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Il ballo di Natale a Villa Riddle era un evento sontuoso, che trasudava eleganza e potere. Le luci scintillavano ovunque, riflettendosi su drappeggi di velluto nero e oro, mentre l'aria era pregna di una tensione silenziosa che aleggiava su tutti i presenti. I Mangiamorte erano sparsi per la sala, vestiti con abiti altrettanto raffinati, ma con un'ombra di inquietudine nei loro sguardi. Sapevano che non c'era spazio per errori in quella casa.

Il mio cuore batteva forte nel petto, il suono che mi accompagnava come una melodia di paura e desiderio. Mi avvicinai al grande salone, dove la musica suonava in sottofondo, mentre le coppie si muovevano con grazia, ballando con eleganza. La sala era così imponente che tutto ciò che mi circondava sembrava avvolto da una nebbia di ostilità. Ma in quel momento, la mia attenzione fu catturata da una figura che si avvicinava: Thomas.

Lui mi guardò con quegli occhi scuri che, per un attimo, sembrarono lasciarmi senza respiro. C'era qualcosa nel suo sguardo che mi faceva sentire allo stesso tempo amata e prigioniera. La sua presenza era un riflesso del caos che avevo dentro, ma in quel momento, c'era anche una sensazione di sollievo. Thomas mi strinse delicatamente la mano, conducendomi al centro della sala. La sua mano calda sulla mia sembrava voler promettere qualcosa che non avrei mai avuto, ma che, per una frazione di secondo, mi illudevo di poter tenere.

Draco era al mio fianco, ma anche lui non riusciva a nascondere il suo malessere. Il suo sguardo di ghiaccio era fisso su Thomas, ma non osava fare una mossa. Non questa volta. Non con la presenza di mio padre.

"Dobbiamo fare finta che nulla sia successo," disse Thomas a bassa voce, mentre il suono della musica ci avvolgeva. La sua voce era rassicurante, ma anche vuota di significato. Cosa significava, fare finta?

Draco guardò entrambi, il suo sorriso crudele scomparve mentre si avvicinava. "Non vedo perché dovreste fare finta," disse, con un tono che tradiva una gelosia latente. "In fondo, siamo tutti qui, giusto?"

Non risposi, ma il mio cuore cominciò a battere più velocemente, una tempesta di emozioni che mi stava sopraffacendo. Non volevo essere qui, intrappolata tra due mondi che non mi appartenevano. Non volevo essere la pedina di un gioco che non avevo scelto. Eppure, ogni movimento, ogni gesto che facevo, sembrava essere determinato dalle mani di qualcun altro.

La musica cambiò, e il ritmo si fece più rapido. Le coppie si spostavano, i passi diventavano più decisi. E proprio quando pensavo che il tutto sarebbe esploso, Voldemort fece la sua comparsa.

Il suo arrivo non passò inosservato. Ogni coppia si fermò, tutti i discorsi cessarono e una tensione palpabile riempì la sala. Lui camminava con la sua solita maestosità, la sua presenza che dominava lo spazio, la sua aura di potere che sembrava congelare l'aria.

Mi guardò, e per un istante i suoi occhi si posarono su di me. La sua espressione era impossibile da decifrare, ma sentii una fitta di paura al petto.

"Figlia mia," disse, la sua voce tagliente, "spero che tu stia facendo onore alla tua famiglia questa sera."

Il suo sguardo si posò su Thomas e Draco, e per un attimo, sembrò che le parole non riuscissero a uscire dalla sua bocca. L'aria era densa di aspettativa. Ma quando parlò di nuovo, la sua voce fu più calma, ma altrettanto pericolosa.

"Mi aspetto che tu mantenga il controllo, Megan," continuò. "La tua posizione qui non è un gioco. Ogni passo che fai deve essere accuratamente calcolato. Non ti permetterò di fare altro che onorare il mio nome e la mia eredità."

