Capitolo 108

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Dopo l'ultimo litigio con Agata, piuttosto violento direi, mio padre divenne sempre più cupo, taciturno, quasi assente.
Assorto nei suoi pensieri e con noi spesso sfuggente.
Pareva volesse evitarci.
Ovvero, senza dubbio desiderava evitarci.
Non trovava mai tempo per noi figlie. Trascorreva più ore fuori casa per voluta e calcolata convenienza.
Ossia...
Per non vedere.
Non sentire.
Non parlare.
Scappare dai problemi, invece che affrontarli, era vigliaccamente ed egoisticamente molto più semplice.
Ma mio padre, purtroppo, era fatto così. Usciva presto all'alba per recarsi prontamente al lavoro.
Rincasava dopo, nel tardo pomeriggio, per pranzare.
Andava nuovamente fuori casa, per dirigersi immancabilmente al suo affezionatissimo bar.
Rientrava poi in serata, stessa ora, precisamente alle 20:00, giusto appunto per cenare.
E poi, ormai stanco e assopito all'estremo, raggiungeva celere il suo caldo letto, alla buon'ora, tra le braccia confortevoli di Morfeo.
Ignorando, così, l'effimero richiamo di una coscienza che, seppur presente, intenzionalmente ottenebrava.
A me e a mia sorella non domandava nulla, perché già intuiva le nostre risposte.
Non ci guardava negli occhi, perché da essi trapelava tanta tristezza.
Non ascoltava i nostri non dire, perché dei nostri silenzi uscivano urla strazianti di implacabili sofferenze.
Angosciosi lamenti verso chi, era palese, fingeva meticolosamente di non sentire.
E noi, da parte nostra, alla fine avevamo accettato il suo incessante ignorarci.
Volevamo scongiurare possibili e violenti dissidi e discussioni.
Agata, incosciente com'era, poteva nuovamente fuggire portandosi via mio fratello.
E questo non l'avrei un'altra volta supportato.
Figuriamoci mio padre.
Ammativa per lei.
Era evidente che mio padre non poteva più vivere senza Agata e suo figlio.
Tra loro e noi, quale sarebbe stata la sua probabile, bensì intuibile, terribile scelta? Temendo il peggio, una tragedia annunciata, Luciana ed io decidemmo di non raccontare più nulla.
Tacere su tutto ciò che di più drammatico accadeva quotidianamente a casa, era sicuramente l'atteggiamento migliore da adottare.
Per il quieto vivere.
Era ovvio.
Desiderata serenità proprio per lui, per mio padre, per colui che, nonostante tutto, gli auguravo solo tanta e sincera felicità. D'altronde, era talmente infatuato di sua moglie Agata, che qualunque cosa avessimo detto contro di lei, mio padre, comunque, avrebbe creduto risolutamente soltanto ad ella. Ingiustamente.
Senza giudizio.
Senza speranza.

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