3
La villa aveva un modo tutto suo di fare silenzio: non era quiete, era attesa. Dopo aver lavato i piatti e spaccato un bicchiere, ero salita dritta nella mia cella. La rivelazione di Harry di poco fa mi aveva scioccata. Che razza di famiglia avevo?
Scese una traccia musicale dal piano di sotto — una chitarra graffiata, un ritmo lento, qualcosa che non conoscevo. Forse era la sua maniera di dirmi "scendi" senza bussare di nuovo alla porta.
Mi affacciai al corridoio. Harry era nel salone, di spalle, una mano in tasca e l'altra a far girare un vecchio vinile. Il blu dei suoi occhi rifletté la luce quando si voltò.
«Sei in orario,» disse piano. «Buon segno.»
«Non ho un orologio e non mi hai detto di raggiungerti »
«Poco importa. Vale lo stesso.»
Spostò un briciolo il volume. La musica riempì gli spazi tra i mobili come se cercasse un posto dove posarsi. Io mi tenni a distanza, le dita confluite nel grembiule. Non avevo intenzione di... qualunque cosa stesse per chiedermi.
«Niente vino,» premette lui, mostrando il bicchiere e appoggiandolo lontano. «Ventitré anni e nessuna voglia di fare il grande. Promesso.»
«Che vuoi?» chiesi, più aspra di quanto volessi.
«Volevo capire se sai stare in una stanza con me senza cercare le uscite ogni due secondi.»
Alzò una mano appena, restando a un paio di metri. «E volevo sentire che musica ascolti quando sei spensierata e non hai paura.»
«Non ballo.»
«Neanch'io.» Una pausa, quasi un sorriso. «Non stanotte.»
Restammo così, io e lui, separati da due passi e da troppe cose non dette. Il suono della puntina che graffiava il disco sembrava contare i nostri respiri.
«Non chiamarmi Vickie,» dissi alla fine. Ripensai alle sue parole '' Victoria è un bel nome, ma che ne dici di Vickie? '' «Mi chiamo Victoria.»
Annuii senza rendermene conto; lui sollevò lo sguardo come se quel nome gli facesse peso sulle labbra. «Victoria, allora.»
La musica cambiò. Una voce roca, lontana. Harry si avvicinò appena, quel tanto che si fa con gli animali feriti per non spaventarli.
«Posso farti una domanda?» domandò.
Non aspettai. «No.»
«Giusto,» mormorò. «Imparerò a chiedertele quando hai bisogno di farle tu.»
Mi guardò un secondo troppo a lungo. Poi scostò lo sguardo, come se avesse ricordato la regola più importante: non mostrarsi.
Poi il telefono squillò. Quel suono tagliò la stanza in diagonale.
Harry lo prese al volo. «Dimmi... Sì... No, non ora... Al club.» Una breve, netta impazienza gli increspò la voce. «Arrivo. Cinque minuti.»
Riagganciò. Il vinile continuò a girare. Lui no.
«Devi uscire,» dissi, senza infilarci una domanda.
«Sì.»
«Dove.»
«Affari.»
Indossò il cappotto, la mano che gli scivolava nel taschino interno con una naturalezza fin troppo sicura. Non tirò fuori nulla. Cosa teneva dentro quel taschino? una pistola magari? non mi avrebbe di certo sorpresa il contrario. Nella vita ci sono tipi come Jason Lee e ... poi tipi come lui. Sembrava uscito dal Padrino di Francis Ford Coppola. La curiosità era troppa, stavo per chiederglielo, la domanda era proprio sulla punta della lingua, ma poi mi ricordai. Della regola - o meglio delle regole.
STAI LEGGENDO
Mr. White
Romance> gli chiesi arrabbiata, i suoi occhi verdi mi guardarono con malizia. > anche se l'odiavo con tutta me stessa il mio corpo non poteva di certo essere d'accordo con la mia mente, ad ogni sua parola accattivante rispondeva > dissi perplessa, picchiet...
