Capitolo 135 - Il presentimento, come la premonizione, è la profezia del cuore -

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Cosseria, 13 aprile

Nonostante l'intenzione del comandante francese di voler dar inizio alla campagna il 15 di aprile, i nemici, ovvero gli austro-piemontesi, si erano mossi improvvisamente, credendo di poter avere la meglio su quel piccolo esercito e avevano anticipato l'offensiva, dando battaglia già dal 9 aprile. Infatti stavano salendo per la medesima strada che Bonaparte stava facendo scendere ai suoi. L'attimo di smarrimento, tuttavia, era durato pochissimo, Napoleone aveva già sistemato le truppe e i movimenti dei propri sottoposti, come se tale imprevisto non fosse mai esistito.

Era sicuro di come si sarebbe mosso, perché conosceva a fondo il suo avversario, lo aveva studiato in modo quasi maniacale, anche se sapeva che non bisognava sottovalutare affatto il nemico, soprattutto se erano uomini di guerra dalla grande esperienza sulle spalle. La sola differenza di età e di esperienza avrebbe scoraggiato chiunque, ma non Napoleone, non aveva paura di sfidare apertamente Golia, dato che era un Davide. Al gigante filisteo non avevano di certo dedicato statue, destino diverso toccò al futuro re di Gerusalemme, il cui nome era ancora ricordato come simbolo di coraggio del piccolo e apparentemente debole, contro la forza del grande, raffigurato, nel corso dei secoli, da vari artisti, tra questi i celebri Donatello e Michelangelo.

Inoltre conosceva a fondo quei luoghi, era stato lungo quel confine per parecchi anni, quando era ancora un artigliere e aveva perfino combattuto, seppur quelle battaglie non fossero tanto famose. Ma di solito erano le piccole esperienze, fatte in sordina, a fare la differenza e a formare un individuo, specialmente come Bonaparte, che assimilava in continuazione qualsiasi cosa gli fosse davvero utile. Com'era stato per quel breve periodo di tempo trascorso alla Tipografia di Parigi, con cui aveva completato il cerchio della sua formazione e reso un ufficiale completo. Ora doveva soltanto metterle in pratica e capire fin dove potesse spingersi; dopo Tolone aveva cercato di darsi una risposta con la teoria, ma era convinto che soltanto la dimostrazione avrebbe sciolto ogni dubbio.

Aveva deciso di puntare tutto sulla flebile collaborazione che vi era tra gli Austriaci, guidati da Beaulieu e i Piemontesi, al seguito di Colli, per questo non aveva esitato un secondo nel voler mettere in pratica quella tattica della posizione centrale, che era davvero difficile da realizzare, se non si aveva bene in mente i rapporti che intercorrevano tra le forze armate nemiche. Come se non bastasse, se nell'esercito piemontese vi era un minimo di coesione e uno spirito di appartenenza comune, in quello austriaco, al contrario, non vi era né stima reciproca, né patriottismo. Essendo un impero, al suo interno vi era eterogeneità multietnica, non erano pochi gli Italiani che combattevano sotto il vessillo asburgico, poiché il loro territorio si estendeva per gran parte dell'Italia Settentrionale.

Lo scarso interesse nel motivare le truppe, rendendole partecipi e desiderose di sacrificare le loro vite per il sovrano e le crudeli quanto inefficaci punizioni che venivano elargite, non permetteva di agire compatti e uniti; inoltre in pochi conoscevano la lingua francese, idioma che veniva utilizzata dal corpo ufficiali, in quanto lingua internazionale dell'epoca. Ciò rendeva i soldati, in particolare, del tutto estranei alla guerra che si stava combattendo in quelle zone. Erano più che frequenti le diserzioni tra i ranghi.

A tutto questo si aggiungeva l'estrema lentezza del sistema militare austriaco, i generali a cui venivano affidate le armate, non potevano agire in modo autonomo, al contrario, dovevano attendere gli ordini direttamente da Vienna e nel tempo che passava tra ordine e risposta, gli eventi si erano già compiuti e superati. Questo non accadeva con gli eserciti francesi, o per lo meno avevano una maggiore flessibilità; nell'armata d'Italia, tutt'al più, il generale Bonaparte si stava allontanando gradatamente dal Direttorio e stava cominciando a creare una vera e propria gerarchia tra gli ufficiali. Tutti i suoi sottoposti dovevano obbedire a lui soltanto, fin da subito il giovane e delicato comandante, di appena ventisei anni, lo aveva ribadito.

L'Uomo Fatale - 1: Identità - [In revisione]Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora