Mi svegliai lentamente, un po' disorientata, con la testa che pulsava lievemente, come se fossi stata sopraffatta da un sogno che non riuscivo a ricordare del tutto. Guardai intorno a me e subito mi accorsi che non ero nel mio letto, ma in una stanza che mi era familiare, eppure stranamente diversa. La luce fioca del mattino filtrava dalle tende, e il mobilio, sobrio e ordinato, sembrava appartenere a qualcuno che amava la tranquillità e l'ordine.
Era la stanza di Remus.
Il cuore mi batteva forte nel petto, e l'istinto mi fece alzare di scatto, ma una leggera sensazione di vertigine mi costrinse a rimanere dove ero. Mi guardai attorno, cercando di capire cosa fosse successo. Non ricordavo come ci fossi arrivata, ma le sensazioni della notte precedente mi tornarono alla mente in un lampo: i dissennatori, la paura, il conforto di Remus... e poi il vuoto.
Mi portai una mano alla fronte, come se volessi allontanare il peso della confusione, ma non riuscivo a concentrarmi su nulla. La stanza era silenziosa, il silenzio che la circondava sembrava avere un peso proprio. Non c'era nessuno lì con me, e non sapevo se Remus fosse uscito o se fosse rimasto in un angolo, osservandomi mentre cercavo di orientarmi.
Mi alzai dal letto con un respiro profondo e guardai me stessa: indossavo ancora i vestiti di ieri, un po' sgualciti, ma niente sembrava anomalo. Nessuna traccia evidente di quello che era successo, ma il ricordo della paura era ancora lì, forte e pungente.
Improvvisamente, la porta si aprì, e Remus entrò nella stanza, come se avesse sentito il mio movimento.
"Buongiorno," disse con una voce calma, ma con gli occhi che scrutavano attentamente ogni mio movimento. "Come ti senti?"
Lo guardai, sentendo un groppo in gola. "Non... non lo so. Non ricordo come sono finita qui," dissi, cercando di sembrare meno vulnerabile di quanto mi sentissi.
Remus mi osservò per un momento, poi annuì come se avesse capito tutto senza bisogno di parole. "Ti ho portato qui dopo che ti sei faintita a causa dei dissennatori. Volevo che fossi al sicuro. E stavi tremando così tanto che ho pensato fosse meglio che rimanessi qui, finché non ti fossi ripresa."
Le sue parole erano dolci, ma una parte di me si sentiva un po' in colpa. Non avrei dovuto mettere Remus in questa posizione. Lui aveva già fatto abbastanza per me. Ma non riuscivo a non voler credere che, forse, in qualche modo, il suo affetto potesse farmi sentire più sicura.
"Mi dispiace," mormorai, senza sapere bene perché. "Non volevo essere un peso."
"Non sei un peso," rispose lui con gentilezza, avvicinandosi. "Sei una persona a cui tengo molto. Non è mai un peso occuparsi di qualcuno che ti importa."
Le sue parole mi toccarono più di quanto avrei voluto ammettere. Cercai di distogliere lo sguardo, ma la sua presenza era rassicurante e confortante, proprio come quando ero piccola. Mi sembrava che, nonostante tutto, ci fosse ancora una connessione tra noi, una connessione che non avrei mai potuto spiegare completamente.
Ma c'era anche un altro pensiero che mi turbava: avevo vissuto per anni cercando di capire cosa fosse veramente accaduto, cosa avessi dentro di me, chi fossi davvero, e ora, tutto sembrava confuso, come se stessi cercando di ricostruire pezzi di un puzzle che non riuscivo a mettere insieme. E, nonostante avessi trovato una certa sicurezza in Remus, dentro di me non potevo fare a meno di sentirmi come se fossi destinata a camminare su un filo sottile, sempre incerta su cosa sarebbe accaduto dopo.
"Stai bene?" chiese di nuovo Remus, interrompendo i miei pensieri.
Mi strinsi nelle spalle, cercando di nascondere la mia incertezza. "Sì," risposi, anche se non ero sicura se fosse la verità. Ma non volevo che vedesse quanto stavo lottando dentro di me.
"Va bene," disse, come se avesse letto la mia risposta e avesse scelto di non insistere. "Prenditi il tempo che ti serve. Quando sarai pronta, parleremo."
Mi guardò un attimo più a lungo, come se fosse in attesa di qualcosa che non potevo offrire, e poi uscì dalla stanza, lasciandomi sola con i miei pensieri.
