76. Convinzione

1K 37 0
                                        

"Mi hanno insegnato che, in amore, vince chi fugge
E quando hai una convinzione
Ti ci attacchi con le unghie„

Raige

Glasgow, 7 Agosto 2018

Velia

Passai le mani sul tessuto grigio dei pantaloni della tuta della Nazionale che indossavo, la sensazione di ansia che, in camera di chiamata, andava pian piano svanendo, lasciando il posto alla concentrazione, era la stessa di sempre. Le due ragazze più forti - Simona Quadarella e Sarah Köhler - si studiavano di sottecchi, senza lasciarsi andare a stupide provocazioni, cosa che gli uomini, invece, adoravano fare.

Sapevo benissimo che la vittoria per me era quasi un'utopia: ero lontana dalle corsie che contavano, quindi avrei faticato a tenere d'occhio le più veloci, ero una rookie, non sapevo quanto effettivamente avrei retto al ritmo delle nuotatrici "normali" in una gara che durava così tanto tempo.

Il target che mi ero data per provare almeno ad accaparrarmi una medaglia trovava le sue radici in una strategia perfetta sulla carta - scappare il più possibile alla partenza, dando uno strattone micidiale che mi avrebbe consentito di staccare tutte le altre - ma inconcepibile dal punto di vista logico: lo sprint iniziale avrebbe prosciugato gran parte delle mie energie, lasciandomi in balia della stanchezza nelle ultime tornate.

"Buena suerte, mi Amor" mi scrisse Paulo, poco prima che finisse il conto alla rovescia per l'inizio delle gare.

"Venti minuti. Vinco e ti raggiungo" mi finsi molto più fiduciosa di quanto in realtà fossi.

"La convinzione fotte"

"Hai ragione. Ma io fotterò le altre"

Alla discesa sul piano vasca lanciai un'occhiata disinteressata al pubblico, senza vedere davvero le persone. Mi svestii, mi bagnai con l'acqua della vasca per togliere gli ultimi residui di aria dal costume, sistemai gli occhialini e mi preparai a partire.

Passate un paio di vasche le mie vicine di corsia, Tjaša Oder ed Ajna Kesely, erano nebulosi schizzi d'acqua che quasi nemmeno vedevo. Il dimenarsi concitato di Linda mi faceva capire quanto stessi esagerando nella prima frazione di gara: alla virata dei 400 metri conducevo con un vantaggio di 2" su Simona che, con il parziale di 4'13"59, precedeva di 14 centesimi Sarah.

Incrementai ancora il mio vantaggio sulle inseguitrici, che agli 800 si trovavano 6" più indietro. Linda era seduta al suo posto, rassegnata, la cartellina sulle cosce ed i gomiti su quest'ultima. Ogni tanto mi guardava, ogni tanto no, probabilmente chiedendosi dove fosse andata a finire la mia parte razionale: non avrei potuto tirare come un'ossessa fino alla fine.

Al chilometro nuotavo un 50 tra il 31"9 ed il 32"1, non un ritmo impossibile, ma che mi consentiva di più o meno gestire il margine guadagnato. La mia vittoria dipese solo dall'ultima bracciata, con la quale andai a toccare la piastra 3 centesimi prima di Simona, che neanche mi ero resa conto si fosse avvicinata così tanto.

Misi a fuoco il tempo proiettato sul pannello, 15'51"58, per poi portarmi una mano alla bocca, incredula, quando mi resi conto di ciò che avevo fatto. Uscii dall'acqua con un sorrisetto strafottente disegnato sul viso, indossai le protesi, risposi alle domande di rito e deviai ad abbracciare Linda.

«Sei una cogliona.» scosse la testa lei, fregandosene del fatto che il mio costume le stesse bagnando i vestiti. «Non hai fatto niente di quello che avevamo concordato, mi sono presa un infarto che è durato un quarto d'ora.»
«Fa bene al cuore.» scoppiai a ridere.

«Un cazzo, Vel, non puoi capire, pensavo avresti mollato ai 200. Ammettilo, sapevi che ce l'avresti fatta dal primo istante. Da quando eri in Australia. E volevi solo farmi prendere un colpo.» mi additò.
«Ci speravo, diciamo così. Grazie, Lin, non te lo dico mai, ma è anche merito tuo se siamo qui oggi.» la abbracciai ancora, prima di andarmi a cambiare.

Salii sul podio salutando tutto il pubblico che occupava le tribune. Durante la premiazione mi beai della sensazione che essere sul tetto d'Europa mi dava e, appena prima che finisse l'inno, indicai la coroncina che avevo tatuata sul dito, di fianco al pallone da calcio. Paulo avrebbe capito, a me bastava quello.

«You here?! (Tu qui?!)» domandai, stupita. «This is gonna be the best day of my life! (Questo sta diventando il giorno più bello della mia vita!)» abbracciai Caeleb Dressel (nella foto), un mio carissimo amico, nuotatore, 2 ori olimpici a Rio, nella 4x100 stile e nella 4x100 mista. E compagno di un sacco di avventure.
«How couldn't I have been here? (Come avrei potuto non essere qui?)» chiese lui, retorico, avvolgendomi con le sue braccia muscolose. «My goodness, what a race. (Mamma mia, che gara.)» commentò. «You're crazy, absolutely crazy. (Tu sei matta, assolutamente matta.)»

«You came from the US for me. (Tu sei venuto dagli Stati Uniti per me.)» ribattei. «You're crazy too. You didn't even know if I'd have won. (Anche tu sei matto. Non sapevi nemmeno se avrei vinto.)»
«I was sure. (Ero sicuro.)» scrollò le spalle.
«Pff.» scoppiai a ridere. «That's why we're friends. (Ecco perché siamo amici.)»
«Cal, is it a problem if we say hello to her? (Cal, è un problema se la salutiamo?)» Vale diede una spallata amichevole all'Americano, indicando se stesso e Paulo.

«Are you jealous? Here's your sister. (Sei geloso? Tua sorella è qui.)» mi indicò, ridendo. «And she's ok, aren't you? (E sta bene, giusto?)»
«I'm over the moon, at the moment. (Sono al settimo cielo, adesso.)» annuii. «L'ho fatto davvero!» abbracciai Valentino. «È tutto tipo wow, se al Settecolli era incredibile... che roba bella.»
«Sei la mia sorellina preferita, lo sai?» mi scompigliò i capelli ancora umidi. «Ti voglio bene.»
«E il mio turno di saluti? Quando arriva?» Paulo schiaffeggiò Valentino sulla nuca, lamentandosi.

Continua...

Da Milano col palloneLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora