10. Il Bell'Addormentato nel bosco

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"Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d'allegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi„

Francesco Petrarca

Velia

Ormai erano le otto inoltrate, ragion per cui decisi di togliere le mie adorabili chiappette dal divano, stanca di rigirarmi tra le coperte. Indossai un paio di pantaloni pesanti, una mia maglietta che avevo trovato nell'armadio di Paulo e la mia felpa, poi presi un panno a quadri scozzesi, posizionandomelo sulle spalle.

Aprii la portafinestra del balcone e mi appoggiai con le braccia alla fredda ringhiera metallica. Torino si stava lentamente svegliando, mentre io controllavo gli orari dei treni: Vale si era preoccupato per me e non avevo alcuna intenzione di mandare tutto all'aria perdendo l'aereo.

Lasciai cadere l'iPhone nella tasca dei pantaloni e mi strinsi un po' di più nella coperta, realizzando quanto fosse assurda la situazione in cui mi trovavo: un'incallita Interista con uno Juventino? Nah.

Eppure, pensando a Paulo, mi spuntava un sorrisetto incontrollabile sulle labbra, le mie guance si facevano più rosa ed io volevo solamente sotterrarmi a forza di inventare film mentali degni del miglior Tim Burton.

Tornai con passo felpato in salotto e posai il panno sul divano.

«Ah!» gridò una persona, alle mie spalle, al che io, di riflesso, feci un passo indietro.

Se fosse stato Paulo, non avrebbe urlato.

Girai lentamente la testa, un cuscino in mano come unica arma di difesa.

«Sei tu! Mi hai fatto venire un infarto!» esclamò un Federico Bernardeschi vestito di nero dalla testa ai piedi.
«Addirittura.» sorrisi appena. «Pensa che io ho scoperto proprio ora che l'uomo nero esiste e che non si nasconde nella mia cantina.»
«A me, invece, non hanno mai parlato dell'angelo biondo che si nasconde sulla terrazza di Dybala. Che ci fai qui?» chiese, con il suo marcato accento Toscano.

«Ti potrei fare la stessa domanda...» temporeggiai, sedendomi sul divano, al suo fianco.
«Paulo ha perso una scommessa e mi deve una colazione, ma non cambiare discorso. Che ci fai qui?»
«Tutto tranne quello che pensi.» misi subito le mani avanti. «Non voleva tornassi a Milano in treno ieri sera.»
«Mi secca ammetterlo ma ha fatto bene.»

Lo schiaffeggiai sulla nuca e lui fece una finta smorfia addolorata.

«Sei violenta!» si lamentò.
«No, tu mi induci alla violenza.» chiarii.
«Cosa succede tra te e Paulo?»
«Niente...»

La mia affermazione suonava come una domanda e lui se ne accorse.

«Velia? No... aspetta, è troppo serio.» si grattò il mento. «Velietta. Ecco, Velietta mi piace. Allora?»
«Cosa vuoi sentirti dire?» cercai di sviare il discorso.
«Me lo devi dire tu...»
«Sai già più del dovuto.» temporeggiai.
«Che ne sai di quel che so?» chiese, curioso.
«È un gioco di parole?» lo ripresi, ridendo, al che lui mi lanciò addosso il cuscino con cui mi sarei coraggiosamente difesa se fosse stato uno sconosciuto.

«Ci siamo baciati. Quattro o cinque volte.» sganciai la bomba.
«E...?» mi invitò a proseguire.
«E niente.» sospirai. «La mia vita è a Milano, ho un aereo per Valencia tra sette ore, devo studiare per la laurea, evitare le cene con i miei in occasione delle festività imminenti, allenarmi per vincere qualche oro agli Europei dell'anno prossimo in ottica Tokyo 2020, seguire tutte le partite dell'Inter e... basta?» chiesi, retorica, contando sulle dita.

«Positiva, mi dicono.» ridacchiò lui.
«Ci manca solo un fidanzato a 140km di distanza, per cui non farò mai il tifo. Mi sento in colpa già adesso. Potrei farlo, si può fare tutto, solo che... ne vale la pena?» sbuffai.
«Adesso vien giù il diluvio universale, hai appena risposto senza divagare!» esclamò.

«Scemo. E stanotte ho dormito sul divano. Contento?»
«Molto. Facciamo una partita?» chiese, indicando il calcio balilla bianco e nero posizionato in un angolo del salotto.

Annuii e ci spostammo dal divano, dando inizio ad una partita costellata di "shh" e "fai piano", risatine e prese in giro ironiche soffocate, perché Paulo stava ancora dormendo.

«Antonella è una schiappa, non tu.» commentò dopo un paio di minuti di gioco Federico.
«Quella rasenta il caso umano in qualsiasi cosa riguardi lo sport ma, in fondo, è una buona amica.»
«In fondo in fondo?» mi chiese, ridendo.
«Ti ho già detto che sei scemo?» risi anch'io.

«Perché state facendo casino di prima mattina?» esordì Paulo, interrotto a tratti da alcuni sbadigli decisamente rumorosi.
«Buongiorno!» esclamò Federico, mentre l'Argentino si trascinava fino da noi.
«Tu che ci fai qui?» sbadigliò di nuovo.
«Mi devi una colazione e devi anche vestirti.» rispose il Carrarese.

«Ciao Bell'Addormentato nel letto.» gli sfiorai una guancia, tolta la pallina dal campetto verde.

Sbuffò una risata e mi diede un veloce bacio a stampo.

«Vado a cambiarmi, non buttatemi giù la casa.» si congedò. «Velia, tieni sotto controllo il bambino.»
«Sì capo.» feci il saluto militare.
«Manco avessi sette anni...» sbuffò il Carrarese.
«Ma tu hai sette anni!» urlò Paulo, dal bagno.

Da Milano col palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora