74. Fare compere

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"Il vero amore è come una finestra illuminata in una notte buia„

Giuseppe Ungaretti

Velia

«Ezechiele!» saltai giù dal letto, per quanto mi era possibile, entusiasta. «Andiamo a fare un giro!»
«No.» fu la risposta che mi arrivò da sotto il cuscino, mentre aprivo le ante.
«No? Sì, sì, sì. Dobbiamo fare compere.» gli tolsi il cuscino dalla faccia.

«Troppa luz (luce). Chiudi.» indicò le persiane.
«Che storie. Vamos, amor.» gli presi una mano.
«De ninguna manera. (Non se ne parla.) Ieri abbiamo fatto troppo ejercicio (esercizio fisico) per me che sono ancora fuori forma.» si imbronciò.

«Come vuoi. Vado a cercarmi un fidanzato che non sia un mollaccione.» alzai le spalle.
«Torniamo a dormire.» sbadigliò, tirandosi a sedere, il lenzuolo che gli copriva appena l'elastico dei boxer.
«No, bello, dobbiamo andare a fare compere.» mi voltai verso il murale, dopotutto avere Dybala mezzo nudo e mezzo assonnato nel letto era una cosa a cui non mi sarei mai abituata.

«Tu detesti fare compere.» interruppe il flusso dei miei pensieri su come completare il murale variopinto, nella speranza che non lanciasse il pallone coperto di vernice sopra la firma di qualcun altro.
«Io detesto un sacco di cose. Anche te, se non ti sbrighi a muovere quel bel culetto che ti ritrovi.» sorrisi di sghembo alla parete.
«Vuoi sul serio andare a firmare degli autografi in giro per Milano a quest'ora di noche

«Sono le sette di mattina, non c'è ancora nessuno in giro. E poi mezza Milano è in ferie, in giro per il mondo.» diedi un'occhiata all'orario sul cellulare.
«Peccato che mezzo mondo sia in giro per Milano.» storse il naso.

«Probabile, ci sono un sacco di stranieri. Ma a noi non interessa, perché dobbiamo...»
«Fare compere, ho capito. Che cosa ottengo, in cambio?» si stiracchiò appena, prima di abbracciarmi.
«Hai me, cos'altro puoi desiderare di meglio dalla vita?» risi, posando la fronte sulla sua.

«Io? Tu, piuttosto, cos'altro vuoi?» mi sorrise di rimando.
«Niente. Ho te, che sei tutto quello che posso e voglio desiderare.» soffiai sulle sue labbra, sporgendomi fino a sfiorarle. «Allora, andiamo?»

«Un besito?» mi guardò, quasi supplice.
«Ti ho già detto che quei capelli argento mi danno il voltastomaco?» lo baciai sulle labbra.
«Sono bellissimi.» mi contraddisse.
«Perché non stavamo insieme, quando li hai tinti, altrimenti ti avrei lasciato.» scossi la testa.

«Ed io ci credo.» mi fece una pernacchia.
«Dybala! L'educazione. Come pensi di crescere i tuoi figli in un prossimo futuro, a smorfie e lamentele? Non ci siamo.» gli diedi una pacca sul sedere.
«Sarò un papà bravissimo e Tommi avrà dei fratellini fantastici, come la loro mamma.»

**********

«Chiama il tuo socio.» svoltai a sinistra, in una stretta via del centro di Milano, procedendo lentamente tra il traffico che bloccava gran parte della città.
«Chi?» mi chiese l'Argentino, confuso.
«Quello della cupola.»

«Vel, se mi stai prendendo in giro, non è divertente.»
«Brunelleschi-Bernardeschi, scemo.» scoppiai a ridere. «Brunelleschi ha progettato la cupola di Santa Maria del Fiore, a Firenze. Mai stato oltre lo stadio? Un giorno ti ci porto, Firenze è una gran bella città.»
«Tre quarti delle città Italiane hanno qualcosa di bello da vedere.» commentò, quasi a volersi discolpare.

«Giusto, ma alcune sono più magiche di altre. Siena, ad esempio, è un qualcosa di speciale. Urbino, Bologna, Mantova, Parma, Livorno, Gubbio... è il bello dell'Italia, per girarla tutta servirebbero delle ferie infinite.» mi fermai ad un semaforo. «Berna.» gli ricordai, al che lui sbloccò il cellulare.

«È a San Babila.» annunciò, poco dopo.
«Ecco, siamo in ritardo. Lo sapevo.» sbuffai. «Se tu non avessi perso tutto quel tempo a scegliere una latta di vernice...» borbottai. «Ci potremmo ridipingere casa con tutto quel colore, quando ne bastava una quantità ridicola per la pallonata.»

«Non c'era un barattolo più piccolo e a me piaceva quello.» alzò le spalle. «Coloreremo qualcos'altro. Ma poi, di preciso, cosa stiamo andando a fare?»
«Linda compie gli anni, serve un regalo.» parcheggiai la Lamborghini tra una Porsche ed una Corvette.

«E Berna non può comprarglielo per i fatti suoi? Hanno pure litigato.» mi posò una mano sulla coscia.
«È tattica, Ezechiele. Prenderemo due piccioni con una fava. Lo aiutiamo a fare il regalo e lui, in cambio, ci spiffera cosa non funziona.»

«Mentre noi ci sistemiamo con il regalo.» annuì. «Ok, forse avevi ragione ad insistere per uscire, stamattina.»
«Forse? Argentino, io ho sempre ragione.» risi, chiudendo la macchina. «Berna, ciao! Tutto bene?» abbracciai il Carrarese.

«Ciao Velietta, splendidamente.» ricambiò l'abbraccio.
«Giù le mani dalla mia ragazza.» Paulo schiaffeggiò debolmente il suo compagno di squadra sulla nuca, salutandolo. «Scusa il ritardo.» sorrise poi.
«Dybala che si scusa di qualcosa? Ah, l'amore, che bella cosa.» ammiccò.

«Siete impossibili. Andiamo?» accennai all'atelier con il capo, spostando il peso da una gamba all'altra.
«¿Cuántas veces he oído esta frase esta mañana? (Quante volte ho sentito questa frase stamattina?)» mi chiese Paulo, retorico.
«Vamos, cabrón, ya estamos perdiendo mucho tiempo. Se da el caso que alguien tiene entrenamiento esta tarde. (Andiamo, stupido, stiamo già perdendo troppo tempo. Si dà il caso che qualcuno abbia allenamento oggi pomeriggio.)»

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