Mi sentii come una bambola in mano a un burattinaio, incapace di fuggire o di agire secondo la mia volontà. Eppure, in quel momento, sotto la superficie del mio viso impassibile, la rabbia e la paura si mescolavano, spingendomi a voler ribellarmi, a voler urlare, ma mi trattenni.

Il resto della serata sembrò un lungo, interminabile gioco di apparenze, dove ognuno di noi cercava di mascherare ciò che realmente provava. Thomas mi stringeva la mano, cercando di farmi sentire al sicuro, ma io sapevo che quella sicurezza era solo un'illusione. Draco, nel frattempo, osservava da lontano, la gelosia bruciava nei suoi occhi, ma lui rimaneva in silenzio, come un cagnolino in attesa di un ordine.

Voldemort si alzò dalla sua poltrona, richiamando l'attenzione su di sé. La musica si fermò per un attimo, il suono di un violino che si spegneva come un respiro trattenuto, e ogni occhiata nella sala si concentrò su di lui. L'atmosfera cambiò, diventando ancora più densa di quella paura che avevo imparato a conoscere. Era il momento, il suo momento, e nessuno osava muoversi.

La sua figura nera, alta e minacciosa, sembrava riempire ogni angolo della stanza mentre camminava verso di me. Un silenzio imbarazzante regnava ovunque, il respiro trattenuto di tutti gli ospiti che non osavano fare rumore. Quando arrivò davanti a me, i suoi occhi mi fissarono con una freddezza glaciale, un'espressione che mi fece sentire come se fossi completamente insignificante agli occhi del mondo. Ma non era così. Avevo un peso enorme su di me, un peso che solo lui poteva darmi.

"Vieni, figlia," disse con una voce che non ammetteva repliche. Non c'era calore in quelle parole, solo un comando. Non era più mio padre, non era più l'uomo che avevo sperato di conoscere. Era solo un essere spietato, il Signore Oscuro. E io, sua figlia, ero destinata a danzare al suo ritmo.

Mi alzai lentamente, sentendo l'aria gelida che mi circondava come una morsa. La sala sembrò vuotarsi per un istante, tutto attorno a me si fermò, e la musica ricominciò con un lento, ipnotico ritmo che sembrava volermi intrappolare. Mi posizionai davanti a lui, e il suo sguardo non lasciava il mio. Non c'era più spazio per dubbi, per esitazioni.

Mi prese per la vita, in un gesto freddo e preciso, come se stesse manovrando una marionetta. I suoi occhi si fissarono sui miei, come se cercassero di capire se ci fosse ancora qualcosa di umano in me, qualcosa che non fosse solo una pedina da muovere nel suo gioco. Ma io non volevo essere solo una pedina. Eppure, quando il nostro corpo si unì nel lento passo di danza, la mia mente si offuscò. Non riuscivo più a pensare a nulla se non a quella morsa che mi teneva imprigionata.

Il mio respiro era affannoso, ma non per il ballo. C'era qualcosa in quel momento che mi faceva sentire stretta in una prigione invisibile. Ogni passo che facevo sembrava essere calcolato, come se fossi una parte di qualcosa che non capivo più.

"Non temere, Megan," sussurrò, la sua voce che ora sembrava quasi soddisfatta. "Sarai sempre al mio fianco, anche quando non lo vorrai."

Le sue parole mi colpirono come una lama affilata, e il mio cuore si serrò. Non avevo mai voluto questo destino, ma non avevo scelta. La sua mano sulla mia schiena era gelida come la sua anima, e mi portava via, un passo dopo l'altro, come una marionetta che balla sulla sua musica.

Gli occhi di Thomas e Draco da lontano mi bruciavano, ma non potevo fare nulla per fermarli. Mi sentivo impotente, intrappolata tra la mia storia e ciò che mio padre voleva da me.

Il ballo continuò, interminabile, sotto l'occhio attento di tutti. Voldemort non staccò mai lo sguardo da me, come se fosse curioso di vedere quanto sarei riuscita a sopportare. E io, nonostante tutto, danzavo. Non per lui, non per nessuno, ma perché non avevo altra scelta.

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