Capitolo 60 (seconda parte)

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Mi sento un mostro

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Mi sento un mostro.

Giro tra le coperte, rannicchiandomi su un fianco e dando le spalle a Lavinia. Sento il suo respiro regolare, il suo profumo delicato, l'odore del suo corpo, dell'orgasmo che mi è rimasto sulla pelle.

Come ho potuto trascorrere la serata di ieri ignorando le parole di Audrey? Come ho potuto non parlarle della scelta davanti a cui mi ha posto?

Evito i problemi, li ho sempre evitati... Ma ora si stanno presentando con prepotenza alla mia porta mentale e sono tutti lì, in fila uno dietro l'altro, a chiedermi il conto.

Vorrei poter mandare un maggiordomo a dire che sono indisposto, che non voglio uscire dal letto e affrontarli, perché la verità è che non ne sono capace. Non sono capace nemmeno di dire alla ragazza che amo che sono finito in una situazione di merda.

Ma conosco Lavinia: si accuserebbe, direbbe che è colpa sua, che non avrebbe mai dovuto rispondere a Liam, avrebbe dovuto fargli credere di essere una stronza... E si sentirebbe peggio di come mi sento io in questo momento.

Non so come sia riuscito a non far trapelare niente ieri sera, né a come abbia potuto pronunciare quel discorso in cui le ho detto che la amo e che la mia vita senza di lei non sarebbe la stessa.

Senza Lavinia, i miei giorni sarebbero grigi, tutti uguali, una routine di allenamenti, partite e trasferte, con solo pochi frangenti colorati, quelle giornate o mezze giornate in cui sono con Liam.

Come può Audrey mettermi così alle strette? Come può costringermi a tagliare con lei? Sarà vero che ha un altro o la sua è una manovra per farci rimettere insieme? Come potrei mai tornare con lei? Non la voglio più, è una donna che non mi ha sostenuto nel periodo peggiore della mia vita – peggiore addirittura di quando ho perso mio padre – e che, anzi, proprio in quel periodo è diventata sempre più scostante nei miei confronti.

Decido di alzarmi dal letto, ma quando lo faccio rimango impietrito: anche Lavinia è sveglia e ha lo sguardo puntato nel mio, con un'espressione che non riesco a decifrare.

Sembra insieme spaventata, confusa, indispettita e preoccupata. E io posso solo peggiorare la situazione.

«Dobbiamo parlare» dice. Si tira su a sedere e si appoggia allo schienale del letto, con aria seria.

«Di cosa?»

«Non lo so, Mike. L'hai detto tu.»

Quando?

«Stanotte. Non riuscivo a dormire e ti ho sentito parlare nel sonno» risponde, avendo letto la domanda sul mio viso. «Hai detto che dobbiamo parlare e poi sei scoppiato a piangere. Che è successo?»

«Ho pianto nel sonno?»

Non mi è mai successo.

Faccio il giro del letto, in modo da sedermi dal suo lato, di fronte alle ginocchia rannicchiate sotto la coperta.

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