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"Dove stiamo andando?" Domando preoccupata quando vedo che Justin chiude la sicura della mia portiera.
"In un posto" dice vago.
È matto?
"Justin sono fidanzata, non puoi portarmi 'in un posto'" dico sottolineando per bene la parola 'in un posto'.
"Sembra che tu stia già progettando un matrimonio. Calmati, ti riaccompagnerò a casa in tempo per il tuo coprifuoco" dice sorridendo amaramente.
"Voglio andare a casa, ora!" Dico alterandomi. Non voglio andare da nessuna parte con lui.
"Hai paura? Hai paura di scoprire che mi ami ancora?" Domanda sorridendo con un filo di tristezza.
Sì forse io ho paura ma non lo ammetterai mai dopo che ho detto a Toby di aver dimenticato Justin completamente, sì ho mentito ma se influenzo la mia mente su una decisione è probabile che la segua.
"Di cosa stai parlando? Sei matto?" Domando scuotendo la testa.
"Ancora non noti la mia stabilità mentale perché la tua è in serie condizioni" dice prendendo la via dell'Heron Tower.
"Disse il capitano di una gang pericolosa a capo di metà Londra" dico sarcastica.
"Colei che è ricercata da Elvis, capo di una gang pericolosa che controlla l'altra metà di Londra per essere uccisa usa il sarcasmo sul suo ex ragazzo" dice facendo una girata con l'auto stupida.
"Sei tu quello pazzo, non io" dico arrabbiata.
"Se essere pazzo di te è per me un'instabilità mentale, allora definiscimi pazzo fino alla tomba" dice frenando di fronte al grattacielo e scendendo dall'auto senza aspettare una mia risposta rimanendomi del tutto spiazzata.
Scendo scuotendo la testa mentre Justin da le chiavi dell'auto ad una guardia. Saliamo in ascensore senza che nessuno dice parola arrivando in terrazza. Appena metto piede fuori dell'ascensore il freddo s'impossessa di me mentre Justin prende il suo solito posto seduto sul muro che davanti a lui ha il vuoto immenso di tutti i piani mentre dietro di lui ha il terreno solido. Si accende una sigaretta e si tira i capelli indietro. È perfetto. Scuoto la testa come per svegliarmi e vado a sedermi un po' distante da lui. Lui sembra capirlo e mi attira a se. Si appoggia la sigaretta tra le labbra e toglie la giacca appoggiandola sulle mie spalle. È troppo sexy in queste condizioni.
"Voglio raccontarti di Elvis" dice stringendomi di più a se e dando un bacio sulla mia fronte. La mia testa è appoggiata sulla sua spalla mentre entrambi guardiamo la piccolezza della città sotto i nostri piedi.
"Elvis lavorava a nero, cioè all'età di sei anni si presentò fuori casa mia domandando a mamma se poteva lavorare e diceva di fare di tutto perché non aveva ne famiglia, ne casa e ne lavoro. Mia madre era shoccata che lo fece entrare accogliendolo come se fosse uno di noi. Io avevo un anno, quasi due quando lui arrivò. Era come se fosse un fratello. All'età di dieci anni, lui ovviamente ne aveva quattordici, quasi quindici, nacque Jazzy, mia sorella. E mamma anni ancora prima decise di adottarlo definitivamente. Elvis era così felice alla nascita di mia sorella che quasi mi fece dubitare della mia di felicità, anche quando un anno dopo è nato Jaxon. Poi qualche mese dopo iniziava a tornare a casa tardi a rispondere male alle punizioni di mamma e iniziava a prendersela con me" dice mentre i suoi muscoli si irrigidiscono.
"Cosa ti faceva?" Domando shoccata. Shoccata dalle sue parole e shoccata anche perché ha deciso di dirmelo anche se è troppo tardi.
"Mi picchiava e mi chiudeva in cantina ogni volta che mamma aveva turni di sera al lavoro. Usava la mia stessa paura contro di me, il buio. Iniziai a controllare le mie paure e lui iniziò a capire che io ormai non avevo del tutto paura, quindi, iniziò a prendersela con mamma." Dice mentre i suoi muscoli restano irrigiditi. Nemmeno un martello li scioglierebbe.
"In che modo?" Domando sapendo la risposta. Pattie quando veniva a casa mia per trovare mia madre aveva spesso dei lividi.
"Picchiandola. Mi chiudeva in cantina mentre lui minacciava mamma con una Pistola di stare zitta e così la picchiava. Ero impotente, ero un fottuto Bastardo" Urla a denti stretti. Chiudo gli occhi immaginando il suo dolore. È strano vedere Justin frantumato. È come se adesso si fosse frantumato in mille pezzi.
"Non era colpa tua" dico cercando di rassicurarlo.
"Sì che lo era, era colpa mia perché io non riuscivo a fermarlo." Dice cercando di calmare la sua ira. Faccio un enorme sospiro e allungo la mia mano verso la sua stringendo le mie dita con le sue mentre improvvisamente i suoi muscoli Non sono più irrigiditi. Sono il suo martello. Pensavo che lo fosse stato qualcosa a lui caro ma lo sono io.
"Ma ci sei riuscito, come?" Domando mentre lui stringe ancora di più la mia mano minuscola nella sua.
"Grazie a Dan. Mi unii a lui e a Taylor. Inizialmente Elvis aveva molti più amici e quindi ci picchiavano fin quando Dan non si arrabbiò facendo aggiungere a noi molti altri dei suoi amici e dando addestramento di boxe a chi ne aveva più bisogno. È così che sono nate le gang. Io devo tutto a lui e se tu vincerai la gara non solo Londra sarà mia come voleva Dan ma Elvis dovrà andarsene, per sempre facendo vivere l'anima di mia madre in pace. Senza che lei abbia paura anche di uscire di casa" dice portando la mia mano vicino alle sue labbra e lasciando un dolce e amaro bacio.
"Perché non me lo hai mai detto?" Domando sbuffando rumorosamente.
"Perché non ero pronto e forse non lo ero nemmeno adesso. Non sono cose da dire al primo appuntamento" dice sarcastico nella sua ira.
"No ma almeno non saremmo come siamo adesso." Dico guardando le nostre mani e pensando alle emozioni che stanno sorgendo, di nuovo.
"Perché, cosa siamo adesso?" Domanda con una voce insicura. Chiudo gli occhi per il tanto dolore che provo.
"Sconosciuti, siamo diventati perfetti sconosciuti" dico con una voce flebile, stanca. Sono stanca, Stanca di sentire altro. Stanca di tutto e di tutti. Stanca delle parole, dei gesti, delle emozioni e da tutto ciò che ne circonda. Desidero andare via, sola. Andare via da tutto ciò che mi stanca. Perché la stanchezza è peggiore del suicidio. Quando si è stanchi non si ha voglia di fare null'altro che il niente. Si desidera il niente dopo il tutto come si desidera il silenzio dopo la guerra. È tutta una stanchezza continua, costante. Come se la pace dei sensi e delle emozioni si sia andata a farsi fottere. Forse è così. Non troverò mai pace finché non troverò me stessa.

Amore che ti uccide✝||Justin Bieber||La tua prossima ossessione. Scoprilo ora