iv.

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Ace aveva impiegato più tempo del previsto a riportare la Striker fino al porto, cercando di restare vicino la costa e gestire le correnti, ma alla fine l'aveva fatta scivolare tra due imbarcazioni molto più grosse della sua e aveva gettato la cima con un gesto soddisfatto. Si raddrizzò subito dopo, puntandosi le mani sui fianchi. Il torso nudo ancora caldo di sole e salsedine, le lentiggini sparse sul viso come sempre, i capelli neri spettinati dalla brezza marina.

I pantaloni bermuda scuri gli cadevano bassi sui fianchi, stretti dal cinturone consumato, e gli stivali erano ancora sporchi di sale e sabbia.

Sulla schiena e sul braccio spiccavano i tatuaggi, linee nere e viola ormai parte di lui quanto il fuoco che portava dentro. Restò un attimo a guardare il posto che si era conquistato al molo, aria soddisfatta e spavalda.

Alle sue spalle, una voce lo richiamò.

«Signore, mi devi duecentosedici berry per l'ormeggio.»

Ace si voltò lentamente.

L'addetto al molo era lì con un blocco in mano.

Ace sbatté le palpebre.

«Duecentosedici?!» ripeté, incredulo, poi scoppiò in una risata breve. «Stai scherzando, spero. È una rapina.»

«È la tariffa.»

Ace rimase un secondo a fissarlo, poi indicò la Striker con un gesto.

«Ma guarda la mia barca. È piccola! È schiacciata in mezzo a quelle due bestie lì accanto.»

L'uomo non si scompose.

«È la tariffa».

«Ma che significa è la tariffa? Mi stai spennando.»

«Vuoi ormeggiare o no?»

Ace strinse i denti, già irritato. Si passò una mano tra i capelli e borbottò qualcosa di poco elegante.

«Dannazione...»

Frugò nella tasca, tirò fuori i Berry e li mollò sul banco come se stesse pagando un ricatto. Si rimise lo zaino in spalla e si incamminò verso il centro di Cala Serena, lasciandosi alle spalle il molo e la Striker ormeggiata. La strada che risaliva dall'approdo si faceva presto più stretta e polverosa, e per un tratto correva proprio lungo il limitare della fascia di giungla, dove gli alberi tornavano a infittirsi e l'ombra verde sembrava inghiottire tutto.

Ace sbuffò e si aggiustò il cappello da cowboy, quando sentì il rombo di un motore. Dal sentiero che arrivava dalla foresta, sbucò un pullman bianco e arancione, uno di quelli con pochi posti, che sobbalzava sulle pietre.

Lui sollevò una mano d'istinto e fece un mezzo cenno, provando a fermarlo.

Il veicolo rallentò appena. Dal finestrino abbassato spuntò un volto sconosciuto.

«Siamo pieni!» gli urlò qualcuno, quasi scusandosi, ma lasciandolo lì con la mano ancora a mezz'aria.

In fondo non era strano. Se le guardie costiere lavoravano a gruppi di tre e recuperavano dispersi a grappoli, un mezzo così si riempiva piuttosto in fretta. Era lui, semmai, a essere l'eccezione: un pirata solo in giro con la sua imbarcazione monoposto.

Riprese a camminare, ma non arrivò molto lontano che un altro rumore di motore si avvicinò da dietro, più veloce e, questa volta, qualcuno cominciò a suonare il clacson come un pazzo, senza alcun motivo, una raffica insopportabile.

Ace si voltò, perplesso. Dal finestrino aperto di un altro pullman (questo bianco e verde) spuntò Dot, con un sorriso enorme e il palmo ancora premuto sul clacson.

𝘖𝘯𝘦 𝘗𝘪𝘦𝘤𝘦 𝘚𝘵𝘰𝘳𝘪𝘦𝘴Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora