All'epoca dei miei tempi passati, il valore commerciale di questi scatti fotografici rappresentativi, era di mille lire.
Un prezzo equo, moderato e alla portata di tutti.
Anche Agata non esitò un attimo a consegnarmi i soldi per consentirne l'acquisto.
Ma quando si trattava di spendere, Agata non badava mai a spese.
Così, il giorno seguente, mi recai dalla mia maestra con le mille lire richieste.
La maestra, a sua volta, mi consegnò la fotografia in una busta sigillata, senza però accetarne le lire.
Mi spiegò, che dalla morte di mia madre, la foto di gruppo mi era sempre stata offerta affettuosamente.
Quindi, anche per quell'anno, avrebbe fatto lo stesso.
Per lei, nulla era cambiato.
Tornai a casa un pochino confusa.
Porsi ad Agata sia i soldi non accettati, sia la busta contenente la fotografia.
In seguito le raccontai, per filo e per segno, tutto quello che la maestra mi aveva detto e spiegato.
Ovviamente Agata non gradì affatto tale motivazione.
Anzi, si offese moltissimo.
Come si era permessa di dire che nulla era cambiato.
Perché doveva commiserarmi se una madre adesso ce l'avevo anch'io?
Per Agata non era ammissibile tutto questo.
Non poteva sopportarlo.
E così mi ordinò di riconsegnare quei soldi alla maestra.
Naturalmente con adeguati modi dovuti.
Educatamente.
Ringraziandola cordialmente per la lodevole e sincera generosità.
Tale nobile gesto era certamente apprezzabile, ma per Agata era invece inopportuno e inaccettabile.
Maledetta congiura la loro.
Sembrava quasi che lo facessero apposta.
Che si fossero coalizzate contro di me.
Pronte a colpirmi, ferirmi, umiliarmi.
Magari solo per il gusto macabro di vedermi star male.
Era folle poter pensare a tutto questo.
Ma da certe persone potevi davvero aspettarti di tutto.
Così, sempre più imbarazzata, mi presentai nuovamente dinanzi alla mia maestra.
Naturalmente con le solite e fatidiche mille lire.
Ma la maestra, ancora una volta, le rifiutò.
Tassativamente.
Era incredibile tutto ciò.
Non sapevo più cosa fare.
Di certo non sarei tornata un'altra volta da Agata.
Mi avrebbe dato sicuramente della povera stupida.
Allora pensai che era meglio sbarazzarsene subito.
Il problema era come.
Se fossi stata una bambina più scaltra, o più maliziosa, sicuramente le avrei spese tutte per me.
E chissà quante cose buone e sfiziose mi sarei potuta comprare con quelle mille lire.
Ma la mia indole sempliciotta mi impediva di compiere tali azioni.
Assunsi invece un atteggiamento più assurdo, decisamente più strano.
Intrapresi una strategia assai più complicata.
Praticamente presi quella maledetta banconota e la feci scivolare dietro un mobile della sala.
Sarà stata dabbenaggine la mia, o semplicemente paura.
Ad ogni modo ero riuscita, una volta per tutte, a liberarmi di quei dannati denari.
Avevo finalmente posto fine ad uno stupido e squallido gioco da loro creato.
Nelle loro mani non ero nient'altro che una sciocca e indifesa pedina.
Potevano muovermi e fare di me ciò che volevano.
Ed io, da parte mia, non potevo fare altrimenti.
Se non obbedire.
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L'Illusione di un padre
General FictionTRATTO DA UNA STORIA VERA. I NOMI SONO CAMBIATI PER PRIVACY. La vita, alla piccola Emily, non le ha mai regalato nulla. Le ha sempre tolto e mai dato. Orfana di madre alla sola età di 7 anni, molte cattiverie, avversità e costanti soprusi ha dovuto...
