Il diavolo cap.1

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STEVE

Un anno prima

Quella sera non stavo tanto bene, mi sentivo sotto pressione. Ero ubriaco, avevo perso la testa, non dovevo mettermi alla guida... non avrei dovuto farlo, non ne ero nelle condizioni.

La mia mente vacillava, sentivo dei frastuoni, fischi. C'era una figura sfocata, muscolosa, alta e prepotente. Era mio padre.

C'era lui che non mi accettava, mio padre che mi sputava veleno addosso, quasi come fossi niente, quasi non contassi nulla per lui.

E di fianco c'era un'altra sagoma più accesa, era messa più a fuoco, urlava, non a me. Cercava di coprire le parole non gradevoli di quello che doveva essere l'uomo che mi ha messo al mondo.

Ero scappato, salii sulla mia auto, ma mia madre mi aveva bloccato, e improvvisamente... mi ero subito fermato. La mia dolce mamma era messa davanti a me, avevo sorriso, ma per poco. L'avevo supplicata di farmi passare, che dovevo andare, che dovevo trovare il mio posto.

Ma non voleva togliersi, e così avevo spento il motore, e lei salì in macchina.

Altri immagini sfocate, urla, pianti, suppliche, scuse, ma non sentii niente. Troppo arrabbiato per ascoltare, troppo deluso, troppo frustrato per fermarmi.

Stavo correndo, non badavo molto alla strada, non riuscivo a fare quello che mia madre mi stava urlando.

"Rallenta, ti prego Steve, rallenta, finiremo per schiantarci."

"Rallenta."

Fu l'ultima parola che sentii, l'ultima cosa che avevo visto fu una luce accecante dritta verso di noi, poi buio.

Non c'erano più sagome sfocate, non c'erano più urla, niente di niente. Ero caduto nell'oblio, come un diavolo in piena crisi di rabbia e... io non potevo più tornare indietro, nè più fermarmi o cambiare le cose.

Condannato alla stronzata più grossa della mia vita, a quella che avrebbe cambiato tutto, ma per davvero. Per poi trasformarsi nel più brutto degli inferni.

Quella notte avrei preferito morire io, invece che avere sulla coscienza una morte ingiusta, era tutta colpa mia. Se solo avessi ragionato, se solo non mi fossi fatto coinvolgere dalla rabbia verso mio padre, se solo l'avessi ascoltata...

In un certo senso, però, io sono morto in quell'incidente, insieme a lei, insieme a quel viso, a quel sorriso splendente. Insieme a quelle ultime parole che mi ha praticamente urlato.

E non c'è perdono, non c'è niente che possa aiutarmi a farmi perdonare questa cosa, vivere con un peso così gigante addosso è qualcosa d'insopportabile, d'inaccettabile. Non si può spiegare quanto possa avermi fatto male tutto ciò.

UN ANNO DOPO

Quest'anno avevo deciso di cercarmi un lavoretto estivo, dato che le ripetizioni in questa stagione vanno a scarseggiare.

Così ho mandato il mio curriculum per fare il barista in uno di quei lidi delle spiagge californiane, anche se non è il massimo per me, dato che sarò costretto a stare a contatto con gente appiccicosa nella maggior parte del mio tempo, ma niente da fare, ho bisogno di soldi.

Indosso il camice e il cappellino, e senza fare altre storie prendo a lavorare.

Per le prime ore fila tutto liscio, fra tazzine di caffè e birre ghiacciate. Parecchie risatine da ragazze messe tutte in tiro per attirare l'attenzione di altri ragazzi pieni di sé, con la voglia di portarsi a letto la prima tipa che passa sotto i loro occhi.

«Ehi barista sexy, non è che mi faresti una vodka lemon?» Vengo attirato da questa ragazza che continua a sbattere le ciglia come fossero ventagli, leccandosi le labbra di tanto in tanto e sorridendomi con una tale devozione. Quasi mi viene da rabbrividire...

«Sì, certo.» In quel momento metto in atto le mie doti, fingo di apprezzare il suo sguardo insistente, e con un sorriso che sa tanto di falsità comincio a preparare il suo cocktail.

Neanche il tempo di appoggiare il bicchiere, lei lo afferra, mi lancia l'ultimo sorriso e corre verso l'uscita.

«Ma cosa... ehi, devi pagare!» La rincorro sbalordito.
«Ah, non offre la casa?» Continua a rivolgersi a me con quel sorriso.
«No, non offre la casa.»
«Ah, e non potresti offrirmelo tu?»

Non capisco se sia davvero così, o se è il suo cervello ad arrivarci tardi...

«Ci sto provando con te deficiente!» Adesso non sorride più, mi sta guardando con quella sfacciataggine in viso, che mi fa automaticamente pentire di lavorare in questo posto di pazzi squilibrati.

«E io non accetto le tue avance, quindi paga!» Le rispondo puntando il posto cassa.

Senza aspettare la sua risposta, le do le spalle e ritorno dietro al bancone.

"Tu non sei mai stato tipo da troppe persone." Diceva mia madre, me lo ripeteva sempre, ogni occasione era buona per ripeterla, aveva ragione. Un po' come quando raccontava che i miei occhi azzurri non ricordavano affatto il mare, ma il cielo, e io non capivo cosa volesse dirmi, adesso lo so, ricordano il cielo perché è lì che guardo tutte le volte che penso a lei.

"Sii te stesso."
"E se non mi piacesse esserlo, mamma?" Chiedevo, e lei non rispondeva mai, perché mi amava così com'ero.

E non l'ho mai capito come potesse farlo, ameresti mai qualcuno che della vita non ne sa niente? Ameresti un vulcano in eruzione? Ameresti mai la tempesta quando sei a piedi nudi sui cocci di vetro?

"Sei una super eroina." Lo è sicuramente, perché so che continua ad amarmi, nonostante io le abbia tolto il respiro.

«Ehi, amico!» Sento urlare da un ragazzo nella mia mezz'oretta di pausa pranzo.

Decido di alzarmi, convincendomi del fatto che non posso più stare in tranquillità qui.

«Potresti passarmela?» Per un attimo non capisco di cosa stia parlando, o se si stesse rivolgendo a me. Lo guardo storto e così percepisco che ce l'abbia proprio con il sottoscritto.

«La palla, barista.» Schiocca le dita e mostra il suo sorriso curato.
Gliela passo con un calcio, ma a lui non sembra bastare, perciò me la ripassa.

«Io sono Cameron, sei nuovo non è vero?»
«Già.» Non mi muovo di un centimetro.

A differenza sua, lui si avvicina, mette un piede sulla palla proprio davanti a me. Mi sento osservato, come se stesse controllando se mi avesse visto già da qualche parte.

«Tu non sei di qui.» Scoppio a ridere a questa sua affermazione, ma non gli rispondo.
«Troppo bianco.» Continua.
«E tu sei troppo scuro.»

«Dai sul serio, sei di qui o no?» A questo punto non so perché decido di osservarlo...

«Che ti importa?!» Chiedo basito dal suo interessamento.
«Mi piace conversare, tutto qui!»
«A me invece non piace abbronzarmi!» E senza aggiungere altro vado via.

«E non mi dici nemmeno come ti chiami?» Sento urlare da dietro non appena appoggio la mano sulla maniglia.
«Steve, contento?» Mi volto verso di lui, e mi sorride, un sorriso che mi sa di luce angelica.

"L'Angelo e il Diavolo"Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora