86. Vuoto (parte 3)

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(Dam's pov)

Agosto 2018

Non ne potevo già più di quell'odore nauseante, di quelle piastrelle lucide che riflettevano la luce troppo bianca tipica degli ospedali.

Camminavo avanti e indietro lungo il corridoio, ma senza allontanarmi troppo dalla sua stanza. Pensavo a che cosa dirle quando sarebbe toccato a me entrare, sempre che lei potesse sentirmi. Non lo sapevo, ma ci volevo credere.

Mi ero finalmente deciso a sedermi, quando vidi Thomas ed Ethan uscire dalla sua stanza.

«Volete andare voi, Damiano?», ci aveva chiesto il padre di Vic.

Guardai Lello prima di annuire.

Quando entrai, ebbi la sensazione di non potermi più reggere sulle mie gambe. La mia mente aveva già intrapreso il suo viaggio alla ricerca delle ipotesi più drammatiche che avrebbero potuto prospettarsi. E mi ritrovai a pensare che l'avrei voluta toccare un'ultima volta, passare un'altra notte con lei e stringerla forte al mio petto, sentire il suo profumo per l'ultima volta, e anche il sapore della sua bocca.

Ma che cazzo stavo pensando?

Lei era viva, era lì davanti a me, e sarebbe andato tutto bene. Doveva essere così. Doveva per forza essere così.

«Ehi, Dam. Va tutto bene?»

«No, Lello. Non c'è niente che vada bene in tutto questo.»

Cercai di tenere a freno i pensieri, ma non riuscivo a guardarla senza pensare al peggio. Tutti quei fili e tubicini a cui era attaccata, la pelle più pallida del solito, la posizione che aveva su quel letto, sdraiata a pancia sopra, le braccia lungo i fianchi, immobile.

Presi posto sulla sedia accanto al letto e strinsi la sua mano.

«Non so cosa fare», sussurrai. «Che cosa si fa in queste situazioni?»

Lello mi guardava, supplicandomi con gli occhi di non continuare quel discorso, perché alla fine anche lui era nella mia stessa situazione, perché anche la sua amica era stesa inerme su un letto d'ospedale.

Avrebbe potuto dirmi un mucchio di belle stronzate per rassicurarmi, ma mi conosceva fin troppo bene da sapere che non avrei creduto neanche a mezza parola. Semplicemente, posò una mano sulla mia spalla.

«Vuoi stare un po' da solo con lei?»

Non risposi. Il mio pensiero già lo stava ringraziando in silenzio, sentivo i suoi passi allontanarsi verso la porta e poi uscire, mentre il mio sguardo restava fisso sulla mia mano stretta alla sua.

La sua pelle era morbida come sempre, fredda come sempre, e avevo paura che, stavolta, non sarei riuscito a scaldargliela.

Con l'altra mano le accarezzai poi il viso.

«Ciao, piccola.»

Silenzio.

«Mi dispiace.»

Altro silenzio, rotto da un mio singhiozzo strozzato.

«Se non fosse stato per me, tutto questo non sarebbe successo. Sarei dovuto tornare subito indietro, ma non l'ho fatto. Ti ho lasciata sola, consapevole che poi ti saresti portata addosso quel peso che avevi sul cuore. Non so perché, ma penso a delle cose terribili, dentro di me. Ho un bruttissimo presentimento e non so come fare. Ti prego, Victò, apri gli occhi. Mi manchi. Devi tornare da me, da noi. Sento come se il tempo non fosse stato abbastanza, o come se sia passato tutto troppo in fretta, come se l'avessi sprecato a litigare per enormi stronzate invece di fare l'amore con te. Non ti ho ancora dato tutti i baci che ti meriti, non ti ho prestato tutte le mie magliette per dormire, alcune non hanno ancora mai conosciuto il tuo profumo. E non abbiamo ancor finito di realizzare i nostri sogni. Sono un disastro, lo so. Ma tu invece sei forte, tu hai una forza immensa. Hai solo bisogno che qualcuno, ogni tanto, te lo ricordi.»

Avevo ancora la mano intrecciata alla sua, e immaginai che avesse potuto stringermela.

«Damiano.»

Sentii una voce bisbigliare a fatica. Era un po' diversa, un po' rauca e impastata, ma era la sua.

«Vic.»

«Dam», ripeté lei allarmata, come se stesse realizzando dove si trovasse, ma senza saperne spiegare il motivo.

«Sono qui.»

Le spostai una ciocca di capelli, sistemandogliela dietro all'orecchio, prima di iniziare a piangere come un bambino.

Mi chinai verso di lei, appoggiando la testa sul suo ventre, mentre lei mi accarezzava piano i capelli.

Forse avrei dovuto chiamare qualcuno, avvisare i medici che il mio angelo si era svegliato, ma non riuscivo a muovermi da quella posizione.

«Scusa», continuavo a ripeterle tra i singhiozzi.

«Dam, ti ho sentito. Ho sentito ogni parola che mi hai detto prima. La tua voce mi ha fatto aprire gli occhi.»

L'abbracciai e la baciai con tutte le mie forze. Stavo ancora cercando di dare un senso a tutto ciò, ma mi sistemai al suo fianco, su quello scomodo letto, tenendola sempre stretta a me.

La guardavo accoccolarsi a me, poggiare la testa sul mio petto e respirare tranquilla, e in quell'istante ebbi come una visione di noi due. Ancora insieme, abbracciati come in quel momento, in altri luoghi, in altri tempi, ma sempre insieme.

Insieme Sempre || Damiano e Victoria ||La tua prossima ossessione. Scoprilo ora