POV: ANDRADA
Il tempo le scivolava addosso senza lasciare segni, senza lasciare ricordi ma lei era grata per quello stato di offuscamento perenne: preferiva non sentire niente, non pensare a niente e tenere il cervello vuoto perché il vuoto era l'unica misera difesa che le restava contro quella sofferenza che ormai era entrata irrimediabilmente a far parte della sua quotidianità. Erano trascorse alcune settimane, forse un mese, era giunto e passato il Natale senza che nessuno degli abitanti del Palazzo si sentisse in vena di festeggiamenti, era iniziato un nuovo anno poi lei aveva perso la cognizione dei giorni. D'altronde che senso aveva contarli quando non si stava più attendendo niente? L'estremo saluto al suo piccolo mai nato l'aveva straziata anche più dell'aborto stesso perché gli uomini di chiesa erano stati tanto bigotti e serrati nella loro insensibile dottrina da rifiutare di concedergli i sacramenti cristiani non essendo stato battezzato e così facendo l'avevano implicitamente condannato a trascorrere l'eternità nel Limbo. Cosimo si era infuriato, ne aveva fatto licenziare qualcuno, aveva scritto perfino al Papa per lamentarsi e minacciarlo di chiudere le porte della banca Medici al suo denaro e avrebbe anche provato a corrompere qualcuno ma lei glielo aveva impedito con decisione. Non aveva senso insistere, si era resa conto di quanto impossibile fosse cercare di farli ragionare e non voleva che lui continuasse a sbattere la testa contro quel muro di ignoranza e superstizione, era una battaglia che nemmeno Cosimo de' Medici avrebbe potuto vincere. Inoltre non credeva alle loro parole, il suo bambino era di certo in Paradiso perché nessun Dio degno di venerazione lascerebbe marcire l'anima di un bambino innocente e puro come i suoi angeli nei più foschi meandri dell'Inferno, nemmeno quel Dio che glielo aveva strappato dal ventre. Pochi giorni dopo che suo marito l'aveva trovata svenuta nel proprio sangue sul pavimento della sala da bagno, quindi, lui e Lorenzo avevano scavato alla meno peggio una buca ai piedi di una quercia titanica del giardino interno cui nemmeno la brutta stagione era stata in grado di strappare tutte le foglie e che ancora sventolava con fierezza il dorato manto autunnale, alta quanto e forse più del Palazzo stesso, e vi avevano poggiato con delicatezza la minuscola cassa bianca, tanto piccola che la sua sola vista avrebbe spezzato il cuore anche al più insensibile dei guerrieri. Andrada ricordava di aver pensato al funerale in pompa magna di Giovanni de' Medici e di essere scoppiata in una risata isterica per l'iniquo confronto. Chissà se il capostipite dei Medici avrebbe mai pensato che al funerale del suo erede non ci sarebbero state nemmeno dieci persone o che sarebbe avvenuto in assenza di un ministro di Dio. In fondo era meglio così, se fosse stato sepolto in terra consacrata lei non avrebbe potuto averlo tanto vicino. Dopo quel giorno aveva ricominciato a mangiare e a parlare meccanicamente perché voleva che tutti smettessero di preoccuparsi per lei. Se bastava sedersi a tavola con loro e rispondere quando le veniva posta una domanda valeva certo la pena fare quello sforzo. Sapeva di essere riuscita a ingannarli: tutti erano visibilmente più sollevati e quando pensavano che lei non fosse in ascolto Selene e Cosimo parlavano con entusiasmo dei suoi "progressi". Nonostante ciò temeva che la sua farsa non avrebbe resistito ancora a lungo allo sguardo indagatore e consapevole dei suoi cari. Aveva perfino cominciato a ricamare perché aveva scoperto che tenendosi occupata era più facile non pensare a niente. Ogni giorno, poi, trascorreva ore a guardare quella piccola tomba nonostante il freddo pungente di Gennaio e infinite volte Cosimo o Selene erano dovuti correre fuori per portarle una pelliccia o una coperta vedendola sedere lì immobile con addosso solo un leggero abito di cotone. Aveva piantato sopra la terra recentemente smossa fiordalisi perché quando nei giorni felici della gravidanza aveva pensato al suo bambino lo aveva sempre immaginato con gli occhi di suo padre e solo quel fiore azzurro come un frammento di cielo le sembrava adatto. Nell'attesa che fiorissero con l'arrivo della prossima primavera, poggiava