Dolori e patemi avanzavano minacciosamente su mamma.
Il mandante ignoto di codeste pene, assolutamente inevitabili (ossia la malattia del tutto ignara a mia madre e causa delle sue sofferenze), non dava nessuna speranza alla povera martire.
In un tempo remoto, approfittando della vulnerabilità dell'incoscente sua vittima (incosciente per aver mangiato frutti di mare crudi), s'infiltrò perennemente nelle sue viscere e poi, una volta nel suo interno, la colpì terribilmente, condannandola a morte.
Da quel momento, struggente fu la sua agonia.
Mia madre aveva iniziato ad accusare i primi sintomi della malattia, ormai in decorso, sul finire dell'estate.
In principio non aveva dato molta importanza al malore.
Pensava che con un po' di riposo e con un'alimentazione corretta, questi insoliti dolori, con il passare del tempo, si sarebbero attenuati.
Per non preoccupare nonna e mio padre, aveva preferito tacere, proseguendo la sua vita come se nulla fosse.
Perciò continuò ad alzarsi presto per andare a lavorare, a pulire casa, ad uscire con le amiche, a passeggiare con le figlie, praticamente a comportarsi come era suo solito fare.
Ma difficile fu per lei nascondere l'evidenza.
Il malessere non le dava tregua.
Debole e delicata come una flebile foglia, aveva intuito che presto sarebbe caduta senza poi rialzarsi più.
I parenti più stretti, le persone più care, avevano comunque capito che c'era qualcosa in lei che non andava.
Deperita, indebolita, sciupata, triste, mesta, angosciata, Marisa non era più la stessa di sempre.
Marisa stava sicuramente male.
Spaventati e certamente preoccupati, più volte l'avevano esortata a farsi visitare.
Ma lei, tutte le volte, si rifiutava.
Indiscutibilmente.
Aveva paura.
Paura di farsi vedere, di farsi esaminare.
Finché quel fatidico giorno, quel pomeriggio di primavera, ormai stanca di sopportare pene e sofferenze incessanti, decise finalmente di farsi controllare.
La diagnosi fu davvero terribile e preoccupante.
Un vero shock.
Mamma era grave.
Doveva essere ricoverata il più presto possibile.
Non ricordo esattamente la data del suo ricovero e il tempo che trascorse in ospedale.
Rammento solo che da quel giorno maledetto non l'ebbi più rivista e pure lei non avrebbe più rivisto mia sorella e me.
Non avrebbe più rivisto nessuno.
Oh mamma, mammina cara.
Se solo avessi capito che tu avevi questo forte desiderio della mia vicinanza, delle mie tenerezze, delle mie carezze, solo per essere felice.
Se solo m'avessi parlato, me l'avessi detto, io ti sarei stata vicina.
Ti avrei stretta forte a me, al battito del mio cuore.
Non ti avrei lasciato mai.
Non avrei permesso mai, a niente e a nessuno, di portarti via da me... da me per sempre.
Purtroppo il male terribile, il mandante non più ignoto di tutte le sue sofferenze, aveva colpito.
Dopo circa un mese, tra dolori e patimenti, Marisa morì in un desolato letto di ospedale.
All'esalare dell'ultimo respiro, strazianti furono le sue ultime parole:" Salutatemi e abbracciatemi forte le bimbe. Dite a loro che mamma le ha sempre voluto bene... Addio".
Era il 19 Aprile 1976.
Addio mamma... addio per sempre.
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L'Illusione di un padre
General FictionTRATTO DA UNA STORIA VERA. I NOMI SONO CAMBIATI PER PRIVACY. La vita, alla piccola Emily, non le ha mai regalato nulla. Le ha sempre tolto e mai dato. Orfana di madre alla sola età di 7 anni, molte cattiverie, avversità e costanti soprusi ha dovuto...
