere da sola per un momento. Mi scusai con un sorriso forzato e, senza dire una parola, mi allontanai dalla sala. Sentivo il battito del mio cuore accelerare mentre attraversavo i corridoi silenziosi del castello, lontana dai rumori festosi e dalle risate che risuonavano alle spalle.
Quando arrivai nella mia stanza, chiusi la porta con delicatezza, ma con una determinazione che non riuscivo a mascherare. Mi sentivo esausta, sia fisicamente che emotivamente, e avevo bisogno di riprendere fiato. Mi lasciai cadere sul letto, sentendo la pesantezza del giorno sopra di me, ma, nonostante la stanchezza, c'era qualcosa che dovevo fare. Qualcosa che non potevo ignorare.
Mi alzai lentamente, sguardo fisso a terra, mentre mi avvicinavo al piccolo angolo dove avevo nascosto i regali. Li avevo scelti con cura, con l'intento di dimostrare qualcosa che nemmeno io ero del tutto sicura di comprendere. I regali per Thomas e Draco erano piccoli, ma significativi. Forse un gesto insignificante, ma per me, in quel momento, era tutto quello che avevo da offrire. La paura che mi accompagnava ogni giorno sembrava voler allontanarmi da loro, ma non volevo. Non potevo.
Con una rapidità quasi furtiva, presi i pacchetti e, senza fermarmi nemmeno un attimo per pensare, uscii dalla stanza e mi avvicinai alle porte delle loro camere. Lasciai i regali, uno davanti alla porta di Draco, l'altro davanti a quella di Thomas. Non li avrebbero mai saputi da chi provenivano, ma, per me, era un modo per dire qualcosa che non avevo mai trovato il coraggio di esprimere a voce.
Mi ritirai velocemente, i passi leggeri, come se avessi appena fatto qualcosa che non poteva essere visto, e mi rifugiai di nuovo nella mia stanza. Ma non riuscivo a evitare un senso di inquietudine che mi attanagliava.
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L'erede di Merlino
FanfictionAudrey Wilson è la nipote del grande mago Merlino. Cadrà nella trappola di Tom Riddle. La sua impulsivtà la metterà nei guai e il giovane Riddle ne approfitterà. Tuttavia Audrey lascerà un'eredità più grande e pericolosa di quanto lei o Lord Voldemo...
