Quando, alla fine del 2017, Paulo Dybala aveva lasciato la sua storica ragazza, Antonella Cavalieri, non si aspettava che Federico Bernardeschi lo coinvolgesse in un vero e proprio inseguimento, organizzato al solo scopo di trovare una nuova fidanz...
"Ho camminato in equilibrio su di me Mischiando il tuo sorriso alle mie lacrime„
Ultimo
28/04/2018
Velia
Uscii dallo spogliatoio di San Siro in contemporanea con gli altri giocatori. I titolari si fermarono nel tunnel, gli altri proseguirono verso la panchina. Mi appoggiai alla parete e chiusi gli occhi, quasi involontariamente; Paulo non era ancora uscito.
«Uh-uh, qualcuno sarà contento di questa cosa.» esclamò Federico, passandomi di fianco. «Berna... ciao.» lo salutai.
«Stai bene?» mi chiese, dopo avermi velocemente abbracciata. Annuii, guardandolo oltrepassare i titolari per raggiungere la panchina.
Mi lisciai nervosamente i pantaloncini bianchi dell'Inter che indossavo, mentre Paulo faceva il suo ingresso, aprendosi in un sorriso capace di illuminare anche la notte più buia.
«Te quiero.» mimò, in mia direzione. «Yo también.» gli risposi allo stesso modo, osservandolo incolonnarsi dietro i suoi compagni.
Superai l'ultimo giocatore Nerazzurro, di modo da passare vicino al numero dieci Juventino, che sarebbe partito dalla panchina.
«Sei così bello quando sorridi... per me.» sbuffai sulla sua guancia, avvolgendogli la vita con un braccio.
Mi staccai quasi subito, cosciente del fatto che le telecamere non ci avrebbero fatto sconti.
«Tifa per me, almeno un pochino.» sussurrò. «Per te sempre, per la Juve mai.» gli dissi, oltrepassandolo, per poi andarmi a sedere al mio posto, vicino a Spalletti.
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La Juve passò in vantaggio al tredicesimo minuto, con un gol di Douglas Costa su assist di Cuadrado. Al diciottesimo l'espulsione di Vecino, tra proteste e ammonizioni, aveva ulteriormente scaldato gli animi.
«Mauro.» richiamai l'Argentino, alla fine del primo tempo. «Princesa... fatico a liberarmi.» sbuffò lui, contrariato.
«Se credi in ciò che fai, puoi ottenere tutto ciò che vuoi.» sussurrai. «Io ci ho sempre creduto. Non mi deludere.»
Al cinquantaduesimo, Mauro sfruttò nel migliore dei modi l'assist di Cancelo, pareggiando i conti.
«Anche io ci ho sempre creduto.» mi batté il cinque, sorridente.
Paulo sostituì Khedira nel momento in cui la partita sembrava imboccare la strada giusta per noi, complice anche l'autogol di Barzagli, che aveva spiazzato Buffon.
«Davide!» urlò il Mister, interrompendo il riscaldamento di Santon. «Entri per Mauro.» «Cosa?!» domandai io, allibita. «No! Non al posto di Icardi, è l'unico che...»
«C'è Perisic.» mi interruppe lui. «Allora stiamo freschi.» borbottai, sedendomi.
Mauro uscì all'ottantacinquesimo, sconsolato come pochi: senza il Capitano, l'Inter stava iniziando ad affondare.
Al pareggio della Juventus su autogol di Skriniar, gli occhi si fecero lucidi. Il vantaggio dei Bianconeri all'ottantanovesimo, siglato da Higuain su assist di Dybala, fu la goccia che fece traboccare il vaso.
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Posai la testa sulla spalla di Mauro che, come me, aveva le guance rigate da calde lacrime. Ogni due per tre le telecamere inquadravano il nostro pianto composto e silenzioso mentre, afflitti ed impotenti, assistevamo alla disfatta.
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«Io ne capisco poco, alla fine sono una donna ed ho solo ventiquattro anni, ma Icardi avrebbe dovuto giocare tutta la partita.» rimproverai Spalletti, in concomitanza del triplice fischio dell'arbitro.
Lui abbassò la testa, incapace di ribattere: che uomo mediocre.
Raggiunsi la curva Nerazzurra e feci un applauso ai tifosi più belli del mondo, ringraziandoli con il cuore in mano per il supporto che mi avevano dato durante la convalescenza e che continuavano a darmi, nonostante non fossi più parte della squadra.
«Velia.» mi richiamò Paulo, incrociatami in mezzo al campo. «Lascia stare.» lo zittii, ancora in lacrime.
«Ti fidi di me?» domandò allora, fissandomi con quegli occhi azzurri che tradivano una malcelata felicità.
Scrollai le spalle, mentre tiravo su con il naso; lui posò le mani sulle mie guance.
«Shh, è una partita.» sussurrò, al mio ennesimo singhiozzo. «Lascia stare!» risposi, stizzita, allontanandomi appena.
«No che non lascio stare, sei la mia ragazza e si dà il caso che tu stia male per una cazzo di partita.» alzò la voce.
«Sì, sto male, e allora?» chiesi. «E allora?» alzai la voce. «Vai dai tuoi compagni.» lo spintonai. «Stiamo dando spettacolo.» accennai alle telecamere, tutte puntate su di noi.
Fece un passo verso avanti e raccolse una lacrima che rotolava sulla mia guancia sinistra.
«Sei così ingenua, piccola Velia...» sussurrò. «Chi ti dice che io voglia andare da loro?» soffiò sulle mie labbra.
«Io non...» «Tu non...» «Io non sarei dovuta venire.» mi staccai dal suo abbraccio, voltandomi, per andarmene.
La sua mano calda afferrò il mio polso e mi costrinse a girarmi, con uno strattone poco gentile. Accarezzò le mie guance e, prima che potessi capire cosa stesse succedendo, il nostro bacio era già trasmesso in diretta dai televisori di mezza Italia.
«Ti amo, anche se tifi Inter.» sussurrò sulle mie labbra, prima di lasciarmi andare, mentre San Siro si apriva in un boato a dir poco assordante.