Una volta giunto a casa, non perse tempo. Doveva fare una chiamata molto importante e non si sarebbe dato pace fino a quando non avesse adempiuto al suo dovere. Pensò a Fausto e all'eventualità che perdesse il suo prezioso denaro e quindi la vita agiata a cui era sempre stato abituato. Come avrebbe fatto in tal caso? Avrebbe resistito a quella nuova e certamente insopportabile situazione? Eppure, pensava Raffaele, aderendo al culto di Moloch e ai relativi sacrifici aveva firmato la sua condanna, convinto che compiere azioni abiette e crudeli non portasse mai a nulla di buono, in quanto tutto alla fine tornava indietro. Almeno sperava.
Prese il cellulare con la mano tremante e cercò nella rubrica il numero del padre. Lucrezia lo bloccò istintivamente, appoggiando una mano sulla sua. Raffaele la guardò, senza dire una sola parola.
"È troppo pericoloso." disse Lucrezia, ribadendo ciò che da qualche tempo non mancava di fargli notare.
"Me la caverò."
"Tuo padre è un uomo malvagio, cosa gli impedirebbe di farti del male?".
"Non accadrà, tranquillo. Starò attento e non farò nulla di avventato."
Lucrezia annuì flebilmente, dopodiché tolse la mano e lasciò che Raffaele, non così convinto che tutto sarebbe andato per il verso giusto, facesse ciò che doveva. Fece partire così la chiamata dando inizio al principio del suo piano.
Il giorno dopo, all'orario concordato, si preparò per uscire. Lucrezia, tornata dal lavoro, non disse nulla, rassegnata a non poter fare nulla per l'uomo che l'aveva accolta in casa sua senza chieder nulla in cambio. Dopo aver appoggiato la propria giacca si era ritirata in camera e non vi sarebbe più uscita per lungo tempo; Raffaele pensò fosse arrabbiata e non volesse parlargli, pensiero che gli fece più male del previsto.
Eppure, nonostante lo smacco, avrebbe dovuto pensarci in seguito. Prese così l'auto e raggiunse Lovero, dove il caro padre lo stava attendendo. Gli aveva forse preparato una bella sorpresa? Una cosa era certa, pensava il giovane operaio. Una persona con un minimo di senno non avrebbe corso un rischio del genere.
Scese dall'auto senza fretta e, mentre chiudeva la portiera, curò la facciata della villa paterna. Vedendola in quella giornata uggiosa provò una strana inquietudine, quasi si trovasse di fronte a una magione spettrale, teatro di gravi crimini. Una volta era la casa in cui era cresciuto; ora rappresentava una sorta di tunnel dell'orrore. E là dentro, a quanto pare, c'erano davvero dei mostri. Mise la mano nella tasca sinistra, per controllare per l'ennesima volta la presenza della piccola microspia che Samuele Proietti gli aveva dato in dotazione, dopo avergli spiegato come utilizzarla. Il piano, almeno teoricamente, era semplice. Sperava di non fallire.
Rimase fermo alcuni minuti nello spiazzo in cui aveva parcheggiato l'auto, incapace di muoversi. Poi, guardò la piccola telecamera sulla porta di ferro di fianco al cancello. Avrebbe voluto telefonare a Fausto per disdire l'appuntamento, ma quella vocina nella sua testa che lo spingeva a fare di tutto per sconfiggere la sua famiglia gli ricordò che non poteva tirarsi indietro. Era l'unico modo per scoprire che piani avessero i suoi cari familiari. Poi, un pensiero gli balenò in testa. E se anche loro li stessero osservando con la stessa tecnologia che intendeva utilizzare per spiarli? Non era il momento per assurde – o giustificate – paranoia.
Si fece coraggio e suonò il citofono.
La voce del padre echeggiò dall'apparecchio, chiedendo chi fosse all'altro capo. Raffaele, ben conscio che in realtà sapesse benissimo chi avesse suonato, inizio ad agitarsi. "Sono Raffaele."
