Capitolo 64

3.2K 102 2
                                        

Catherine
Le parole di Liam mi lasciano senza fiato per alcuni minuti. Non capisco come interpretare quel concetto nonostante abbia voluto sentirgli pronunciare quelle parole più di ogni altra cosa.
Ha detto che ci avrebbe provato e io sto ancora tremando troppo incredula per realizzare ciò che mi abbia detto. Fino alla fine ho sempre pensato che Liam si sarebbe sempre e comunque schierato dalla parte di Matthew, così come avrei fatto io con Adam, ma evidentemente mi sbagliavo. Evidentemente Liam è più obiettivo di quanto io non abbia mai pensato. Sapevo che nascondeva qualcosa dietro quell’aria da “non me ne frega niente di nessuno”.
Il mio turno di lavoro è quasi finito quando diverse immagini di me e Matthew iniziano ad affollare la mia mente. È inevitabile ormai pensare a lui.
Generalmente ogni volta che uscivo da lavoro mi veniva a prendere interrompendo le sue mansioni pur di stare con me. Alla fine, nell’ultimo periodo, non c’era momento che non passavamo insieme. Se non era a letto era sul divano a parlare e a vedere un film. Mi mancano quei momenti così magici, i quali vivrei anche ora. Nonostante tutto e nonostante quella maledetta sedia a rotelle. Sarei disposta a fare ogni cosa per lui. Persino accudirlo su quel maledetto affare, ma lui no! Sembra non volerlo capire.
***
Quando esco dal lavoro le strade sono come sempre caotiche e piene di gente che torna a casa dai propri cari.
Non ho mai visto la famiglia come un qualcosa che riguardasse la nostra quotidianità, quella cosa di cui hai sempre bisogno nonostante le tue mille stanchezze. Ho sempre visto la famiglia come qualcosa di ordinario, un qualcosa che deve sempre farsi i fatti tuoi e che non la smette di correggerti, perché per loro, qualsiasi cosa tu faccia è sempre sbagliata.
Famiglia alla fine è calore. È qualcuno da cui torni a casa. Non importa il legame di sangue. La famiglia è colui o colei che ti aspetta per andare a cenare uccidendo il tempo guardando un film sul divano e magari addormentandosi pur di vederti varcare la porta d’ingresso. La vera famiglia non sono i genitori. La famiglia è quella che ti dimostra il suo affetto. Certo primi tra tutti i genitori, ma perché no reputare un’amica la tua famiglia. La mia seconda casa è Adam, ma in questo ultimo periodo penso che il suo ruolo sia stato scavalcato da qualcuno di più importante nella mia vita, anche se fino ad adesso non me ne ero mai resa conto.
Le luci della sua casa sono tutte spente, segno inequivocabile che non sia a casa, ma io lo conosco fin troppo bene.
Giro dietro la casa sorridendo nel notare che l’erba è stata curata dall’ultima volta che sono stata qui. Ha sempre assunto un giardiniere per far potare tutta quell’erba, ma evidentemente quando son venuta era così impegnato che non ha avuto tempo di rimediare a quel caos.
L’albero in giardino è sempre più fiorito, rallegrando la giornata di chi passa da lì. Non è poco visibile, quindi anche i passanti potrebbero accorgersi di tale bellezza. 
«Che cosa ci fai qua?» domanda senza neanche voltarsi. «Ti avevo espressamente detto di non farti più vedere» le sue parole sono dure come cemento. Non sembra neanche che le abbia pronunciate lui.
«Come hai fatto a riconoscermi? Non ti sei neanche girato e per quanto mi riguarda poteva essere chiunque.» affermo la mia tesi nella speranza che non si infuri alla mia constatazione.
«Sai in questi mesi ho imparato a riconoscere il tuo profumo. In ufficio capivo che eri arrivata per il profumo che porti. Non lo hai mai cambiato e a me stava bene così!»
«Stava? Perché usi il passato?» domando corrugando ancora una volta la fronte nella speranza che questa volta mi mostri il suo viso.
«Sai a volte incominci ad odiare così tanto una persona che anche la cosa più bella di lei vorresti cancellare dalla faccia della terra. Vorrei non aver mai incontrato in effetti il tuo profumo. Non avrei mai dovuto toccare la tua pelle, ma cosa fondamentale non avrei mai dovuto assumerti.»
«Parli così perché porti rancore nei miei confronti, ma in fondo al tuo cuore lo sai non è così.» lo rimprovero mettendomi davanti alla sua visuale. Se non vuole vedermi mentre mi sta parlando allora sarò io a fare la prima mossa. Il suo volto è chino su quell’aggeggio infernale, ma giuro che prima o poi parlerà guardandomi in questi maledetti occhi.
«Non so cosa si prova a stare lì sopra e non so cosa si prova ad accudire una persona disabile. Il medico però ha detto che potresti anche guarire, o almeno buona parte dei tuoi muscoli potrebbero continuare a funzionare se solo tu lo volessi veramente. Non lasciarti morire in questo modo. Hai ancora una vita da vivere.»
«Si, hai ragione. Ho ancora una vita di vivere. Una vita che tu hai distrutto.» e alla fine i miei sentimenti hanno vinto la battaglia. La ragione è stata sconfitta perché le mie labbra si sono posate prepotentemente sulle sue.

Hug my heartDove le storie prendono vita. Scoprilo ora