15

11 2 0
                                        

La notte calò sulla villa Wilson come un mantello pesante e soffocante. Il silenzio era così profondo che potevo sentire il battito del mio cuore rimbombare nelle orecchie. Eppure, non riuscivo a dormire.

Quando finalmente chiusi gli occhi, il buio si trasformò in qualcosa di più denso, più opprimente. Un sogno-no, un incubo-mi trascinò in un mondo che non avevo mai visto, ma che mi sembrava stranamente familiare.

Ero in piedi in una stanza oscura e fredda. Le torce alle pareti ardevano di una fiamma verdastra, proiettando ombre inquietanti sul pavimento di pietra. Qualcuno era davanti a me, alto e imponente. Non potevo vederne il volto, ma il suo sguardo era su di me.

Sentivo la sua presenza come un veleno che si infiltrava nella pelle.

"Non hai bisogno di loro," sussurrò una voce fredda, priva di emozione.

Era come se il buio stesso mi parlasse.

"Tu sei mia, Megan."

Mi pietrificai. Quelle parole si attorcigliarono attorno alla mia gola come un nodo stretto.

Poi la figura si mosse. E finalmente lo vidi.

Tom Riddle.

Aveva i capelli scuri, il viso affilato e quegli occhi... non erano ancora i fessure cremisi che avevo sentito descrivere nelle storie sussurrate, ma il loro sguardo era gelido, perfettamente calcolatore. Era giovane, più giovane di quanto mi aspettassi, ma la sua aura trasudava potere e terrore.

Fece un passo avanti. Io volevo indietreggiare, scappare, ma il mio corpo non rispondeva.

"Sei nata per grandi cose."

La sua voce era un sibilo ipnotico.

"Sangue di Merlino. Carne della mia carne."

Un brivido mi percorse la spina dorsale.

"No..."

"Tu sei la mia erede."

Allungò una mano verso di me.

E poi, all'improvviso, il mondo esplose in fiamme verdi.

Mi svegliai di colpo, ansimando.

La stanza era buia, il mio respiro era irregolare, il cuore mi martellava nel petto come se volesse uscire. Avevo il corpo madido di sudore, eppure sentivo un gelo insopportabile avvolgermi.

Era stato solo un sogno. Solo un maledetto sogno.

Ma allora perché la paura non se ne andava?

Mi alzai di scatto dal letto. Dovevo parlare con Remus. Dovevo dirgli tutto.

Mi avvolsi nella vestaglia e uscii dalla stanza, i piedi scalzi che sfioravano il pavimento gelido del corridoio. La villa era immersa in un silenzio irreale, rotto solo dal crepitio lontano del fuoco in una delle sale. Le ombre danzavano sulle pareti, e per un attimo, ebbi l'irrazionale paura che qualcosa-qualcuno-mi stesse seguendo.

Accelerai il passo.

Remus era stato l'unico punto fermo nella mia vita. L'unico che mi aveva protetta, che mi aveva dato una parvenza di normalità. Se qualcuno poteva calmarmi, rassicurarmi, era lui.

Arrivai davanti alla porta della sua stanza e bussai con insistenza.

Nessuna risposta.

Aggrottai le sopracciglia e bussai di nuovo, più forte.

Ancora nulla.

Il mio respiro si fece più corto mentre abbassavo lentamente la maniglia. La porta si aprì senza resistenza.

La stanza era vuota.

Il letto perfettamente rifatto. Nessuna valigia. Nessun oggetto personale.

Solo il vuoto.

Mi voltai di scatto e quasi urlai quando vidi Baker dietro di me. L'elfa mi osservava con i suoi enormi occhi sgranati, le orecchie abbassate come se sapesse che la mia reazione non sarebbe stata delle migliori.

"Dov'è Remus?" chiesi, la voce più tagliente di quanto volessi.

Baker esitò.

"La signorina non deve preoccuparsi..."

"Dov'è?" ripetei, stringendo i pugni.

L'elfa abbassò lo sguardo. "Se n'è andato."

Il mondo smise di girare.

Le parole mi colpirono come un pugno nello stomaco.

"No," sussurrai, scuotendo la testa. "Non può... Remus non mi lascerebbe mai."

Baker sembrava a disagio. "Non è stata una sua scelta, signorina. Il tavolo di Merlino è sacro, solo i Wilson possono sedervisi... e il signor Lupin non è della famiglia. Non gli è stato permesso di restare."

Il mio cuore si fermò per un secondo.

Non gli è stato permesso di restare.

Era stato cacciato.

Mi sentii mancare l'aria.

Remus era sempre stato lì. Lui doveva essere lì. Non potevano semplicemente strapparmelo via come se niente fosse. Non dopo tutto quello che avevo scoperto. Non dopo quello che avevo sognato.

"Quando tornerà?" chiesi, ma già conoscevo la risposta.

Baker abbassò ancora di più lo sguardo.

"Non tornerà."

Mi sentii gelare.

L'aria nella stanza divenne improvvisamente soffocante. La mia mente rifiutava di accettare quelle parole. Era impossibile. Remus non mi avrebbe mai lasciata.

Eppure, lo aveva fatto.

Ero sola.

Sola con il peso del mio sangue. Sola in una casa che non conoscevo, circondata da ritratti di persone che non avevo mai incontrato e che non significavano nulla per me.

Sola con il nome di Riddle che mi bruciava addosso come un marchio.

L'erede di Merlino La tua prossima ossessione. Scoprilo ora