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Sono un pazzo, si disse Raffaele avvicinandosi al cancello che conduceva alla Magione del padre. La sua mente proiettò immagini di ciò che poteva accadere, in una visione di trappole e inganni aventi lo scopo di farlo tacere per sempre. Poi, fissò il campanello. Chi poteva assicurargli che una volta premuto non sarebbe stato folgorato da una scarica elettrica? Convintosi dell'assurdità del proprio timore, suonò e nessun fulmine lo investì.

La domestica peruviana gli aprì la porta, per poi ignorarlo come era solita a fare. Raffaele raggiunse il salotto di gran carriera, deciso ad affrontare il padre. Si considerava pronto a tutto, se in ballo c'era la vita della propria figlia. Tuttavia, una volta giunto in soggiorno, si bloccò. Fausto, difatti, lo aveva chiamato chiedendogli un incontro, ma non era solo.

Difatti, la sorella Katia sedeva di fianco a lui sul divano. Poco distante, sulla poltrona, Nicholas ghignava beffardamente. Raffaele realizzò che se prima era solo un sospetto, ora l'ipotesi della trappola stava assumendo una consistenza più concreta. Dietro di lui, per qualche secondo, si parò la domestica e la propria paranoia gli suggerì che la giovane peruviana fosse intenzionata a bloccare una sua eventuale fuga.

"Che ci fai lì in piedi?" gli domandò il padre. "Vieni pure, non ti mangiamo!".

Non ne sarei così sicuro, si disse il giovane operaio, il quale tuttavia fece qualche passo verso e si fermò. Fausto non si arrese e lo invitò nuovamente ad accomodarsi. Raffaele, convinto che per il momento non aveva nulla da temere, si avvicinò al tavolo, prese una sedia e la mise poco distante dal divano, dopodiché vi si sedette. Katia e il fratello si lanciarono un'occhiata confusa.

"Non ti fidi di noi." convenne il padre, sorridendo. "Comprensibile. Hai scoperto che Patrizio ha tentato di rapire tua figlia e pensi che anche noi siamo coinvolti."

"Mio figlio ha fatto qualcosa di davvero orribile." affermò Katia. "Davvero, non so dirti quanto mi dispiace, in particolare per Samantha."

"A proposito." aggiunse l'imprenditore. "Come sta la mia nipotina? Mi piacerebbe vederla se è possibile."

Quella frase provoco a Raffaele un attacco di nervosismo e serrò pugni con tutta la forza di cui disponeva. "Sta bene. Si sta riprendendo."

"Ci fa davvero piacere." ammise Katia.

"E tu Nicholas?" chiese Raffaele, rivolgendosi al cugino. "Non hai nulla di carino da propinarmi?".

Il giovane si limitò ad alzare gli occhi al cielo e accennò ad alzare le mani, strafottente. "Come immaginavo." osservò il giovane operaio.

"Perché non hai portato anche Lucrezia?" cambiò discorso Fausto Pozzo.

Raffaele trasalì. "Che cosa c'entra Lucrezia."

"Andiamo... so benissimo che dopo la morte di Rogerio si è trasferita da te. Pensavi non lo sapessimo?".

Raffaele rimase in silenzio, incapace di replicare. Il padre lo rassicurò. "Non mi interessa, sarò sincero. Potete fare ciò che volete."

"Non mi serve la tua approvazione."

"Non capisco perché ti comporti così con noi." lo informò stizzita Katia. "Ti abbiamo spiegato in ogni modo che non c'entriamo nulla."

"Oh, dite davvero?".

"Certo, non possiamo pagare per gli errori di mio figlio, anche se non finirò mai di vergognarmi per lui."

"Quindi siete innocenti." affermò sarcasticamente Raffaele. "Avete la coscienza pulita."

Il giovane operaio, in quel momento, ricordò lo scatolone nascosto in casa propria e il foglietto con le date e i nomi dei bambini scomparsi. Non poteva sorprenderli con la verità, in quanto era l'unica arma che aveva contro di loro e non poteva sprecarla.

