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La telefonata di Fausto non tardò ad arrivare, ma stavolta non venne infarcita da silenzi eclatanti. Il suo tono di voce rabbioso e serio confermò, semmai ce ne fosse stato bisogno, che qualcosa di strano stava accadendo intorno a loro.

L'intera famiglia Pozzo venne invitata dal capofamiglia a recarsi nella vicina stazione di Polizia di Tirano, ove avrebbero discusso con le forze dell'ordine riguardo all'imprevista carneficina che aveva deciso di colpire la loro Casata. Prevedibilmente, solo Raffaele aveva risposto all'invito, mentre il resto del parentado aveva addotto urgenti impegni che ne impedivano la presenza.

Tale discorso non valeva per i diretti familiari del defunto Demetrio, i quali uscirono dall'ufficio dell'Ispettore con stati d'animo differenti. Raffaele e Fausto, seduti su una panca, li videro, provando forte compassione per la vedova, Sonia, la quale lottava per cercare di trattenere un pianto sommesso che, a giudicare dal rossore del volto, le stava facendo compagnia già da diverso tempo.

Lo stesso non valeva per Gabriele, il figlio, con le mani in tasca e lo sguardo sereno, quasi non gli importasse granché della dipartita del padre. Raffaele non poteva esserne certo, ma l'occhiataccia rivolta da Fausto al nipote gli fece presagire che forse non aveva torto. Da capofamiglia considerava inderogabile l'armonia del nucleo famigliare e quel senso di indifferenza lo stava innervosendo.

Raggiunse la donna, abbracciandola affettuosamente e permettendole di bagnargli il maglione con una cascata di lacrime. Gabriele, poco distante, alzò gli occhi al cielo, quasi fosse annoiato dall'attesa. Raffaele sentì un nodo alla gola e avrebbe voluto spaccargli il naso con un pugno; detestava l'atteggiamento indolente di chi considerava alla stregua di un bambino viziato, ma si trattenne, in quanto non voleva rovinare il proprio record di lontananza dalle risse.

Una volta terminati i saluti, i due si sedettero l'uno di fianco all'altro, con la schiena curva e le mani incrociate verso il basso, in un immagine che sarebbe stata evocativa se stampata su una cartolina in bianco e nero.

"Dobbiamo aspettare ancora molto?" domandò Raffaele.

"Non credo." ribatté il padre, senza distogliere le pupille dalla porta dell'ufficio. "Tra poco ci riceveranno."

"Prima di sentire la versione della Polizia... tu che ne pensi?".

"Riguardo a cosa?".

"Sai bene a cosa mi riferisco. Ti sarai fatto un'idea sulla vicenda."

"Tutto quello che penso lo dirò all'Ispettore." tagliò corto l'anziano imprenditore. "E ti consiglio di fare lo stesso."

Il figlio non protestò. Detestava quell'atteggiamento intimidatorio, ma non aveva voglia di litigare. Il motivo per cui si trovavano lì era serio e i vecchi screzi familiari dovevano restare fuori dall'edificio e risolti all'interno delle mura domestiche.

Subito dopo, la porta dell'ufficio si aprì.

Fecero il loro ingresso nella stanza, spaziosa per una stazione di Polizia in una cittadina come Tirano. L'Ispettore si alzò dalla sedia e andò incontro ai suoi ospiti, stringendo la mano a ognuno di loro.

"Signor Pozzo." esordì il poliziotto riferendosi a Fausto, dopodiché voltò gli occhi sul giovane operaio. "Raffaele... è un piacere rivederti, seppur in circostanze spiacevoli."

"Anche per me, Mario."

Egli era coetaneo di Raffaele, con il quale aveva condiviso molti anni di scuola primaria e secondaria nonché una bella e lunga amicizia che si era conclusa quando Mario aveva deciso di tentare la carriera nelle Forze dell'ordine. Per lui era iniziata una rapida ascesa all'ispettorato, posizione che ricopriva da diversi anni con serietà e determinazione.

Quando Raffaele era stato un pessimo soggetto avvezzo alle risse, Mario gli aveva spesso e volentieri dato man forte e ora, vederlo seduto dietro quella scrivania era un immagine divertente e entrambi ci avrebbero riso sopra, se non fosse che si trovavano lì per una grave tragedia.

L'Ispettore incrociò le mani, sul cui indice destro troneggiava la fede nuziale, che da qualche anno a quella parte era diventata a tutti gli effetti parte della propria pelle. Raffaele ricordava il giorno del suo matrimonio, in cui la sposa aveva raggiunto l'altare con il pancione e solo due anni dopo un altro pargolo si sarebbe aggiunto alla famiglia. Secondo loro, due era il numero perfetto per la prole.

Due.

Era proprio il motivo della loro visita. 

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