Mi alzai lentamente dal letto, cercando di scuotermi di dosso il torpore che ancora mi avvolgeva. Il mattino sembrava più freddo di quanto mi aspettassi, e il silenzio nella stanza di Remus era ovattato. Una volta sistemato il mio aspetto, mi diressi verso la sala comune per scendere a fare colazione. Avevo bisogno di un po' di normalità, anche se sapevo che sarebbe stato difficile trovarla in mezzo a tutta quella confusione.
Quando entrai nella sala comune, i ragazzi si stavano preparando per la colazione. Alcuni chiacchieravano, altri si affrettavano a prendere qualcosa da mangiare. Mi fermai per un momento all'ingresso, cercando di orientarmi, e lì lo vidi. Thomas era seduto al solito tavolo, chiacchierando con alcuni dei suoi amici, ma quando mi vide entrare, il suo sguardo si fermò su di me, come se qualcosa non fosse in ordine.
"Allora?" mi chiese, alzando un sopracciglio con un sorriso curioso. "Dove sei finita stanotte? Non ci siamo visti dopo cena. Di solito non è da te sparire senza dire nulla."
Il suo tono era scherzoso, ma c'era una leggera preoccupazione nel suo sguardo, come se fosse sorpreso dal mio comportamento. Ogni volta che ci separavamo alla sera, finivamo sempre per rivederci prima di dormire, anche solo per scambiarci un sorriso o qualche parola.
Mi accigliai, sentendo una fitta di nervosismo crescere dentro di me. Non volevo mentire a Thomas, ma non sapevo nemmeno come spiegargli tutto quello che era successo. La mia mente era ancora un caos, tra i dissennatori, Remus e le rivelazioni di mio padre. Non avevo alcuna idea di come avrei potuto raccontargli la verità, eppure qualcosa mi diceva che non sarei riuscita a nascondergliela ancora per molto.
"Ho... avuto una lunga notte," dissi infine, cercando di sembrare il più naturale possibile, ma il mio sguardo tradiva la tensione che sentivo. "Ho avuto bisogno di riprendermi, tutto qui."
Thomas mi guardò con una lieve smorfia, non completamente convinto, ma accettò la risposta senza fare troppe domande. "Speravo di vederti più tardi," aggiunse, quasi in tono di rimprovero, ma senza fare troppa pressione. "Comunque, tutto bene?"
"Si, tutto bene," risposi, cercando di mantenere il sorriso mentre mi sedevo al tavolo accanto a lui. Ma mentre lo facevo, non potevo fare a meno di sentire quel peso in più dentro di me. La verità era troppo difficile da spiegare, troppo grande per essere messa in parole.
"Sei sicura?" Thomas insistette, guardandomi dritto negli occhi. "Sembri... diversa."
Mi fermai un istante, ma poi, per non farlo preoccupare troppo, cambiavo argomento. "Sì, solo un po' stanca," risposi, cercando di sembrare più convincente. "Ma niente di grave."
Non volevo che Thomas sapesse cosa stavo davvero attraversando. Non volevo che nessuno lo sapesse, nemmeno lui, perché dentro di me c'era una parte che sentiva come se stessi camminando su un filo sottile, e se qualcuno avesse scoperto la verità, tutto sarebbe potuto crollare.
Thomas sembrò accettare la risposta e riprese a mangiare, ma la sua attenzione su di me non si spezzò completamente. Non era il tipo da lasciare le cose irrisolte, ma sembrava capire che c'era qualcosa di più che non riuscivo a dire. Mi chiesi per un momento se, magari, fosse lui la persona che avrebbe potuto capire, che sarebbe riuscito ad aiutarmi a mettere insieme tutti i pezzi. Ma subito scacciavo quel pensiero. Non potevo permettermi di essere vulnerabile. Non ancora.
Mentre il chiacchiericcio della sala comune riprendeva intorno a me, sentivo la mia mente vagare ancora una volta verso i problemi che non potevo risolvere, la verità che non potevo rivelare. Il mio cuore continuava a battere più forte del normale, e mi chiedevo, più che mai, quanto fossi disposta a sacrificare per nascondere ciò che ero diventata.
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L'erede di Merlino
FanficAudrey Wilson è la nipote del grande mago Merlino. Cadrà nella trappola di Tom Riddle. La sua impulsivtà la metterà nei guai e il giovane Riddle ne approfitterà. Tuttavia Audrey lascerà un'eredità più grande e pericolosa di quanto lei o Lord Voldemo...