accanto alla spoglia lastra di marmo bianco ogni giorno un mazzolino colto dalla piccola serra che lei e Selene avevano messo sù nei sette o più mesi da quando anche lei abitava a Palazzo. Non era riuscita ancora a decidere cosa far incidere sulla lastra perché sentiva che, solo una volta incisa, quella di suo figlio sarebbe stata davvero e irrimediabilmente una tomba e lei non si sentiva ancora pronta a dirgli addio del tutto. Quella incompiutezza le dava, in un certo senso che non riusciva a spiegare nemmeno a se stessa, molto conforto. Ciò che temeva di più erano però le notti. La notte faceva crollare tutte le difese come le mura di un castello di sabbia all'arrivo di un'onda e lei restava per ore ed ore a vegliare e piangere accecata dall'orrore sapendo che si avvicinava il momento in cui si sarebbe inevitabilmente addormentata. Aveva sempre amato dormire e quel sonno profondo che l'aveva caratterizzata fin da bambina le era sempre sembrato un grande dono, ma in quelle settimane aveva dovuto imparare sulla sua stessa pelle che non era affatto così. L'incubo era sempre diverso ma ogni volta lo stesso. Cambiava solo lo scenario ma il porpora intenso del sangue appena versato, le urla agonizzanti dell'infante e la sua sensazione atroce di impotenza non mutavano mai e lei, benché si rendesse vagamente conto di star sognando, non riusciva in alcun modo a svegliarsi. Era costretta a restare bloccata in quel girone infernale fino a quando l'incubo non si fosse spiegato nella sua totalità. Si svegliava, quindi, poco prima dell'alba con la camicia da notte zuppa di sudore freddo, tremante e con i muscoli contratti e doloranti nella nuova stanza che condivideva con Cosimo dal momento che nessuno dei due si era sentito pronto a tornare nella loro vecchia camera. E ogni volta al risveglio era più stanca e scoraggiata rispetto al momento in cui era andata a dormire. Il marito cercava di confortarla in tutti i modi possibili e spesso, sentendo il respiro di Andrada accelerare all'inverosimile e le pupille muoversi freneticamente sotto le palpebre tremanti e umide di pianto, l'aveva svegliata mettendo fine in anticipo a quella tortura con enorme, anche se momentaneo, sollievo della ragazza. Nemmeno lui poteva, però, salvarla da quello che era alla base delle sue notti agitate: i sensi di colpa. Sarebbe, infatti, stata condannata a convivere per il resto dei suoi giorni con la consapevolezza di aver ucciso suo figlio. Era stata la sua sconsideratezza a porre fine alla sua delicata vita perché, sputando in faccia al naturale istinto protettivo di una madre, lei non si era preoccupata sufficientemente delle complicazioni più che chiare che erano sorte negli ultimi tempi. Se solo non avesse nascosto il problema a tutti quelli che avrebbero invece potuto aiutarla forse il quel momento il suo piccolo avrebbe avuto ancora un futuro, ma lei era stata cieca, egoista e incredibilmente stupida ed era giusto che pagasse per le conseguenze delle sue azioni. Insoddisfatta di tutto il male che aveva fatto a se stessa e a tutti quelli che le stavano accanto, però, continuava a non trovare la forza di confessare quello che aveva fatto a Cosimo. Lui aveva tutto il diritto di sapere, aveva il diritto di odiarla, di ripudiarla con ribrezzo ma soprattutto di essere a conoscenza dell'insensibile e imperdonabile egoismo che l'aveva portata a decidere da sola del destino di un figlio che era anche il suo. Non riusciva nemmeno a guardarlo negli occhi per la vergogna dell'essere meschino e mostruoso che era diventata a sua insaputa e vedere nei piccoli gesti di tutti i giorni il dolore che aveva provocato alla persona che più amava al mondo era come sale versato sulle ferite aperte e sanguinanti della sua anima. Non le restava che mostrarsi tranquilla e soffrire in silenzio, camminare sulle schegge del suo cuore a piedi scalzi ma nel frattempo sorridere rassicurante.
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I Medici
ФанфикшнSelene Salviati e Andrada de' Albizzi non potrebbero essere più diverse: popolana l'una, nobile l'altra; fragile e ingenua l'una, forte e coraggiosa l'altra. Eppure le loro vite saranno destinate a incrociarsi quando entrambe entreranno in contatto...
