Lavinia ha un sogno, diventare una pianista di professione, e un amore segreto, il giocatore di basket Mike Cooper. Lo ama di un amore platonico, più profondo di quello che potrebbe legare una tifosa al suo giocatore preferito. E non si permetterebb...
Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.
«Stai tranquilla!» ride Tiziano, sedendosi nella sezione degli spalti dedicata alle famiglie dei giocatori. «È solo una partita!»
Mi stringo nelle spalle, cercando di non grattarmi il braccio con nervosismo, cercando in ogni modo di ignorare le chiacchiere di papà insieme al padre di Elena, che è accorso da Roma per questa partita.
Giochiamo contro Valencia, è la gara tre di cui io e Mike abbiamo parlato un mese fa. Non dovrei essere tesa, alla fine Mike, nonostante abbia iniziato il riscaldamento con tutti gli altri, non dovrebbe neanche giocare. Eppure, sono così nervosa che non ho idea di come potrei calmarmi.
«Non è solo una partita» mormoro, con le mani sul viso, dilatando le dita per guardare ogni minimo movimento di Mike. «Se vinciamo... Abbiamo vinto l'Eurocup. Tre anni fa abbiamo vinto la Champions, oggi forse...»
«E fra tre anni vincete l'Eurolega?» Tiziano continua a ridacchiare.
«Non capisci» borbotto. Non è un tifoso, segue solo i Lakers ma non guarda tutte le partite, visto che giocano di notte. Non vive il basket come lo vivo io.
«Quelli chi sono?» mi chiede, distraendomi dal riscaldamento di Mike.
Seguo il suo sguardo e vedo Alizée con un uomo e una donna che potrebbero essere i suoi genitori – se non fosse per il fatto che non le assomigliano. Ma la donna ha qualcosa di Jérémy nelle espressioni che fa mentre parla. «I suoceri di Alizée, credo.»
«Quindi ci sono proprio tutte le famiglie...»
Mi mordo la lingua, anche se mi guardo intorno per controllare se la madre di Mike è già arrivata. Ha insistito per venire da sola, forse con un taxi. Quando c'è stata la sicurezza della finale, lui le ha prenotato il primo volo per venire fin qui – e le ha anche preso una stanza in albergo, perché non la voleva in casa la scorsa notte, quando io e lui avremmo festeggiato tra le lenzuola il mio compleanno.
«Papà, non posso restare qui, devo lavorare!» esclama Elena, a metà strada tra noi e il campo. È vestita elegante per andare in onda, con il trucco che la rende ancora più bella, anche se percepisco la sua tensione. Mi saluta veloce con un cenno del mento, a cui rispondo, e poi si volta per tornare alla postazione dedicata alle televisioni.
Non ho la minima idea di come faccia a camminare così spedita con quei tacchi, al suo posto cadrei a terra e farei una figuraccia colossale.
«Tanto poi ci affidiamo a Teo per le giocate in attacco, in difesa ci pensano Stoppani e Pala...» sta dicendo papà.
«Anche Carson e Tomic ci danno una grossa mano» si unisce il padre di Elena. «Aspetta, ho visto la mia futura consuocera, vado a salutarla. Scusami, Dario.»
«Figurati, Carlo.»
Mi si forma un nodo alla gola nel vedere il padre di Elena andare verso la madre e il patrigno di Daniele. La famiglia di Mike non c'è e so già che gli farà malissimo sapere che i fratelli hanno preferito rimanere negli Stati Uniti piuttosto che venire fin qui – per vederlo in panchina durante tutti i quaranta minuti.