17 3 0
                                        

                                      COLIN

Avevo ascoltato abbastanza, feci segno ai due di rimanere lì dov'erano ed entrai nel parcheggio

Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.

Avevo ascoltato abbastanza, feci segno ai due di rimanere lì dov'erano ed entrai nel parcheggio.
Mi fermai difronte a Jacqueline e accanto a me c'era lei, Jane.

La ignorai: "Jacqueline andiamo." le dissi.
Lei si girò verso di me e mi squadrò dalla testa ai piedi per poi fissarmi: "Io e lei non abbiamo finito." disse freddamente, come suo solito.

"Non ho chiesto il tuo parere." dissi arrogante.
Jacqueline si asciugò le ultime lacrime e disse: "Pensa a quello che ti ho detto e se hai le palle chiamami." disse mettendosi in macchina con Ryan e andando via.

Mi girai e vidi Adrian parlare con Rivera e quest'ultimo si mise in macchina e se ne andò.
Chissà che cosa stava farfugliando.

Mi girai, senza salutarla e uscii da quel parcheggio ritornando dentro al locale.
Adrian rimase fuori, probabilmente avrebbero parlato entrambi privatamente.



                                ADRIAN FOX

Andai verso Jane, mia figlia, non l'avrebbe scampata così facilmente, non glie l'avrei permesso. Tenevo a mia nipote più della mia vita
e in un momento così gioioso della sua vita
l'ultima cosa che doveva avere era una madre
così stronza e menefreghista.

Presi le chiavi dal mio autista che si avvicinò.
"Sali." dissi con tono fermo.
"Dov'è Alexander?" disse avvicinandosi a me.
"A scoparsi qualche puttana." risposi.

Vidi che non sbatté ciglio ed entrò in macchina.
Non era una donna che accettava ordini e questo gesto inaspettato mi colpì particolarmente.

Entrai e misi in moto, uscii dal parcheggio e abbandonai il centro illuminato e pieno di gente e traffico di New York.

Non fiatò per tutto il viaggio finché non capí dove la stavo portando, il capannone privato e pieno dei miei uomini e in quello stesso capannone era morto il suo caro John.

"Adrian." esordì cercando di aprire la portiera che aveva l'assicura. Diede un forte pugno al vetro.
"Non agitarti, è un auto blindata e non aprirai quella portiera neanche se prendi un mitra" dissi.

La afferrai dai capelli mentre parcheggiavo, avvicinai il suo viso al mio tenendo ben salda la mia presa: "I miei uomini hanno appena mandato la posizione a Colin, dovrà vederti soffrire."

Si dimenò dalla mia presa e mi arrivò un forte pugno sul naso, lasciai la sua presa e le mie dita si colorarono di rosso, il sangue.

Il sangue che sarebbe uscito fuori dal suo corpo a breve tempo, non l'avrei uccisa ma quasi.

I miei uomini la tirarono fuori dall'auto tenendola stretta e la portarono dentro al capannone, io aspettai Colin che arrivasse.

Scesi dall'auto e mi accesi una sigaretta sporcandola con i miei polpastrelli di sangue.
Stavo sbagliando e lo sapevo, ma doveva capire quanto aveva sbagliato lei per trent'anni della sua vita. Doveva comprenderlo seduta lì.

Doveva pensare alla sofferenza che aveva causato a uomini e donne, pensare al male che aveva fatto a sua figlia, a quanto fosse così egoista, perversa e sadica. Doveva pur capirlo.

I fari di una macchina in lontananza accecarono la mia vista e le guardie aprirono i due cancelli di sicurezza, entrò e parcheggiò accanto alla mia auto. Scese e venne verso di me: "Che stai facendo qui?" mi chiese accigliato.

"Dovrò dare una lezione a Jane Fox." risposi.
"Che intendi." disse, vidi la sua espressione un po' contrariata, riuscivo a leggerlo.

"Lo vedrai." dissi, ci avviammo verso l'interno.
Entrai dentro ed era già pronta, senza quel cappotto di pelle ingombrante che copriva la sua pelle, ma con solo indosso il suo vestitino nero e i décolleté neri alti.

Era legata, gambe e braccia, era seduta su una sedia di ferro fissata al pavimento.

Il suo sguardo non era terrorizzato, per niente.
Ma quando vide Colin il suo sguardo cambiò, e il mio obiettivo era farle credere che anche lui fosse complice in questa "missione" contro di lei.

"Dovete chiamare Alexander." disse con tono freddo. Sapeva che era l'unico che l'avrebbe tirata fuori di qui, e so bene quanto fosse potente.

"Mia cara Jane, sarà una nottata indimenticabile." dissi guardandola e avvicinandomi di più a lei.

"Ricordi cosa hai fatto qui dentro?" chiesi provocatoriamente apposta perché Colin non ne era a conoscenza.

Vidi che distolse lo sguardo da me.
"Soffri, tu soffri e pensi che io non lo veda, ma sono tuo padre e siamo molto simili." dissi.

"Non perdere altro tempo." disse riprendendo a guardarmi. Beh se proprio voleva.
Presi una frusta dal manico in ferro e con la parte finale fatta di piccole borchie in ferro leggermente appuntite dalla punta arrotondata.

"Adrian." disse Colin.
"Esci se devi disturbarmi." dissi irritato.
La guardai per poi guardare la frusta che avevo tra le mani. Sapevo di poterlo fare ma qualcosa mi fermava, una lotta tra il bene e il male.

"Che stai aspettando?" disse lei con quella voce dura e provocante ereditata dal sottoscritto.
Afferrai la frusta con più forza e le piccole borchie ma potenti rimbalzarono più volte sul suo addome.

La vidi gemere leggermente e alzò la testa all'indietro, era doloroso soprattutto se lanciato con molta forza e violenza.

Continuai facendo lo stesso sulle sue braccia, la vidi irrigidirsi parecchio. Ritornai sul suo addome ma stavolta usai più violenza e ancor più forza.

Si morse il labbro così tanto da farlo sanguinare e quelle gocce caddero sul suo mento per poi finire sul suo collo ed entrare nella sua scollatura.

Mentre stavo per ricominciare il forte urlo di Colin mi fece fermare: "Basta Adrian!"
Si avvicinò a me e mi tolse la frusta lanciandola all'aria e continuando ad urlargli: "Non costringermi a fare cose per cui mi supplicheresti in ginocchio di stare fermo!"

"Lei deve soffrire, lei deve capire il dolore che procura agli altri!" urlai a mia volta.
La vidi sorridere con un tono sofferente.
"Tu non sai se lei ha mai sofferto, se lei soffre per qualcosa, cosa cazzo ti viene in mente?!" mi urlò.

Vidi che faceva fatica a parlare per via delle percosse all'addome, solo in quel momento mi resi conto dell'enorme errore che avevo appena fatto. Cosa ne sapevo io se lei stava male?

Cazzo se ero un pezzo di merda, lo ero tanto.
Mi avvicinai a lei e presi il suo viso tra le mie mani: "Jane mi dispiace, per favore perdonami, io non avrei dovuto farlo." dissi implorandola.

Non avrei dovuto.

Al sangue del mio sangue, no.

Jane...Jane FoxDove le storie prendono vita. Scoprilo ora