Doveva agire diversamente.

"Io voglio chiedervi scusa... credo di aver sbagliato a giudicarvi." disse loro Raffaele, cercando di apparire credibile. "Quello che è successo è stato sconvolgente. Samantha è tutta la mia vita e ho avuto davvero paura di perderla. E, per sentirmi meglio, avevo bisogno di incolpare qualcuno."

La piccola commedia che aveva inscenato parve quietare il padre e anche Katia. Una volta uscito da lì avrebbe provato a contattare Mario, a cui avrebbe chiesto aiuto per proseguire le ricerche. Era indispensabile che non sapessero nulla delle informazioni che aveva trovato, credendolo solo un povero isterico con manie di persecuzione. Doveva agire nell'ombra, sgombro da sospetti sulla propria persona.

"Non preoccuparti." lo tranquillizzò il padre. "Ti capisco perfettamente."

"Già." confermò Katia. "L'importante è che ti sia reso conto che non non c'entriamo nulla con questa faccenda."

"Ecco, mi auguro davvero che questo incontro possa essere utile per riallacciare i rapporti con voi." si auspicò Raffaele, utilizzando tutta la scarsa falsità di cui era dotato.

"Di questo non devi preoccuparti." affermò Fausto. "Per quanto mi riguarda questa storia è finita."

"Proprio così." aggiunse Katia. "Oramai non hai più nulla da temere."

"Ne sono certo." mentì Raffaele.

"La nostra famiglia è stata decimata per colpa di stupide scelte di vita da parte dei miei poveri fratelli e di mio nipote." disse il capofamiglia. "Dobbiamo restare unità."

"Certo, papà."

"Sta mentendo." intervenne Nicholas, fino a quel momento rimasto in disparte, facendo sprofondare i presenti, in primis Raffaele, in un tombale silenzio.

"Come prego?" volle sapere il giovane operaio, sbiancato.

"Stai solo facendo la commedia. Non sei davvero convinto di ciò che hai detto. Vuoi solo farci credere quello che fa comodo a noi. Ho ragione?".

"No, hai torto invece. Non so di cosa stai parlando."

"Siamo seri." replicò il cugino. "Ti abbiamo detto tutto ciò che dovevamo dirti, non ti serve sapere altro. Quindi, ti conviene non proseguire in qualsiasi cosa tu stia facendo."

"Mi stai forse minacciando?".

Nicholas ghignò. "Tu che dici?".

Raffaele si sentiva accerchiato. Lasciò cadere le braccia sui fianchi, inquietato da quegli sguardi seri che non smettevano di scrutarlo. Per la prima volta da quando tutto era cominciato, aveva davvero avuto paura per sé stesso. Avrebbe voluto alzarsi e scappare, ma se aveva una minima possibilità che non sapessero delle sue indagini, doveva mantenere la calma. Per sua fortuna, il cellulare squillò e benedì il cielo.

"Scusate." disse prendendo il cellulare. Nessuno fiatò. "Pronto? Mario, finalmente, sono due giorni che ti cerco."

Raffaele calcò il nome dell'amico quasi volesse sottolineare che stava parlando con un Poliziotto, in modo che i cari parenti non avrebbero potuto muovere un muscolo. "Si, ti raggiungo tra poco."

Spense il telefono e lo mise in tasca. Poi si alzò e si rivolse ai presenti. "Vogliate scusarmi, ma devo occuparmi di una questione urgente. Avete altro da dirmi?".

"Vai pure." disse Fausto, con tono di voce calmo. "Non c'è altro da dire."

Katia si limitò a sorridere, mentre Nicholas continuava a sogghignare. Raffaele lo guardò un'ultima volta, a muso duro. Poi girò i tacchi e abbandonò rapidamente la casa del padre. Varcò la soglia e percorse il cortile e solo quando si lasciò alle spalle il cancello si sentì davvero al sicuro.

Non c'erano dubbi.

Aveva avuto davvero paura.

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