Dopo qualche istante di silenzio il portone si aprì. Il giovane operaio entrò. Mentre attraversava il cortile pensò al giorno in cui era entrato di nascosto nella soffitta per rubare i documenti. Fausto non si era realmente accorto del furto? Probabilmente no, in quanto cercare quello scatolone era inutile, almeno fino a quando fosse riuscito nell'intento di commettere l'ennesima atrocità che avrebbe documentato e archiviato con il resto dei bilanci macchiati di sangue. Eppure, si diceva Raffaele, ciò non sarebbe mai avvenuto. Lo avrebbe impedito con tutte le sue forze.
Fu la domestica peruviana aprire, non mostrando la minima emozione in volto, esibendosi una volta di più come essere apatico; il tipo di compagnia giusta per Fausto Pozzo. Una volta varca di soglia si rese effettivamente conto della sua stupidità. Lucrezia aveva ragione a insistere sul fatto che non era il caso di consegnarsi in quel modo al padre. E se magari qualcuno in quel momento lo stava proteggendo? Maria era solamente vicina a Samantha o sarebbe giunta anche in suo soccorso nel caso avesse avuto bisogno? Non ne aveva ovviamente idea, ma quel semplice pensiero lo fece sentire meglio.
Stammi vicino, le disse.
Poco prima di raggiungere il soggiorno ipotizzò di trovare tutto il parentado riunito, com'era accaduto in occasione del loro ultimo incontro. Invece, dovette ricredersi. C'era solo Fausto ad attenderlo, seduto sulla poltrona. Non appena vide il figlio, abbozzò un sorriso. Si alzò dal comodo giaciglio e gli si fece incontro. Raffaele rimase in piedi, impassibile, ma dentro di sé si agitavano emozioni contrastanti, dovendo ammettere con sé stesso che stava arrivando ad avere paura dello stesso padre.
Senza rinunciare alle formalità, Fausto pozzo lo invitò a sedersi. Raffaele acconsentì, finendo con il trovarsi faccia a faccia con il proprio genitore, dando il via a un silenzio imbarazzante.
"Devo ammettere che la tua visita mi ha alquanto sorpreso." esordì l'anziano.
"Beh, non ci vediamo mai... mi sembrava carino farti una visita."
"Già, con tutti i nostri impegni è difficile incastrare un incontro."
"E comunque... come stai?" chiese Raffaele, impacciato. "Hai qualcosa di nuovo da raccontarmi?".
"Ho qualche acciacco. Sai, l'età, ma nulla di irrisolvibile."
"Sai che hanno messo pioggia per domani?" disse Raffaele, sentendosi un completo idiota per ciò che aveva detto. Che stava combinando? Si stava perdendo in futili chiacchiere per non arrivare al dunque. E di ciò Fausto parve accorgersene, in quando gli lanciò un'occhiata seria.
"Normale, è primavera."
Oramai era chiaro che entrambi si stavano studiando a vicenda, sfidandosi a una sorta di guerra psicologica che Fausto stava vincendo. Parlavano del più e del meno, come se nulla di grave fosse successo, comportandosi come un normale figlio che va a trovare l'anziano padre che non vede troppo spesso. Era inutile rimarcare l'assurdità della situazione. Raffaele provò a calmarsi, aspirando aria fino ai polmoni; doveva agire con astuzia, anche se il suo cervello aveva deciso di non aiutarlo in alcun modo. Tuttavia ci pensò il padre a sciogliere la matassa, facendosi cupo.
"Basta stronzate." sentenziò l'uomo. "Perché sei qui?".
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Ombre
Misteri / ThrillerNelle tranquille montagne della Valtellina una misteriosa furia omicida si abbatte sui membri di una famiglia influente. Sulle prime si crede all'attacco di una belva feroce, ma in seguito le indagini porteranno a credere si tratti di un essere antr...
