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In meno di un minuto giunsero sul piazzale, dove Rogerio seguitava a picchiare i pugni contro il portone come un ossesso, imprecando e sbraitando. Una volta scesi dall'auto, i due fecero in tempo a vedere la signora al primo piano uscire sul balcone per protestare contro l'eccessivo baccano che aveva svegliato il figlioletto di pochi mesi. Rogerio, di contro, inveì con pesanti insulti, invitando la donna a tornare in casa propria se non voleva problemi.

"Che diavolo pensi di fare?!" gridò Raffaele, avanzando minacciosamente verso l'uomo. Mario lo seguì con calma, pronto a intervenire nel caso la situazione degenerasse.

"Ti sei portato l'amichetto della polizia, eh?!" replicò Rogerio, accortosi della loro presenza. "Sono venuto a riprendermi mia moglie."

"Lei non vuole tornare da te. Quindi fino a che lo vorrà resterà da me e la proteggerò da uno schifoso come te."

Quelle parole accesero una miccia nella testa di Rogerio Pozzo, che si diresse verso Raffaele e lo afferrò per la maglietta. "Stammi a sentire, brutto bastardo. Il fatto che tu sia figlio di mio fratello non comporta che tu possa spupazzarti mia moglie quando ti pare e piace, chiaro?!".

"Diamoci una calmata." intervenne finalmente l'Ispettore, convinto che di lì a poco l'atmosfera, da surriscaldata qual era, sarebbe diventata incandescente. "Signor Pozzo, lei non può venire qui e creare un simile caos."

"Ma c'è mia moglie in questa casa!" protestò l'uomo, addolcendo improvvisamente il tono di voce.

"Una moglie che hai massacrato di botte solo perché non ha messo sufficiente sale nella pentola. E non venirmi a dire che si è inventata tutto!" lo accusò Raffaele. "Ho visto i lividi quando si è presentata a casa mia la scorsa notte terrorizzata da un mostro!"

"Un mostro..." sottolineò Rogerio sogghignando. "E suppongo che ti abbia detto un sacco di cose carine, vero? Tipo che la picchio sempre, che le incuto timore..."

"Lei non voleva dirmi nulla e se non fosse stata davvero al limite della sopportazione non avrebbe preso la decisione di andarsene."

"Sia come sia." tagliò corto l'uomo, lanciando un'occhiata a Mario. "Per ora è ancora mia moglie e ho il diritto di riprendermela."

"Ma ti senti come parli?" lo incalzò Raffaele. "Come se Lucrezia fosse di tua proprietà. Beh, ho una bella notizia per te. Non lo è."

"Mi dispiace interrompere questo simpatico idillio." commentò ironicamente Mario. Poi si rivolse a Rogerio."La signora Lucrezia non è obbligata a seguirla e se davvero ci sono state delle violenze domestiche non lascerò correre."

"Mi sta forse minacciando?!" sbraitò Rogerio digrignando i denti. "Creda che abbia paura solo perché ha un distintivo? Beh, si sbaglia di grosso."

"Ascolti bene. Nemmeno io ho paura di voi. Non me ne frega nulla se siete una famiglia potente e influente. Se provate anche solo a toccarmi o a insistere con il vostro atteggiamento, la porto a fare una gita in Centrale e non sarà affatto di piacere, mi creda."

Raffaele osservò in disparte, ammirando la calma e la sicurezza con la quale Mario riusciva a farsi valere, qualità che aveva sempre invidiato in lui. Rogerio, messo alle strette, scosse la testa, quasi si considerasse la vittima in quella vicenda. "E va bene. Me ne vado. Mi auguro che tu guadagni abbastanza bene per soddisfare ogni suo vizio, Raffaele. E non fare quella faccia. Non lo sai che la piccola Lucrezia ama gli agi e i regali? E pensare che prima di conoscermi otteneva quello che voleva in cambio di favori... speciali. Quella grandissima..."

Le parole morirono con l'impatto del pugno sul suo volto. Rogerio cadde a terra e un rivolo di sangue gli sporcò l'elegante vestito. Raffaele non aveva resistito. Aveva udito Lucrezia piangere al di là della porta dopo le terribili parole pronunciate dal marito e quella era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Il silenzio invase il piazzale e il giovane operaio, guardandosi la mano, si rammaricò di essere nuovamente scaduto nella violenza, proprio ciò da cui aveva promesso di rifuggire.

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