(Dam's pov)
Aprile 2028
Mi venne da ridere guardandomi intorno. In quel preciso momento, il disordine di casa mia era paragonabile a quello a cui erano abituate le stanze d'albergo di Vic. Almeno in quelle stanze, però, in giro per i pavimenti c'erano solo scarpe e vestiti, non piatti e bicchieri rotti, cornici di fotografie e cuscini sventrati.
Per fortuna i vicini, che si erano già lamentati per il casino, non avevano ancora chiamato la polizia. O così speravo.
Thomas mi guardava con la sua solita faccia da schiaffi, mentre Ethan ciondolava la testa in segno di resa mista a tanta disapprovazione per ciò che aveva attorno. Mentre io ridevo, come un emerito idiota.
Era stata tutta colpa mia, solo ed esclusivamente mia.
Poche ore prima eravamo pronti a incendiare Roma con la nostra musica. Eravamo nel pieno del nostro tour. Ma da un po', qualche giorno al massimo, qualcosa non andava. Avevo uno strano bruciore alla gola, un costante fastidio tormentava le mie corde vocali. E da re degli stupidi, non avevo detto niente a nessuno.
«Tutto bene, Damià?», mi aveva chiesto Victoria.
Come faceva a captare sempre che qualcosa non andava?
Avevo sempre avuto una sorta di timore a dire apertamente che stavo male, perché odiavo farmi vedere debole, vulnerabile. Non avevo mai sentito il bisogno di sfogarmi con qualcuno, semplicemente me ne restavo in silenzio. Ma lei, in un modo o nell'altro, arrivava sempre a salvarmi. Questa volta però era diverso. Questa volta, io non volevo essere salvato, e non chiedetemi perché.
Pochi minuti sul palco, a malapena due canzoni suonate, e avevamo dovuto bloccare tutto. La gola in fiamme, la voce sempre più spezzata anche a causa del dolore, colpi di tosse strazianti.
Il risultato: tour interrotto, date da rimandare, altre da annullare. Un disastro.
Avevo già subito la ramanzina dalla manager, Ethan non si era risparmiato affatto con i suoi discorsi pacati e fin troppo tranquilli che mi facevano salire la voglia di prendere e spaccare tutto. E infatti, fu la prima cosa che feci una volta arrivato a casa.
Non mi era sfuggito niente, tutto quello su cui avevo posato lo sguardo era finito scaraventato a terra. Se il gatto non si fosse rintanato da qualche parte, l'avrei preso e buttato fuori dalla finestra.
Ethan camminava avanti e indietro in continuazione. Usciva in pianerottolo a tranquillizzare i vicini che suonavano il campanello, infastiditi per il troppo rumore.
Non erano neanche le undici di sera, che cosa avevano da lamentarsi?
Thomas teneva Vic per mano. Probabilmente, lei era quella che più ce l'aveva con me.
Ci siamo sempre ripromessi di non avere segreti tra i Måneskin, ed io le avevo mentito guardandola dritta negli occhi, quando lei aveva già capito che c'era qualcosa che non andava.
Per l'ennesima volta avevo fatto tutto di testa mia, da perfetto egoista, scordandomi di essere parte di una band formata da altre tre persone.
Una volta sfogata tutta la mia rabbia, andai a sedermi al tavolo. I ragazzi mi imitarono e restammo a guardarci negli occhi per minuti interminabili. Sapevo che cosa stavano aspettando: spiegazioni e, soprattutto, scuse.
Guardai Victoria e cercai di rifugiarmi nei suoi occhi, dove avevo sempre trovato riparo in momenti come questi. Ma da quelle pupille dilatate potevo vedere l'inferno che non riusciva più a tenere a bada, finché non esplose.
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Insieme Sempre || Damiano e Victoria ||
Romance«... ma è vero che abbiamo un rapporto molto intimo, siamo più che fratelli, più che amici, più che ogni cosa.» Damiano e Victoria. Victoria e Damiano. Nessuno sa quale verità si cela dietro quell'amicizia dannatamente perfetta. C'è chi ipotizza una...
