42. Perdere

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"Non farti deviare da chi ci ha provato ma non ci è riuscito
Guardati allo specchio, sei tu il tuo mito
E se non sarà destino è comunque ok
Perdenti ma felici e lo rifarei„

Emis Killa

04/04/2018

Velia era a Vigorso, vicino a Bologna, da circa una decina di giorni e già non ne poteva più. Il centro specializzato in protesi era un posto fantastico, in cui si sentiva a casa, proprio com'era successo nel 2014, ma l'eccesso di tempo libero - alla fine aveva solo fatto i calchi ai monconi per le nuove gambe - faceva sì che la sua mente volasse anche troppo in là.

Tornata dall'Inghilterra, era subito dovuta partire alla volta del capoluogo dell'Emilia-Romagna, regione di origine dei suoi nonni. Non aveva neanche avuto il tempo di chiarire con Mauro, cosa che l'aveva tormentata più del previsto. Si era quindi procurata carta e penna e, con un'esagerata dose di buona volontà, aveva intrapreso l'arduo compito di scrivere una lettera al suo Capitano in Spagnolo, lingua che sì conosceva, ma non così bene da riuscire ad esprimere appieno i suoi sentimenti senza l'ausilio di un dizionario.

Il campionato di MotoGP era iniziato da due sole settimane e Valentino, dopo aver trascorso una decina di giorni a Losail, in Qatar, dove uno spettacolare Dovizioso aveva trionfato su Márquez nella prima gara dell'anno, si trovava in volo verso la seconda tappa della stagione: Termas de Rio Hondo, Argentina.

Lontano da casa, lontano da lei

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Lontano da casa, lontano da lei.

Velia scrollò la home di Instagram e sorrise alla vista di un paio di post ironici riguardanti la bruciante sconfitta che aveva appena subito la Juventus in casa, ad opera del Real Madrid di Cristiano Ronaldo, il quale aveva - tra le altre cose - segnato una rovesciata che definire ammaliante era riduttivo, tanto che tutto lo stadio si era alzato ad applaudire lo straordinario gesto tecnico del Portoghese.

Paulo era stato espulso - giustamente, a modesto parere della ragazza - per doppia ammonizione, lasciando la sua squadra più nei casini di quanto già non fosse. Lei, da fidanzata poco pressante, si era limitata a scrivergli un insipido "Non è solo colpa tua, Ezechiele. Ti amo", che per l'Argentino aveva quel gusto dolce amaro di contentino guadagnato per il rotto della cuffia.

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«Allora, mi dice dove devo andare?» domandò, per l'ennesima volta, all'addetto che sedeva alla reception.
«Dipende.» rispose il ragazzo, dondolandosi sulla seggiola girevole.
«Da cosa?» si spazientì. «Senta, più sto qua, più c'è il rischio che mi vedano, giusto?»

L'addetto scrollò le spalle e digitò una veloce risposta al messaggio appena ricevuto.

«Allora?» posò una mano sul bancone.
«Sali le scale, quarto piano, stanza 410.» sbuffò.

Salì le scale con lentezza, poi si affacciò sul corridoio. Un'infermiera chiacchierava a voce molto bassa con un collega, senza curarsi più di tanto di cosa le stesse accadendo intorno.

Svoltò a destra senza esitazione. Superò tre porte e sgattaiolò in un'intercapedine del muro quando un rumore molesto provenne da una stanza poco lontana.

L'infermiere gli passò a fianco e tirò dritto, entrando in una camera.

Lui emise un sospiro di sollievo, controllò che nessuno fosse a spasso per il corridoio, uscì dal suo nascondiglio e raggiunse la stanza 410. Aprì piano la porta, senza bussare, sperando che questa non cigolasse. Si intrufolò nella camera e posò il trolley sul pavimento.

La ragazza che giaceva sul letto spalancò i grandi occhioni verdi.
«Shh.» sussurrò lui, avanzando piano.

Lei non pronunciò alcuna parola, solo si mise a sedere.

«Paulo.» esalò, alla fine, quando anche lui prese posto sul letto.
«Velia.» sussurrò, con gli occhi spenti.
«Che ci fai qui? È tardissimo, hai giocato, dovresti essere a casa a dormire.» lo rimproverò piano la ragazza.

«Non riesco...» disse «è difficile, dopo quello che è successo. Sono stato così stupido...» si accusò.

«Vieni qui.» lo esortò lei, attirandolo verso di sé per poi stringerlo in un abbraccio. «Ti racconto una storia.» sussurrò, tra i suoi capelli.

«Una volta» iniziò «dovevamo giocare il derby. In attacco erano tutte infortunate, c'ero solo io. Nel primo tempo avevo sì segnato due gol ma ero anche stata ammonita per gioco scorretto. Tornammo negli spogliatoi ed il Mister mi disse di non fare cazzate, perché non avrebbe potuto sostituirmi. Al quarantaseiesimo mi feci espellere. Per proteste. Abbiamo perso quattro a due.» raccontò, con gli occhi chiusi. «Questo per dirti che non siamo delle macchine. Sbagliamo. A calcio si gioca in undici. E voi avete sbagliato. Tutti

«Ti amo, Velia. Ti amo anche io.» le accarezzò il collo con le labbra, prima di accoccolarsi sul suo petto e lasciarsi silenziosamente consolare da quelle mani che sapevano sempre più di casa.

Da Milano col palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora