I giorni passano e purtroppo ritorniamo nella nostra città, questa "settimana" è stata veramente bella, mi sono divertita e ho conosciuto metà famiglia di lui.
Alessandro non ha ancora voluto aprirsi riguardo quella cosa successa in ospedale e si comporta come se non fosse successo nulla di nulla.
«Allora mi vieni a vedere?» domanda mentre si mette la divisa della sua squadra di calcio.
«Sono venuta qui a casa tua apposta, non posso mancare» gli rispondo tranquillamente e sorride per poi farsi passare le scarpette per giocare.
«Ale, sei sicuro che non vuoi parlare di quello che è successo all'ospedale?» smette di fare quello che stava facendo per un secondo ma poi riparte.
«Elizabeth ti ho già detto di no un miliardo di volte, smetti di essere così appiccicosa cazzo» quelle parole se devo dir la verità mi hanno ferita un po'.
«Volevo solo assicurarmi che tu stessi bene... tutto qua» alzo le spalle e faccio per uscire ma mi blocca.
«No... scusami, non volevo, vieni a fianco a me dai» picchietta la mano sul letto, vado accanto a lui, e finalmente, dopo giorni, si sfoga.
«Tu non puoi capire che rabbia ho provato quando l'ho visto... è stato bruttissimo» salgo sopra di lui e lo abbraccio con delicatezza.
«Tutti i brutti ricordi che avevo su di lui, e che tenevo in un angolino, si sono riaccesi ed ho provato delle emozioni incontrollabili» si stropiccia gli occhi.
«Io ti capisco con un solo sguardo, in questi giorni sei triste o arrabbiato per qualcosa. È per colpa di quello scemo di tuo padre?» gli accarezzo la faccia.
«È per tutto... non riesco ad andare avanti, l'unica cosa sei tu» gli sorrido e gli do un bacio sul collo.
«Io lo odio Beth, non lo voglio mai più vedere.» una lacrima gli bagna il viso e la asciugo subito.
«Vieni qua» lo stringo forte a me.
«L'unico bel ricordo che ho di questa "gita" a Napoli, siamo noi due che scopiamo sulla terrazza di Posillipo, solo questo» ghigno e gli bacio il collo.
Continuo a scendere sempre più in giù fino ad arrivare alla sua intimità, ma prima che potessi togliergli i pantaloni e le mutande, mi blocca.
«Non sai quanto vorrei mettertelo in bocca ma non posso far tardi. Continuiamo stasera?» prende il borsone con dentro il cambio.
«Stasera sono in discoteca con i miei amici e le mie amiche» rispondo seguendolo fuori dalla sua stanza e lo sento sbuffare nervosamente.
«Allora verrò anche io per controllarti» afferma e subito dopo esce di casa insieme a me.
«Perché non ti fidi così tanto di me da non lasciarmi andare in discoteca da sola?!» esclamo arrabbiata.
«Non è il momento di parlarne, dai ne parliamo dopo la partita» sale sul motorino, salgo anch'io e guida fino al campo da calcio.
Una volta arrivati, lui va negli spogliatoi insieme ai suoi compagni di squadra, mentre io vado sugli spalti come tutte le altre persone.
È passata mezz'ora e la partita ancora non è iniziata, ma per fortuna, arriva Maddalena, la mamma di Alessandro, a farmi compagnia e a vedere il figlio.
«Oggi ci stanno mettendo più del solito» controlla l'orologio per poi alzare gli occhi sul campo.
Finalmente l'arbitro fischia e la partita comincia, se devo essere sincera non ci sto capendo nulla, perciò applaudo quando Maddalena lo fa.
I minuti passano e vedo il mio ragazzo fare goal, mi alzo in piedi e applaudo, nel frattempo esulta con i suoi amici rivolgendomi uno sguardo fuggitivo.
Un'ora dopo la sua squadra è in svantaggio, gli avversarsi stanno vincendo due ad uno, e lo vedo incazzato nero, lo leggo dal suo comportamento.
«Cazzo...» sento dire dalla madre di Ale una volta che l'arbitro ha fischiato per annunciare la fine della partita, lo vedo uscire tirando un pugno alla rete.
Corro verso gli spogliatoi e lo aspetto fuori, dove, una volta uscito, mi viene incontro incazzatissimo.
Lo abbraccio e mi sussurra all'orecchio: «Voglio spaccare tutto Elizabeth. Perché non sfogarmi su di te?» posa le sue labbra sul mio collo e ghigno.
«Sono a disposizione» gli faccio l'occhiolino e ghigna, incontra il suo allenatore e gli viene incontro per parlargli di come abbia giocato.
«Lo so mister, avevo la testa altrove» scuote la testa.
«Si la testa sulla tua ragazza altroché altrove» sbuffa e se ne va a parlare con i genitori di altri ragazzi, gli porgo la mano ma non me la stringe e se ne va.
«Ora chissà per quanto sarà incazzato» sua mamma mi affianca e ci incamminiamo verso la macchina.
«Alessandro però devi stare calmo» lo rimprovera sua mamma dopo che il ragazzo le ha risposto male, io guardo sia lui che lei e non apro bocca.
Arriviamo a casa e andiamo nella sua stanza, il tempo di chiudere la porta che mi si fionda addosso e in pochi secondi si mette dietro di me spogliandosi.
Entra con forza dentro di me e sussulto, chiude i miei capelli in un pugno e mi tira la testa all'indietro mentre continua a spingere con potenza.
Ci spostiamo su una sedia vicino a noi e mi muovo sopra di lui mentre tira la testa all'indietro, passa le mani sul mio fondoschiena e lo stringe.
«Porca troia... continua» geme.
«Stasera- stasera quindi vado con i miei amici in discoteca... non venire però» dico fra un gemito e un altro e lo vedo sbuffare rabbioso.
«Ne parliamo dopo, così me lo fai ammosciare» mi mette a tacere e continuiamo.
Una volta venuti entrambi si mette sul letto a guardare il telefono mentre fuma una sigaretta, gli vado accanto e riapro il discorso fatto poco prima.
«Hai capito quello che ti ho detto prima?» alzo un sopracciglio e fa finta di non sentire, perciò glielo ripeto alzando un po' i toni di voce.
«Ho voglia di venire in discoteca perciò vengo anche io, non mi ci vuoi?» scuote la testa e sospiro.
«Mi da noia il fatto che tu non ti fidi di me» affermo e scrolla le spalle come per dire che non gli interessa.
«Non è che non mi fido di te, non mi fido degli altri perché so come sono certi ragazzi. Tutto qui.» dopo aver sentito ciò, mi alzo dal letto e me ne vado.
Che rabbia.
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Incapable of Loving
Romance«Perché ho bisogno della tua presenza per capire meglio la mia essenza.» Elizabeth Bianchi. Il ragazzo che viene considerato il puttaniere per eccellenza, e la ragazza che viene considerata perfetta agli occhi di molti. Entrambi notte, ma lei le st...
