Capitolo 69 (seconda parte)

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Ogni sforzo di trattenere le lacrime, sul treno di ritorno, è inutile

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Ogni sforzo di trattenere le lacrime, sul treno di ritorno, è inutile. È stato doloroso, ogni singolo secondo di ieri sera fa ancora male, come se fossero mille aghi conficcati nella pelle e collegati a un macchinario elettronico che mi spara delle scosse.

Non è doloroso, è una tortura disumana.

Continuo a pensare a Mike a quanto mi abbia fatto male vederlo con Audrey. Persino Liam che correva da lui per abbracciarlo era una morsa a polmoni e stomaco che mi stava spappolando le interiora. Tutto ciò che provo è devastante, anche al pensiero che ora i ragazzi sono su questo stesso treno per tornare a Villafiore. Anzi, soprattutto a quel pensiero. Mike è qui, potrei alzarmi e andare a cercarlo, oppure scrivere a Elena – che è andata da Daniele – per dirgli di venire qui, perché merito una spiegazione. Come minimo ne merito una e invece...

E invece mi ritrovo a singhiozzare da sola, ascoltando quel maledetto cantante francese e guardando la campagna laziale scorrere fuori dal finestrino.

Parlami.

«Ehi, Lav.» Non è Elena, ma Pala, che ieri sera ha giocato una finale grandiosa – una partita degna del livello che sta dimostrando da anni. Ha la mano appoggiata allo schienale del sedile vuoto, quello della sua ragazza. Mi guarda con un misto di tristezza e buoni sentimenti. «Ti andrebbe di venire di là, insieme a noi?»

Insieme a noi.

Come se io facessi ancora parte della Vulnus – ma non è così.

«No.» Faccio cenno di no con la testa, mentre lacrime e mascara si mescolano lungo le guance. «C'è Mike, di sicuro c'è anche Audrey e... E non ce la faccio, Daniele. Fa troppo male vederli insieme.»

Lui rivolge un'occhiata verso il fondo del vagone e poi decide di sedersi accanto a me. «C'è solo Liam, Audrey è andata a starsene per conto suo... non mi ricordo più in che punto del treno.»

«Ancora peggio. Come faccio a...» Mi copro il viso con le mani, mentre sento altri passi raggiungerci e unirsi a noi. Fa' che non sia Mike. Che ipocrita che sono, fino a pochi secondi fa avrei dato un braccio per poterlo guardare e ora neanche vorrei vederlo – o avvertire la sua presenza intorno a me.

Ma scopro che non si tratta di lui, bensì di Elena e Jérémy, che si siedono nei sedili di fronte ai nostri – come se la Vulnus avesse prenotato i biglietti per tutto il treno e potessero mettersi dove vogliono.

«Guarda un po'.» Jérémy mi sta porgendo la Coppa Italia.

La guardo, il trofeo è color oro luccicante, con la parte della coppa posta su un piedistallo semiconico. Fa una certa impressione leggere il nome della Vulnus inciso nel metallo. Tuttavia, non oso toccarla: mi sembrerebbe di commettere un sacrilegio, non c'entro nulla con la vittoria, non ho fatto niente per esserne coinvolta. Non ho nemmeno tifato bene ieri sera, né l'ho fatto nella semifinale. Giusto nella partita dei quarti, contro Napoli, quando ero ancora a casa, sul divano, con mio padre.

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