Autrice: Raindrops91
Stavo guidando. La strada si srotolava davanti a me. Seminavo I tralicci e i pali della luce, ma nonostante mi allontanassi il più possibile, sapevo di non avere via di scampo. Improvvisamente, sterzo e mi fermo. Le ruote del veicolo sollevano polvere di terra rossastra. Ho bisogno di riflettere, di starmene in pace due secondi. Senza pensare al caos che mi sono lasciato alle spalle. Perché farlo mi travolgerebbe.
Apro lo sportello e scendo. Contemplo questo panorama campestre. Il sole non vuole saperne di levarsi al di sopra della linea dell'orizzonte. Ed è tutto così calmo da essere snervante.
Mi accovaccio sulle ginocchia e vomito. Sono spacciato, e lo so. Sono un uomo miserabile ed ho compiuto l'ennesima azione miserabile. Quanto tempo occorrerà perchè scoprano tutto? Giorni? Minuti? Secondi? Non lo so.
Per terra vedo un vecchio pacchetto di sigarette. È vuoto. Con un movimento del piede, lo spingo via e penso: "Ecco cosa resta: la polvere." Siamo arrivati al capolinea. Ma poi, in lontananza, scorgo il luccichio del velo trasparente che avvolge la scatolina; e inizio a sentire i primi sintomi del male che mi affligge. Mi colgono alla sprovvista, proprio ora che sono più vulnerabile: Le dita formicolano e gli avambracci si tendono in avanti. In breve, mi ritrovo ad essere terribilmente attratto da quel pacchetto di sigarette. E senza sapere nè perchè, nè per come, l'esigenza di agguantarlo sboccia nel mio cranio come un fiore e impartisce l'ordine al mio cervello. E non conta nulla che io mi ci opponga: le mie mani sono fatte per arraffare, per prendere ciò che vogliono senza una ragione valida; basta soltanto che stringano qualcosa. Perché conoscono bene la solitudine che si prova quando non si ha niente e nessuno da stringere. Ed io sono un automa ubbidiente: mi tuffo a recuperarlo, senza neppure assicurarmi di non essere visto dalle sporadiche auto che arrancano alle 5:00 del mattino. Sono un folle. Sono malato. Ma tanto che importanza ha? Questa è la fine della bella vita, di quella dolce. Ed è tutta colpa di del vuoto che persiste tra le mie mani. Della voragine che mi scava dentro e che nessuno può comprendere; che mi spinge a compiere gesti insensati come questo, al solo scopo di possedere ciò che non è mio.
È questa la mia ossessione. Il mio appassionante tormento: sono un cleptomane. Sì, esatto. Non un ladro che ruba denaro per avarizia. Non un semplice borsaiolo. Guardo la confezione nel mio palmo e penso: "Io rubo sensibilità ammaccate."
E ieri ho vissuto l'apice della mia depravazione: rubando la prima donna della mia schiera di furti. Non l'ho RAPITA come si potrebbe rapire un essere umano; l'ho RUBATA: perchè dal momento in cui ha acceso il mio interesse, ha smesso di essere una donna ed è diventata l'oggetto che bramavo di più al mondo. La mia ennesima esigenza da soddisfare. La mia cartaccia da stringere.
La prima volta che la vidi, ero in Banca. Pagavo i contribuenti da dietro il mio cubicolo e lei entrò per mettersi in fila. A tratti, scorgevo i suoi capelli ondulati, color zenzero, spuntare oltre le spalle del cliente che la precedeva, e ogni tanto si metteva sulle punte per capire quanto mancasse al suo turno.
Tutto di Sole era oltremodo attraente. Si chiamava così: Sole. E lo trovavo meravigliosamente calzante, perché è l'emblema di ciò che nessuno avrà mai. Che cosa ci può essere di più imprendibile? E lei era lì, con tutto il suo essere, a stuzzicarmi. Sembrava una figlia dei fiori, con quel vestitino rosa pallido, che offriva appena un accenno delle sue curve femminili. Le ginocchia rotonde ammiccavano da sotto l'orlo di pizzo, vintage. Gli stivaletti di camoscio le rivestivano i piedi. E aveva delle labbra carnose, con un neo all'interno dell'ondina a destra.
Mi rivolse i suoi occhi grandi, color caramello.
Disse: "Devo pagare questa tassa." Era una mora per l'università. Ma non sembrava tipa da dimenticare una scadenza. Aveva l'aria di essere una saputella.
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