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"Scusami." disse finalmente Lucrezia, con la voce rotta in gola, togliendo la mano rapidamente. "Ora devo andare."

Dopodiché posò una moneta sul tavolo e si alzò, allontanandosi velocemente. Raffaele, preso alla sprovvista, strinse le labbra, deluso, ma non fece nulla per farla desistere dall'andare. Quasi avesse letto nella sua mente e si fosse spaventata, aveva optato per l'immediata fuga, che si infranse però sul muretto dello stretto passaggio che conduceva al parcheggio, inciampando e stramazzando al suolo. Raffaele, d'istinto, si alzò e la raggiunse per aiutarla ma la donna, con un cenno della mano, lo ingiunse a stare lontano.

Qualcosa di insolito però attirò l'attenzione del giovane operaio. Nella caduta, a Lucrezia erano caduti gli occhiali da sole, che recuperò da terra prima di alzarsi. Raffaele, in piedi poco distante da lei, ebbe modo di vederle finalmente gli occhi e rabbrividì. Attorno alla sfera sinistra c'era qualcosa che aveva tutto l'aspetto di un livido di color violaceo, dipinto su un rigonfiamento esteticamente poco apprezzabile che spiegava perfettamente il motivo per cui Lucrezia aveva scelto di coprirsi la parte superiore del volto.

"Che ti è successo?" domandò Raffaele, con un tono di voce decisamente incollerito. "E non dirmi che sei caduta dalla scale!"

"Non è nulla, davvero." replicò la donna, sistemandosi la maglietta. "Non ti devi preoccupare."

"E' stato Rogerio, vero?".

Le labbra di Lucrezia stavano per schiudersi, apparentemente pronte a pronunciare il fatidico si che avrebbe confermato i sospetti di Raffaele, il quale attendeva non troppo pazientemente. Invece, tradendo le attese, abbassò lo sguardo e scosse la testa debolmente. "No, non è stato lui. È come hai detto tu, è stato un incidente. Stavo dando la cera al pavimento e sono scivolata da stupida. È solo colpa mia, Rogerio non mi ha mai toccata... mai."

La poca convinzione che la donna impresse alle parole risultò evidente a Raffaele, il quale ebbe l'impulso di appoggiarsi entrambe le mani sul volto, affranto dal terrore che Lucrezia non riusciva a coprire con menzogne neanche lontanamente credibili. Non bisognava essere dei detective, credeva il giovane operaio, per smascherare una violenza domestica in piena regola. Ed era quello che avrebbe fatto.

"Perché, Lucrezia? Ti avevo chiesto di non mentirmi. E sei una pessima bugiarda."

"Non rendere le cose più difficili." lo pregò la donna, scegliendo di non offendere ulteriormente l'intelligenza del proprio nipote acquisito. "C'è un motivo per il quale non voglio che si sappia e ti prego di rispettare la mia volontà."

"E quale sarebbe questo motivo?"

"Rogerio non è un uomo cattivo. Davvero... lui."

Raffaele sgranò gli occhi. "Non è un uomo cattivo? Ma ti stai sentendo? In quale universo un uomo che picchia la propria moglie è una persona per bene?".

"Io... non puoi capire..."

Lucrezia oramai non riusciva più nemmeno a sostenere lo sguardo di colui che gli stava di fronte e il colorito del volto, per la vergogna, stava assumendo le stesso colorito del livido all'occhio, mimetizzandosi con esso. Raffaele, avendola messa alle strette, cercò di approfittare del suo momento di debolezza per saperne di più. "Dimmi la verità, accade spesso?".

"Non sono affari tuoi! E ora smettila con il terzo grado!" lo redarguì Lucrezia, in un ultimo disperato tentativo di uscire da quella fastidiosa situazione. Raffaele la fissò allibito, non riuscendo a spiegarsi i motivi per cui la donna volesse difendere il violento marito. Le cronache nere erano colme di casi riguardanti mogli indifese e maltrattate le cui ragioni erano motivate dalle scienze psicologiche in maniera che poteva discutersi o meno, ma il risultato era sempre lo stesso: molte donne, inevitabilmente, avevano troppa paura di denunciare le violenze.

Resasi conto di essere stata troppo dura con colui che stava solo cercando di aiutarlo, Lucrezia si scusò immediatamente. Dopodiché rimise gli occhiali da sole, dal momento che alcuni clienti del bar stavano per passargli accanto e non voleva farsi vedere dai compaesani in quelle condizioni. "Lo so che le tue intenzioni sono buone, Raffaele. Ma purtroppo non c'è nulla che tu possa fare."

Nulla? Si chiese Raffaele, il quale si immaginò di trovarsi di fronte a Rogerio, intento a massacrarlo di pugni fino a stenderlo, godendo per il sangue grondante dai denti e dal naso, chiedendogli cosa si provasse a essere un totale vigliacco, uno schifoso reietto senza dignità. Tuttavia, nonostante bramasse di rendere realtà quei pensieri violenti, si convinse sull'impossibilità di farsi giustizia da sé. Era stato già arrestato per rissa in passato e, nonostante fosse molto affezionato a Lucrezia, non poteva permettersi di finire in prigione; aveva una figlia e lei aveva la precedenza su tutto e per questo motivo non poteva rischiare di lasciarla senza un padre, l'unica persona che si prendeva cura di lei.

"Posso sapere almeno per quale motivo ti ha picchiata?" chiese il giovane, cercando di mostrarsi calmo."

"Diciamo che, dopo aver origliato la sua telefonata con Fausto, non sono stata abbastanza veloce a non farmi scoprire."

"Ti ha beccato? Per questo ha alzato le mani?".

"Ora devo proprio andare." annunciò Lucrezia alzandosi con tranquillità, senza rispondere alla domanda. "Ti chiedo solo una cosa, Raffaele. Se mi vuoi bene, fai finta di nulla. Me la caverò, non preoccuparti."

Raffaele la guardò allontanarsi, dopo averla salutata con un cenno della mano. Si domandò cosa si fossero detti di così importante Rogerio e Fausto da spingere il primo a percuotere la moglie perché aveva osato ascoltare qualcosa che non doveva udire. Il mistero si infittiva e Raffaele, seduto al tavolino, promise a sé stesso che in modo nell'altro avrebbe scoperto tutto.

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