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Narcissa entrò nella mia stanza senza fare rumore. Aveva un'espressione gentile ma tesa, come se sapesse che non sarei stata felice di quello che stava per dirmi.

"Devi prepararti," disse piano.

Io ero ancora seduta sul letto, le braccia incrociate. "Per cosa?" chiesi, anche se in fondo lo sapevo già.

Lei si avvicinò, posando con delicatezza un vestito sul letto accanto a me. Era elegante, nero con ricami argento. Qualcosa che avrei potuto indossare a una festa... se fossi stata una Malfoy.

"Narcissa..." la mia voce era più debole di quanto volessi. "Perché mi stai aiutando?"

Lei abbassò lo sguardo, lisciandosi la stoffa della veste. "Perché so cosa significa non avere scelta."

Quelle parole mi colpirono più di quanto mi aspettassi.

Mi alzai e lasciai che mi aiutasse a vestirmi. Il tessuto era morbido sulla pelle, ma mi sentivo a disagio. Come se non appartenessi a quei vestiti, come se non appartenessi a quel mondo.

Quando finì di sistemarmi, mi guardò negli occhi. "Ora devi andare."

Le sue mani rimasero per un attimo sulle mie spalle, come se volesse aggiungere qualcos'altro. Ma non lo fece.

Mi accompagnò fuori dalla stanza, lungo il corridoio silenzioso. I miei passi erano pesanti. Sapevo che, una volta arrivata davanti a lui, non avrei più avuto modo di tornare indietro.

Scendemmo le scale in silenzio, il suono dei miei passi soffocato dal tappeto scuro che rivestiva il lungo corridoio. Narcissa camminava accanto a me, il volto impassibile, ma le sue mani strette davanti a sé tradivano una certa tensione.

Più ci avvicinavamo alla grande sala, più sentivo il peso dell'aria diventare opprimente. Il cuore mi batteva forte nel petto, ma cercai di mantenere la testa alta.

Le porte si aprirono da sole, con un lieve cigolio, come se la casa stessa fosse viva e stesse aspettando il mio arrivo. E lì, al centro della stanza, seduto sul suo trono oscuro, c'era lui.

Voldemort.

Mi attendeva con lo sguardo fisso su di me, i suoi occhi rossi inespressivi ma calcolatori. Attorno a lui, diversi Mangiamorte stavano in piedi in perfetto silenzio, come statue minacciose.

Sentii Narcissa irrigidirsi accanto a me, poi fece un passo indietro e si inchinò leggermente prima di lasciare la stanza, chiudendo le porte dietro di sé.

Ora ero sola con lui.

"Avvicinati, Megan."

Deglutii. Lui era l'unico a poter pronunciare il mio nome senza timore, come se fosse un suo possesso, qualcosa che gli apparteneva.

Feci un passo avanti, poi un altro, fino a trovarmi davanti a lui. Non lo guardai negli occhi.

"Stasera sembri finalmente come dovresti essere."

Non risposi. Non sapevo se fosse un complimento o un'osservazione.

Dopo un lungo silenzio, Voldemort si alzò e si avvicinò, studiandomi con attenzione.

"La mia erede." Le sue dita sfiorarono il mio mento, sollevandolo con fermezza. "Eppure, continui a resistere."

Il suo tono era privo di rabbia, ma era proprio quella calma che mi metteva più paura.

Mi sforzai di non indietreggiare quando le sue dita gelide mi sfiorarono il mento. Il suo sguardo mi perforava, cercando di scavare dentro di me, di leggere ogni pensiero nascosto.

"Non c'è nulla da temere, Megan." La sua voce era bassa, suadente, quasi ipnotica. "Se solo accettassi ciò che sei, se solo smettessi di lottare..."

Chiusi i pugni lungo i fianchi. "Io non sono come te."

Un lungo silenzio cadde nella sala.

Poi Voldemort rise. Non era una risata fragorosa, né divertita. Era un suono freddo, privo di vero sentimento.

"Non sei come me?" ripeté con sarcasmo. "Mia cara, tu hai il mio stesso sangue, la mia stessa magia nelle vene. Hai usato la Maledizione Cruciatus senza alcuna esitazione. Sei molto più simile a me di quanto tu voglia ammettere."

Il ricordo di Draco che si contorceva a terra mi colpì come una lama. Il senso di colpa si attorcigliò dentro di me, ma non potevo mostrarglielo.

"L'ho fatto solo perché mi ha provocata." Cercai di mantenere la voce ferma, ma sapevo che era una giustificazione debole.

Voldemort inclinò leggermente la testa, come se trovasse la mia risposta interessante.

"Allora devo solo insegnarti a farlo senza bisogno di una provocazione."

Un brivido mi percorse la schiena.

Si voltò con un leggero movimento del mantello e tornò al suo posto, sedendosi con eleganza innaturale.

"Ora siediti e mangia."

Solo in quel momento notai la tavola apparecchiata. Piatti d'argento, cibo dall'aspetto perfetto, ma la mia gola era troppo stretta per mandare giù anche solo un boccone.

Esitai, ma un'occhiata di Voldemort mi fece capire che rifiutare non era un'opzione.

Mi sedetti, sentendomi intrappolata, e presi in mano la forchetta con dita leggermente tremanti.

Ero la sua erede. La sua creazione. Ma dentro di me, nel profondo, sentivo ancora la voce di mia madre, di Remus, della parte di me che non voleva arrendersi.

Forse potevo fingere. Per ora.

Mi forzai a mangiare un boccone, ma il cibo mi sembrava insipido, come se il sapore fosse stato offuscato dalla tensione che gravava nell'aria. Voldemort mi osservava attentamente, ogni suo movimento preciso, calcolato. La sua presenza mi schiacciava, ma dovevo sembrare forte, non dovevo mostrare debolezze.

"Voglio che tu capisca una cosa, Megan," disse finalmente, la voce tagliente. "Tu hai un potere che nessun altro possiede. E la tua resistenza a ciò che ti insegno, alla nostra vera natura, non fa che rallentare il processo."

Guardai la tavola per evitare il suo sguardo penetrante. Non volevo rispondere, non volevo fare nulla che potesse farlo arrabbiare. Ma dentro di me, qualcosa si ribellava. La sua voce sembrava un comando, ma la mia mente urlava per qualcosa di diverso, per una via di fuga, per una soluzione che non fosse legata a lui.

"Non sono come te," dissi, la voce più forte di quanto mi aspettassi, ma il mio cuore batteva forte nel petto. Non potevo più mentire a me stessa. Avevo bisogno di un altro modo, di una via d'uscita.

Voldemort non reagì subito, ma la sua espressione si fece più dura. "Allora ti insegnerò a essere come me. Anche se dovrai imparare a farlo con la forza."

Non c'era alcuna gentilezza in quelle parole, solo un freddo destino che sembrava inevitabile. Mi sentivo intrappolata in un angolo, eppure, da qualche parte in me, una piccola scintilla di resistenza si stava accendendo. Sapevo che non avrei potuto fermarlo da sola, ma se avessi aspettato il momento giusto, forse ci sarebbe stato ancora qualcosa da fare.

Mi forzai a finire il piatto, ma il pensiero di ciò che sarebbe successo dopo mi paralizzava. Ogni boccone sembrava più pesante, ogni sguardo di Voldemort più minaccioso.

"Quando sarai pronta," disse lui, come se avesse letto i miei pensieri, "potrai decidere se unirti a me o scomparire, come tutti quelli che non hanno saputo apprezzare il mio dono."

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