"Negli occhi degli altri vedo te
Mi bevo il cuore in un angolo della città
Un ubriaco mi grida sei splendida
Vorrei che fosse la verità
Ma invece mi sento così fragile„
The Kolors, Elodie
Velia
Mi guardai allo specchio un'ultima volta prima di uscire dal bagno, l'ampia gonna dell'abito bianco scendeva dolcemente fino al pavimento, il corpetto tempestato di brillantini, forse l'unica cosa su cui la sarta sarebbe dovuta intervenire, mi fasciava quasi alla perfezione il busto.
Ricacciai indietro un intero fiume di lacrime, che minacciava di rigare le mie guance il prima possibile, alzando gli occhi al soffitto ricoperto di piccoli led, sicuramente una trovata di mia madre per rendere l'ambiente più fastidiosamente sofisticato.
«Hai bisogno di aiuto?» mi domandò la sarta in Inglese, bussando alla porta.
«No, ci sono, arrivo.» uscii dal rifugio temporaneo che non poteva offrirmi la fuga a cui aspiravo.
«Sei bellissima!» esclamò lei, quando raggiunsi il salotto in cui mi aspettavano anche i miei genitori e Valentino.
«Non è male.» le concessi, svogliata.
«Vediamo...» si mise a borbottare qualcosa in Giapponese, sistemando prima il corpetto e poi gli orli della sottogonna. Quando sollevò la parte inferiore dell'abito quel tanto che bastava per rendersi conto delle protesi, cacciò un urlo che quasi mi fracassò i timpani.
«Che cazzo!» urlai anche io, scendendo dal piedistallo su cui mi avevano detto di salire. «Qual è il problema?»
«Le tue... le tue gambe.» si portò una mano alla bocca, schifata, pungendosi con uno spillo.
«Solleva quella gonna.» mi intimò mia madre, l'indice laccato di rosso puntato verso di me.
«Non so se sia una buona idea...» tentai di dissuaderla.
«Cosa staresti insinuando?» inarcò le sopracciglia ben truccate.
«Niente, niente.» feci come mi aveva detto, mostrando le due protesi. «È deragliato il treno.» alzai le spalle.
«Quand... com... cos...» iniziò a farfugliare versi senza senso, sotto lo sguardo attonito di mio padre.
«Viaggiare con i mezzi pubblici non si addice ad un essere umano della tua levatura sociale.» commentò lui. «È necessario che venga fatto ciò che è opportuno, non ciò che conviene. Ed il contatto umano con coloro che usufruiscono del servizio ferroviario Italiano non è opportuno.»
«Smettere di viaggiare in treno non mi ridarà le gambe.» commentai, acida. «Sarebbe potuto cadere l'aereo su cui eravamo per venire qui, no? Saremmo morti tutti. E, forse, visto come si stanno mettendo le cose, sarebbe stato meglio.»
«Come ti permetti? È solo colpa tua se siamo arrivati al punto di trovarti un marito.» sbottò mio padre.
«Mia? Io ho un fidanzato, nel caso in cui l'aveste rimosso.» mi difesi.
«E allora perché non è qui a sposarti?»
«Perché di solito i matrimoni non si organizzano in questo modo, perché ha di meglio da fare che seguire i suoi futuri suoceri in giro per il mondo, perché ha un lavoro con orari meno flessibili dei nostri.»
«Ha seriamente bisogno di lavorare per mantenersi?! Fa anche cose strane come cucinarsi quello che mangia?» domandò. «È una persona comune, come ti ritieni in grado di trascorrere al suo fianco tutto il resto della tua esistenza?» corrugò elegantemente la fronte, in un'espressione che per nulla si addiceva al fastidio presente nella sua voce.
«Abbiamo una concezione diversa dell'aggettivo "strano".» troncai la conversazione sul nascere. Non volevo tirare in ballo il fatto che Paulo guadagnasse oggettivamente tanti soldi (anche se mi avrebbe aiutata nel costruirgli una buona reputazione agli occhi dei miei genitori), né il fatto che fosse un calciatore (a quest'informazione la loro stima nei suoi confronti sarebbe di nuovo colata a picco ed avrei dovuto rifare tutto da capo).
Facendo attenzione agli spilli, mi tolsi il vestito e tornai in abiti civili - pantaloncini e felpa gigante di Paulo - per poi legarmi i capelli in una crocchia disordinata. Camminai rasente al muro fino a camera mia, onde evitare che mi venisse detto qualcosa sul mio abbigliamento sicuramente "poco consono ad una signorina". Staccai l'iPhone dal caricabatterie e mi buttai sul letto, contrariata, socchiudendo gli occhi quando mi resi conto che un raggio di sole finiva proprio sul mio viso.
«Paul, quel bon vent! Est-ce que je te manquais déjà? (Paul, qual buon vento! Ti manco già?) Ci siamo sentiti la settimana scorsa con Paulo.» risposi alla videochiamata del Francese, mentre mi arrendevo all'evidenza: avrei dovuto tirare le tende.
«Tu me manques toujours. (Mi manchi ogni giorno.)» esagerò la situazione lui, sistemandosi gli occhiali da sole sul ponte del naso.
«À ce point-là! (Davvero!)» sorrisi. «Comment vas-tu? (Come stai?)»
«Je vais bien, merci et toi? (Bene, grazie, tu?)»
«Si tira avanti... mais c'est mieux si nous parlons d'autre chose (ma è meglio se parliamo d'altro.) Non voglio deprimermi ulteriormente. Siete ancora in vacanza o avete già rincominciato gli allenamenti?» mi sistemai un cuscino dietro alla schiena per stare più comoda.
«Vacanze, vacances (vacanze)!» fece una giravolta su se stesso, mostrandomi la piscina dell'hotel in cui alloggiava.
«Il riposo dei campioni.» lo sfottei, ridendo.
«Tu as bien dit! (Hai detto bene!)» Antoine Griezmann si inserì nella conversazione, comparendo in un angolo dello schermo.
«Le Petit Diable, quel honneur (quale onore)!» salutai il biondino. «Andate in giro insieme a fare casini?»
«Parle Espagnol o Fraçais car je ne comprend rien! (Parla Spagnolo o Francese che non capisco niente!)» si lamentò lui.
«Italien! C'est une langue parfaite. (Italiano! È una lingua perfetta.)» ribatté Paul, convinto.
«La perfection n'existe pas. (La perfezione non esiste.)»
«Maybe you're right, but Italy is really close to the perfection. (Forse hai ragione, ma l'Italia rasenta la perfezione.)» alzai le spalle, ovvia.
STAI LEGGENDO
Da Milano col pallone
FanfictionQuando, alla fine del 2017, Paulo Dybala aveva lasciato la sua storica ragazza, Antonella Cavalieri, non si aspettava che Federico Bernardeschi lo coinvolgesse in un vero e proprio inseguimento, organizzato al solo scopo di trovare una nuova fidanz...
